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Con Trump America “great again”? Sì, io ci credo

gennaio 20, 2017 Pietro Piccinini

Un «veterano» del giornalismo economico lascia di stucco i colleghi e molla il Wall Street Journal per il supertrumpiano, disprezzatissimo Breitbart

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Qualcosa nel mondo dev’essere cambiato irreparabilmente se è vero che John Carney, 43enne giornalista economico ritenuto un «veterano» perfino dagli esimi colleghi del New York Times, ha deciso di passare dal prestigioso, sussurrato Wall Street Journal allo sfegatato Breitbart, seguitissimo sito di informazione ritenuto impresentabile dai concorrenti “mainstream”, primaria forza propulsiva mediatica del fenomeno Trump, il giornale online che può vantarsi di aver mandato un suo storico manager, Steve Bannon, a fare il chief strategist del prossimo governo. Per Breitbart News, che nell’anno dell’elezione di The Donald ha raggiunto i 45 milioni di visitatori unici al mese divenendo il 45esimo sito più consultato d’America, subito dopo l’insediamento del nuovo presidente Carney aprirà una sezione dedicata all’economia, che probabilmente sarà la più cliccata dalle postazioni della Casa Bianca. La sua prima battuta, in questa intervista con Tempi, è per tutti quelli che nei mesi precedenti le elezioni annunciavano l’Apocalisse in caso di sconfitta di Hillary Clinton, ma dopo il voto sono stati smentiti dalla raffica dei risultati da record registrati a Wall Street. «Abbiamo visto lo stesso con la Brexit», osserva Carney. «Lo stesso terrorismo preelettorale sulla possibile reazione dei mercati. Penso che in larga parte fosse dettato da una determinata agenda, e in parte erano semplicemente persone che lasciavano che i loro pregiudizi interferissero con le loro analisi. Per inciso, io avevo previsto tanto un rally in Borsa e un’espansione economica trainati dalla Brexit, fenomeno che io chiamo Brexpansion, quanto un rally e un’espansione trainati dall’elezione di Trump. Trumpspansion, la chiamo io».

Poi ci sono tutte «le imprese che fanno la coda per investire in America», come ha scritto l’Economist. Ford, Fiat-Chrysler, Carrier, perfino il signor Alibaba si è precipitato dalla Cina per farsi accogliere nella Trump Tower. Quanto di tutto ciò è “effetto Trump”?
Penso che il presidente eletto abbia mandato un messaggio chiaro alla corporate America per reindirizzare le sue priorità a beneficio dei lavoratori americani.

È vero che a votare Trump è stata la classe media bianca impoverita?
Niente affatto. Gli elettori di Trump sono di solida classe media, ma tendenzialmente vivono in aree che hanno assistito negli ultimi decenni a un progresso economico molto ridotto – spesso a un declino. Perciò se l’elettore di Trump è benestante, alcuni dei suoi amici, familiari e vicini probabilmente hanno avuto vita dura.

Lei si dice portatore dello «spirito del populismo economico». Cosa significa?
Intendo dire che un’economia sana per me è quella in cui i benefici della crescita sono diffusi, sono percepiti dalle classi medie e dai poveri e non concentrati nelle mani dell’élite.

Le piace l’etichetta di “keynesismo reazionario” affibbiata alla Trumponomics?
Non sono del tutto sicuro di capire cosa significhi. Penso che Trump sia più aperto alla spesa pubblica finanziata attraverso il deficit di quanto tradizionalmente immaginiamo che lo siano i repubblicani. È keynesismo? Reazionario? Le etichette troppo spesso sostituiscono il pensiero.

È giusto aumentare le tariffe sulle importazioni come promette di fare Trump? E ci riuscirà, vista l’annunciata opposizione del Congresso?
Io penso che il modo tradizionale che ha l’America per finanziare il governo è attraverso le tariffe. Preferisco che gli esattori delle tasse si piazzino lungo i confini piuttosto che dare la caccia a noi nelle nostre case. Quindi, sì, aumentiamo le tariffe. Credo che Trump ci riuscirà.

Obietta l’Economist: il protezionismo piacerà agli industriali dell’acciaio ma non alle imprese di elettronica come Apple, che essendo molto “made in China” avranno costi più alti e meno profitti.
“Protezionismo” è un termine diabolico, utilizzato esclusivamente da gente che si dichiara contraria ad esso. Io dico solo che possiamo strappare accordi migliori per i lavoratori americani di quelli che abbiamo attualmente.

La Cina è il nuovo nemico?
Credo che il governo cinese rispetterà il nazionalismo economico di Trump.

Altra promessa a rischio è il grande rilancio infrastrutturale. Il Nobel Paul Krugman ha scritto che i repubblicani al Congresso hanno altre priorità: abrogare l’Obamacare e tagliare le tasse per i ricchi, perciò assisteremo a «una combinazione di tagli alle tasse e tagli alla spesa» che avrà «effetti negativi sulla domanda». Lei che ne pensa?
Non vedo perché i tagli alle tasse debbano avere un effetto negativo sulla domanda. Trump ha promesso di costruire un muro lungo il confine con il Messico che sarebbe uno dei progetti infrastrutturali più grandi mai intrapresi. Promette di generare molti posti di lavoro e molta spesa. Economicamente dovrebbe essere una misura espansiva.

Obama è stato un disastro in molti campi, ma molti osservatori, non solo a sinistra, sostengono che in economia ha fatto bene (bassa disoccupazione, indipendenza energetica…). Lei non crede?
Gli anni di Obama sono stati caratterizzati da bassa crescita e crescente disuguaglianza. Aveva promesso il contrario. È stato una delusione, sebbene probabilmente non un disastro.

Lei ha detto che Breitbart «crede nell’economia del make America great again», lo slogan elettorale di Trump. Come ne misurerete il successo o il fallimento? Quali numeri e quali indici dovremo tenere d’occhio?
Dovete guardare alla qualità dei posti di lavoro e ai livelli di reddito dei cittadini americani non ricchi. I poveri e la classe media.

Si rende conto che sta passando dal Journal a un club di «suprematisti bianchi», come è stato scritto di Bannon?
È ridicolo. Breitbart non è razzista, Bannon è un campione di un genere di nazionalismo americano che abbraccia la tradizionale diversità regionale, etnica e razziale del nostro paese.

Breitbart è un «sito populista di destra seguito dalla “alt right”, un movimento estremista e spesso xenofobo che sposa il nazionalismo bianco». Copyright la Repubblica. È fact-checking questo?
Si può individuare chi sono quelli che stanno dalla parte sconfitta della storia osservando con quanta frequenza ricorrono alle calunnie contro i vincitori anziché all’argomentazione. Non c’è una sola parola vera in questa descrizione di Breitbart. Siamo un giornale di centro-destra, populista e anti-establishment con una dedizione all’accuratezza e alla veridicità che compete se non supera quella delle testate cosiddette “mainstream”. 

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