«Conservo il fuoco del ricordo per non dimenticare le foibe»
In occasione del Giorno del ricordo, la memoria del confine orientale torna a interrogare la coscienza del nostro Paese, squarciando quel silenzio colpevole che per ottant’anni ha avvolto la tragedia delle foibe e dell’esodo. Di questa storia ferita, Grazia Del Treppo è oggi una delle testimoni più nitide e profonde. Nata a Canfanaro, nell’Istria verde, ed esule dal 1951, ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza dei campi profughi, da Roio Pineta (L’Aquila) alle Casermette San Paolo di Torino, alla ricerca di una nuova stabilità, prima di dedicarsi per anni all’insegnamento e alla trasmissione della memoria.
Nel suo libro Fogolèr l’autrice raccoglie e riunisce i frammenti di un’esistenza sradicata per restituirci non una fredda contabilità del dramma, ma la linfa viva di un’identità che né la ferocia ideologica del regime di Tito, né le nebbie dell’oblio sono riuscite a soffocare. Il suo fogolèr non è un cumulo di ceneri nostalgiche, ma un focolare ancora acceso che parla di fede, di coraggio e di un’italianità che non si è fatta esiliare.
Abbiamo dialogato con lei per capire come quella “fiammella” domestica possa parlare ancora oggi alle nuove generazioni, trasformando una lacerazione permanente in un patrimonio di speranza.
Troppo spesso la tragedia del confine orientale è stata ridotta a fredda contabilità statistica o a sterile scontro ideologico. Il suo libro compie un gesto opposto: mette al centro il fogolèr, il “cuore” caldo e immobile della casa dalmato-istriana. Eppure, in un racconto sull’esodo, questo titolo suona come un paradosso potente: come si mette in salvo il “fuoco” quando si è costretti a lasciare le proprie mura? È stato questo il suo modo per restituire alla storia una dimensione domestica e “carnale”, permettendo al lettore di sentire il calore di una vita che il dramma ha sradicato, ma che non è riuscito a spegnere?
Questa domanda racchiude, in estrema sintesi, il nostro dramma e la nostra salvezza. Il fuoco d’amore della famiglia, della terra, delle radici, della fede ha custodito la fiammella anche nella cupa alba della partenza, sotto un cielo di stelle che piangevano con noi e i refoli del borìn (una bora più leggera e delicata) che asciugavano le nostre lacrime; la fiammella non si è mai spenta, anzi ha ripreso forza dall’amore che ci univa, dall’anelito di libertà ormai vicina, dalla fede, dalla certezza che la nostra sofferenza non era vana. Si piangeva e si pregava sommessamente.

Qual è stata la “scintilla” che l’ha spinta a mettere su carta questa storia? È stato un dovere intimo verso la memoria della sua famiglia o l’esigenza di colmare un silenzio storico durato troppo a lungo?
L’esilio è una condizione dell’anima, un male interiore che si acuisce col tempo, una lacerazione permanente del cuore, della ragione, di tutta la persona. Negli anni della giovinezza la percezione di questa ferita è mitigata dal “presente”, dal fervore dei progetti per il futuro ma poi, pian piano, il disagio si fa più forte e doloroso e aumenta la precarietà della propria identità. Così è avvenuto anche per me, e ho avvertito in modo chiaro il dolore dignitoso e silenzioso dei miei familiari, soprattutto dei nonni che hanno dovuto abbandonare il loro fogolèr sognato, amato e realizzato nel tempo lasciandosi alle spalle un lungo passato e avendo davanti un breve e incerto futuro. Nessuno di noi ha capito il dramma silenzioso degli anziani, in particolare dei pescatori senza barca e dei contadini senza terra. Questa è stata una delle scintille: onorare la memoria di chi ha sofferto in silenzio e regalare questo patrimonio ai miei figli e alle nuove generazioni che lo ignorano. Non ultimo stimolo è stato il dovere urgente, essendo una delle ultime testimoni dirette, di aggiungere una piccola tessera al mosaico della nostra storia, ancora tanto ignorata a causa di un silenzio colpevole imposto per ottant’anni. Una ferita sempre aperta è constatare che i nostri connazionali non conoscono la storia dei fratelli italiani del confine orientale. Ci sono tanti esempi di questa ignoranza, non ultimo l’uso dei toponimi croati per indicare le città istriane: “Sono stato a Poreč, Pula, Koper, Dubrovnik” invece che Parenzo, Pola, Capodistria, Ragusa, mentre nessuno dice Beograd o Zagreb per Belgrado e Zagabria, che pure sono città slave!
Nel libro emerge il dolore di chi si sente “straniero in patria”. Come hanno vissuto i protagonisti il contrasto tra l’accoglienza (spesso difficile) nell’Italia del dopoguerra e il legame indissolubile con la terra lasciata dietro le spalle?
Siamo ancora in parte “stranieri in patria”, a causa del lungo silenzio che è stato imposto alla nostra storia per opportunità politiche e per la totale assenza di questa parte di storia d’Italia nei testi scolastici. L’istituzione del Giorno del ricordo con la legge n. 92 del 3 marzo 2004 ha contribuito a sciogliere un po’ la nebbia che nascondeva questa tragedia italiana. È stato scelto il 10 febbraio, data della firma del Trattato di pace a Parigi che confermò l’annessione alla Jugoslavia dell’Istria, Fiume e Dalmazia. La mia famiglia, arrivata in Italia, non è stata oggetto di ostilità e di odio come altre. Purtroppo, si sono verificati episodi gravissimi contro gli esuli, al loro arrivo, in varie città d’Italia, e il più grave a Bologna dove i ferrovieri impedirono di aprire le porte del treno merci carico di esuli, proibendo di rifocillare anche i numerosi anziani e bambini. Per i ferrovieri bolognesi era il treno dei “fascisti”: etichetta che ci portiamo ancora addosso perché siamo fuggiti dal “paradiso comunista” di Tito. Il treno dovette ripartire subito; il latte destinato ai piccoli fu versato sui binari. Noi ci eravamo illusi che i nostri fratelli italiani ci avrebbero accolti e ci avrebbero capiti. Ormai eravamo senza patria e senza identità. L’Istria non era più la nostra terra e l’Italia, tanto agognata, non ci voleva.
La frontiera non è stata solo una separazione geopolitica, ma è divenuta una ferita interiore. In che modo la Storia con la “S” maiuscola ha preteso di riscrivere i destini dei protagonisti della sua narrazione? Come si difende la propria identità quando si viene, improvvisamente, cacciati dal mondo in cui si è nati?
I miei ricordi dei primi anni in Italia sono ricordi di silenzio da parte degli adulti. Temo che ci fosse la percezione di non essere capiti. Inoltre, eravamo chiusi nei campi profughi con scarsi contatti con la società esterna. I problemi economici erano il centro di ogni pensiero e di ogni azione. Eravamo consapevoli di essere una realtà a sé stante ma non credo che questo ci turbasse più di tanto visti i problemi enormi che avevamo: non avevamo alcuna aspettativa, e per dignità e orgoglio non chiedevamo aiuto. A casa sentivo parlare sempre di doveri e mai di diritti. Tra di noi, nei campi profughi, c’era intesa, fraternità, aiuto reciproco, una vera comunità; l’identità era custodita ed esaltata. Tornarono ben presto ricorrenze, celebrazioni di feste, ritorno di tradizioni, in particolare san Nicolò, la grande festa dei piccoli. Veniva custodita e protetta con cura la serenità dei bambini.
Nel suo libro la memoria non è fatta solo di date o di fatti, bensì di profumi e di sensi. La sua famiglia a Canfanaro vantava una storica tradizione di macellai; dunque, il suo fogolèr deve essere stato un luogo di sapori franchi e odori intensi: il profumo dei fusi della festa, i piatti poveri e quotidiani della jota e della fritaja, l’aroma della carne cotta sotto la čripnja, la fragranza dei salumi appesi o quella dolce degli gnocchi di susine. Ma attorno a quel fuoco c’era anche un “suono”: quello delle storie tramandate. Se chiude gli occhi, quale di questi sapori sente ancora vibrare? È possibile che questa ricchezza sensoriale, nell’esilio, smetta di essere un dolore che lacera per farsi, invece, una presenza che conforta?
Per noi esuli, c’è un tempo della giornata, della notte, del risveglio in cui una fitta travolge l’anima e ha l’aspetto di un campaniletto a vela su una chiesetta in mezzo ai campi, un vialetto profumato da siepi di rosmarino, un profumo di mele e cannella, l’armonia di un canto, le scintille del fuoco sul fogolèr. Questa ricchezza di colori, di profumi e di immagini è presente nell’anima ed emerge sempre di più col passare degli anni, io ho avuto la gioia della condivisione di questa identità da tutta la mia famiglia e mi conforta sapere che non morirà con me.
Il 10 febbraio è una data carica di significato. Dopo decenni di oblio, crede che la letteratura stia finalmente riuscendo a restituire dignità a quelle storie che per troppo tempo sono rimaste chiuse nelle “valigie dell’esodo”?
Lo spero. Ma è già un po’ tardi, perché i testimoni diretti di questo dramma sono ormai pochi e molto anziani. La letteratura si è arricchita negli ultimi anni, sia come ricerca storica sia come memorialistica. Ma non è ancora sufficiente a rendere la nostra storia patrimonio della storia d’Italia, condiviso dagli italiani. Spesso questi libri rimangono nella ristretta cerchia degli esuli e non arrivano al grande pubblico né nelle scuole. L’impegno di molti di noi nelle scuole è dettato dall’urgenza anagrafica di parlare, raccontare prima che cali la sera.
Come reagiscono le nuove generazioni alla lettura di Fogolèr? C’è il rischio che questa memoria diventi solo “museale” o sente che vibra ancora nel presente dei discendenti?
Io cerco e spesso trovo opportunità per presentare Fogolèr nelle scuole. Finora ho incontrato docenti che mi hanno accolta con entusiasmo e questo ha permesso di parlare agli studenti con verità e serenità e con risultati spesso commoventi. Nei giovani c’è interesse e partecipazione, e questo mi regala speranza che la nostra storia non muoia con noi, ultimi testimoni.
Il suo libro non fa sconti alla verità atroce dei massacri delle foibe e alla ferocia della storia. Eppure, tra le pagine si avverte una tensione verso qualcosa di più grande del solo rancore. La memoria di quel dramma deve restare un “focolare” di dolore che brucia perennemente o, nel raccontare, ha intravisto una via per quella pacificazione interiore che non è oblio, ma guarigione della memoria?
La memoria del dramma, anche nelle sue pieghe più crudeli, deve rimanere intatta nella verità per onorare i morti, gli infoibati e i torturati. Deve però essere purificata dall’odio, che avvelena il presente senza eliminare la sofferenza. In famiglia non ho mai respirato rancore, ma solo il rimpianto per il nostro “paradiso perduto” e la tensione verso un futuro sereno. Mia madre fu incarcerata senza processo per motivi religiosi; mio padre fu condannato ai lavori forzati, definiti eufemisticamente “lavoro volontario” perché, in quanto commerciante, era considerato per definizione un “nemico del popolo”. Eppure, nemmeno queste vicende suscitarono in loro sentimenti d’odio. Ricordo la dolcezza dello sguardo di mia nonna materna quando diceva: «Dove sono i miei figli, là è la mia Istria». Tuttavia, non si può chiedere un atto di pacificazione ai familiari degli infoibati che ancora non sanno in quale cavità sia stato gettato il loro caro, né dove poter posare un fiore o una croce. In quei casi, il dolore va solo rispettato in silenzio.
Le donne del libro: le figure femminili sono spesso le custodi della memoria e di una forza d’animo che tiene insieme i pezzi nei momenti di crisi. Che ruolo hanno avuto queste figure nella conservazione dell’identità giuliano-dalmata tra le macerie materiali e spirituali dell’esilio? E, di riflesso, come esce la figura maschile da questo strappo, nel delicato compito di dover proteggere e rinvigorire una dignità ferita?
La donna è per definizione la custode della memoria e questo è ancora più vero per quanto riguarda la donna istriana. Negli anni di permanenza nei centottanta campi profughi disseminati in Italia, fu facile mantenere usi, costumi, feste religiose, dialetto, perché eravamo “tra di noi”. Quegli anni sono stati preziosi per bambini, adolescenti e giovani. Le figure maschili erano impegnate a cercare un’occupazione e a lavorare molto. Dopo questa “oasi istriana” nei campi profughi, tutto cambiò nel tempo con i matrimoni. Nelle nuove famiglie nate dai giovani istriani, il patrimonio della memoria si mantenne laddove la sposa, la mamma, era istriana: era lei a parlare il dialetto con i figli, a festeggiare le ricorrenze, a insegnare i giochi, le canzoni, le poesie e a preparare le pietanze della tradizione, come fusi, pljukanci, strudel, crauti, e krapfen. Invece, nelle famiglie dove solo il papà era istriano, gran parte di quella ricchezza andò perduta: ho molti esempi in tal senso.
Qual è stato il ruolo della fede cattolica nel sostenere il loro agire e nel dare un senso a un sacrificio così radicale?
La fede è stata la nostra forza e ha permeato in modo semplice, vero, forte, la vita delle famiglie e delle comunità. La nostra fede aveva radici antiche e profonde ed era stata ravvivata dal martirio di molti nostri sacerdoti torturati ed infoibati: non posso non citare il mio giovane parroco, amatissimo da tutti, don Miroslav Bulešić, pugnalato alla gola dai comunisti a soli 27 anni il 24 agosto 1947, in tempo di pace. Ho avuto la grande gioia di assistere alla sua beatificazione il 28 settembre 2013 nell’Arena di Pola alla presenza di ventimila persone. Nei campi profughi, per la mia esperienza, la fede è stata la luce che ci ha permesso, nonostante i disagi, la povertà, la sofferenza, di non perdere la speranza, e ci ha dato la forza per un nuovo futuro. Ricordo feste, gioia, canti e risate nonostante tutto. A Torino, alle Casermette san Paolo, la formazione e l’istruzione religiosa dei bambini, adolescenti e giovani era eccezionale, serena, equilibrata, grazie a tre sacerdoti don Giuseppe Macario, don Giovanni Gherbezza, don Pietro (“Pierino”) Chiavazza e alle suore Missionarie della Consolata. Eravamo bambini feriti, vivacissimi ma sereni.
L’Istria è sempre stata un microcosmo di frontiera, un delicato intreccio di lingue e culture che convivevano attorno allo stesso focolare. Eppure, per lungo tempo, l’italianità di quelle terre è stata raccontata come un’appendice ingombrante o, al contrario, come un reperto da museo. Scrivere Fogolèr è stato il suo modo per testimoniare che quella cultura italiana non era un’astrazione ideologica, ma una linfa viva che dava forma alla vita quotidiana, e che merita di essere riconosciuta nel grande mosaico della memoria europea?
L’italianità in Istria è innegabile e viveva nella lingua, nel dialetto istroveneto, nei monumenti, nelle iscrizioni. Anche le pietre parlano italiano. La componente italiana conviveva serenamente con quella slava, soprattutto nell’interno dell’Istria. E questo equilibrio fu infranto dal comunismo che volle eliminare l’etnia italiana dal territorio e ci riuscì col terrore programmato da Milovan Đilas e Edvard Kardelj, due fedeli collaboratori inviati da Tito a “cacciare gli italiani con qualsiasi mezzo” (tortura, carcere, foibe). Nell’Istria, la cultura italiana, austroungarica e slava creavano un Paese multiculturale e multietnico ante litteram, presente nella vita quotidiana, nella lingua, negli usi e persino nella cucina. Questo equilibrio fu frantumato dal comunismo di Tito, ma il tentativo di cancellare per sempre una storia millenaria è fallito: essa rimane scolpita nella pietra, nell’Arena di Pola, nelle case veneziane, nelle incisioni latine, nei mosaici delle basiliche e nelle pale d’altare degli artisti italiani.
Un messaggio per il 10 febbraio: se dovesse scegliere un’immagine o un passaggio del suo libro da lasciare ai lettori di Tempi per questo “Giorno del ricordo”, quale sarebbe e perché?
Esprimo immensa gratitudine, anche a nome di chi non ha più voce, per ogni persona che cerca di conoscere la nostra storia e per ogni iniziativa volta a diradare le nebbie che per troppo tempo hanno nascosto verità. La memoria “non è custodire le ceneri ma preservare il fuoco”. Con le pagine di Fogolèr, che abitano la mia anima da sempre, spero di poter contribuire a “preservare il fuoco”, trasmettere l’amore per l’Istria, terra benedetta, per la sua storia, per la sua bellezza, alle nuove generazioni che saranno a loro volta custodi del fuoco di una vicenda che va conosciuta, onorata e tramandata.
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