Come si dice City in lombardo

Continua a raccogliere consensi la candidatura di Milano a centro finanziario dell’Eurozona. E anche la Regione di Maroni si muove

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – La questione non è ancora arrivata ai massimi livelli dell’attenzione pubblica. Ma è solo questione di tempo, ormai, perché la candidatura di Milano a capitale finanziaria dell’Eurozona è uno di quei “movimenti” che non è stato ancora speso troppo a livello mediatico dalla politica, un po’ per scaramanzia un po’ perché la partita è tosta e si rischia di fare una brutta figura a livello internazionale se poi non dovesse andare in porto. Finora il capo del governo Paolo Gentiloni, e prima di lui i ministri Angelino Alfano e Pier Carlo Padoan, si sono limitati a dichiarare il proprio sostegno al sindaco Giuseppe Sala che ha proposto Milano come sede del nuovo quartier generale dell’Ema, l’agenzia europea del farmaco. Il dossier sarà presentato a metà marzo al board con sede a Londra che sceglierà entro giugno tra almeno quattro o cinque città.

La verità è che il disegno è assai più complesso e, per il momento, sembra riscuotere un consenso bipartisan. Milano punta a diventare un distretto finanziario, una vera City con la maiuscola. E dopo lo stop imposto dalla Commissione europea alla fusione tra le Borse di Londra e Francoforte, l’ambizione sembra ancora più concreta. Ma attenzione. Per partecipare al banchetto post Brexit, quando sul tavolo ci sono funzioni istituzionali e attività di primaria importanza per il funzionamento dei mercati finanziari in cerca di una nuova collocazione, occorre concorrere con altre capitali agguerrite del calibro di Parigi, Francoforte, Bruxelles, Amsterdam e anche Vienna e Varsavia. Inoltre, questa è una partita che vede protagonisti soggetti privati che gestiscono le maggiori Borse europee e le autorità di controllo e vigilanza. Gli equilibri sono complessi e delicati. Ecco allora che la politica si esprime sul tema con il contagocce, nel timore di dire troppo e di bruciare il progetto stesso.

Proviamo, dunque, a fare un po’ di chiarezza mettendo insieme tutti i tasselli. Tanto per cominciare, si tratta di coniugare l’interesse nazionale con quello della grande finanza, ma se questo progetto dovesse riuscire, sarebbe una grande scommessa vinta dall’Italia, da tutto il sistema Paese. Così, almeno, la pensa la lobby italo-inglese di banchieri e professionisti Select, guidata dall’avvocato d’affari Bepi Pezzulli, che ha promosso e spinto in tempi non sospetti la candidatura del capoluogo lombardo a distretto finanziario negli ambienti parlamentari ottenendo il massimo dell’ascolto da esponenti politici di diversa estrazione.

«Quella di Select è stata un’intuizione straordinaria e lungimirante sulla quale la Commissione Finanze ha lavorato arrivando alla risoluzione che impegna il governo a mettere in campo le misure necessarie», spiega a Tempi Alessandro Pagano, deputato leghista e tra i più vivaci artefici del decreto per il rientro dei cervelli. «Abbiamo stimato che a Londra ci sono 11 mila italiani che potrebbero rientrare se si offrissero loro condizioni vantaggiose a livello fiscale e logistico». In pratica un regime agevolato per cinque anni, introdotto dalla Legge di Stabilità 2017 che ha reso strutturale il decreto legislativo 147/2015. Le misure per far tornare a casa i cosiddetti expatriates, con il loro bagaglio di competenze e relazioni maturate in un contesto qualificato e internazionale, è uno dei capisaldi per sostenere la candidatura di Milano.

La risoluzione di cui parla Pagano è stata approvata all’unanimità il 17 gennaio 2017 dalla Commissione Finanze della Camera presieduta dal popolare Maurizio Bernardo (è anche consigliere per le relazioni economiche della Fondazione Italia-Usa) e ha visto molto attivo anche il democratico e noto avvocato milanese Gregorio Gitti. In più, il vice ministro del Mef, Luigi Casero (Ncd), si è adoperato presso l’Agenzia delle Entrate affinché il regime agevolato possa essere applicato ai residenti all’estero già a partire dall’anno in corso. E questo dà l’idea di quanto sia trasversale il consenso intorno al disegno per il capoluogo lombardo.

«Il grande obiettivo è portare a Milano il mercato dell’Euroclearing, un’attività strategica gestita dal London stock exchange che potrebbe avere interesse a puntare sull’Italia a maggior ragione se dovesse andare in fumo la fusione tra le Borse di Londra e Francoforte», prosegue Pagano. «Questo è il momento di fare quadrato e non lasciarci sfuggire un’occasione storica. Ma dobbiamo essere uniti perché in Francia e Germania stanno lavorando per il medesimo obiettivo le più importanti istituzioni economiche e politiche». Del resto, già nella risoluzione approvata dalla Commissione Finanze si fa un chiaro riferimento alla costituzione di un distretto d’affari a Milano capace di svolgere la funzione di ecosistema per l’intera gamma dei servizi d’investimento, tra cui proprio le attività legate all’Euroclearing (il mercato dei derivati denominati in euro, una montagna di miliardi gestiti ogni anno con annessi servizi di tipo legale per gestire il rischio sistemico).

Una tale ambizione può essere sostenuta solo usando argomenti molto convincenti. Milano fa leva sul fatto che la Borsa italiana fa già parte del circuito del London Stock Exchange e possiede due importanti infrastrutture: la piattaforma Mts, una delle più importanti al mondo per la compravendita dei titoli di Stato e la Cassa di compensazione e garanzia (attiva proprio sull’Euroclearing).

Il problema della giustizia
Ma non basta. È la giustizia la vera discriminante. Un distretto finanziario sullo stile della City londinese non potrebbe funzionare con i tempi dei tribunali italiani. Non è un caso che la risoluzione parlamentare preveda la nascita del distretto sotto forma di Gruppo economico d’interesse europeo con – attenzione – un funzionamento interno regolato da un codice di natura giuridica privatistica che si rifaccia al diritto anglosassone. Un punto, questo, sul quale non è stato ancora avviato un dibattito pubblico e che il ministro degli Esteri Alfano è sembrato ignorare quando, nell’intervenire nella conferenza stampa di Palazzo Marino a favore della candidatura di Milano, ha parlato della maggior efficienza dei tribunali meneghini rispetto alla media nazionale.

Ma c’è anche un altro nodo che sta per venire al pettine: il coinvolgimento nel progetto della Regione Lombardia guidata da Roberto Maroni. È molto probabile, infatti, che presto anche la Regione faccia sentire la sua voce, attraverso l’assessore all’Economia Massimo Garavaglia, considerate le competenze in materia di distretti. E non è da escludere il coinvolgimento nella partita di Finlombarda, la società che rappresenta il braccio finanziario dell’amministrazione.

Foto Ansa

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