Come si vive nel sud di Israele? «Non ho paura. È assurdo, mi sono abituato all’allarme e ai razzi»

La testimonianza di Gal Zohar Za’arur, ragazzo che vive nel sud a Gan HaDarom: «Quando suona l’allarme significa che devi contare fino a 15 e sperare per il meglio».

Ieri i gruppi terroristi di Hamas e Jihad islamica hanno sparato verso le città del sud di Israele oltre 400 razzi. Strade deserte, scuole chiuse, negozi sbarrati: gli abitanti di molte città hanno passato la giornata nei bunker con gli allarmi che suonavano in continuazione. Gli scontri tra Israele e Gaza, scoppiati mercoledì quando Tel Aviv ha reagito ai razzi che da sabato scorso Hamas spara contro le città del sud di Israele, sono una costante nella vita di un israeliano del sud. L’allarme che suona, andare a rifugiarsi nei bunker: una vita strana, a cui ci si può anche abituare, stando alla testimonianza di Gal Zohar Za’arur, ragazzo che vive a Gan HaDarom, vicino a Ashdod, cittadina che ieri è stata colpita da un pioggia di razzi provenienti da Gaza.

«MISSILI NON CI DANNO PIÙ FASTIDIO». Gal Zohar Za’arur ha scritto ieri in un messaggio tradotto dall’israeliano dal sito Global Voices una breve testimonianza di che cosa significa vivere in Israele in una situazione di costante pericolo: «Nella nostra famiglia siamo tutti grandi, il più piccolo ha 15 anni. Gli allarmi, i missili e tutto quello che ruota attorno non ci dà neanche più fastidio. Quando suona l’allarme significa che devi contare fino a 15 e sperare per il meglio».

«ORMAI MI SONO ABITUATO». Continua: «Sabato sera sono andato a casa di un mio caro amico. Ad un certo punto è scattato l’allarme rosso. Loro si sono voluti rifugiare nel bunker, io ormai sono abituato a non farlo più ma sono sceso con loro comunque. E ho visto là sotto il fratellino piccolo che abbracciava la madre impaurito. Per un attimo mi sono detto: “Perché è così spaventato, possibile che non si sia ancora abituato?”. Ma un secondo dopo – conclude – ho realizzato che la vera assurdità non era che lui fosse spaventato, ma che io mi sono ormai abituato».