«Ciò che è politicamente corretto lo decide chi ha il potere». Parlano Spaemann e Ruini

Bella e profonda doppia intervista del Corriere al cardinale e al filosofo tedesco amico di Benedetto XVI. La verità, i temi etici, il relativismo e le scelte politiche.

Oggi sul Corriere della Sera appare un’interessante intervista al grande filosofo cattolico – molto stimato e amico di papa Benedetto XVI – Robert Spaemann. Il suo saggio Fini naturali. Storia e riscoperta del pensiero teleologico (Ares) viene presentato oggi a Roma nell’aula magna Giovanni Paolo II della Pontificia università della Santa Croce. Il saggio di Spaemann gode della prefazione del cardinale Camillo Ruini, le cui opinioni compaiono nell’intervista di Gian Guido Vecchi.

DIFESA DEL SENSO COMUNE. Il titolo scelto dal Corriere è “L’Europa e il populismo di Pilato” e nell’intervista il filosofo spiega di essere «cresciuto all’epoca del nazismo e ho visto da giovane che la maggioranza degli uomini può pensare in modo sbagliato. Io e la mia famiglia stavamo dall’altra parte. E per me è come un riflesso, ho imparato che l’uomo e il senso comune vanno difesi, sempre, nel caso anche contro la maggioranza». Il ragionamento di Spaemann, riprende il filo del discorso di Benedetto XVI al Bundestag di Berlino: «Una “ragione positivista” che si presenti come esclusiva “non può creare alcun ponte verso l’ethos e il diritto” e somiglia “agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo clima e luce da soli e non vogliamo più riceverle dal mondo vasto di Dio”».

RELATIVISMO E TOLLERANZA. «Io difendo dallo scientismo il senso comune delle persone semplici, la ragione», dice Spaemann che, approfondendo le tematiche del suo libro – vita, morte, temi etici, biopolitica – dice: «Il Papa parla di dittatura del relativismo. E il relativismo radicale è una cosa molto pericolosa. Alcuni pensano sia la condizione della tolleranza, ma è vero il contrario. La tolleranza si fonda sul rispetto dell’uomo, della persona. Se questo scompare, se qualcosa come la natura dell’uomo non esiste, allora con l’uomo — e la natura — si può fare di tutto. Solo se la tolleranza si fonda su una convinzione profonda, è stabile. Del resto una cosa sono i giudizi, un’altra la decisioni di coscienza. Coscienza è convinzione che certe cose siano buone o giuste. Se c’è un confronto tra due coscienze e dicono cose diverse, si deve tollerare l’altro ma non è possibile siano ambedue corrette». Per Ruini: «Il professore mette in chiaro che le convinzioni di coscienza non sono solo un fatto individuale ma riguardano il vero e il falso. L’umanità del XXI secolo si trova di fronte a questioni fondamentali che prima non erano rimesse alle nostre scelte personali, sociali, politiche. Sui grandi temi etici e antropologici, allora, è certamente una questione di coscienza, ma non solo. Io ricorrerei piuttosto al concetto di obiezione di coscienza. Una forza politica può dire: se qualcuno non è d’accordo, è concessa l’obiezione di coscienza. Ma non si può ridurre tutto alla coscienza personale dei singoli esponenti, senza che ci sia una presa di posizione e una linea da seguire. Non è adeguato alla rilevanza pratica del problema oggi».

SENZA VERITA’ TUTTO E’ POTERE. Riprendendo il paragone ratzingeriano tra lo scetticismo moderno e la figura di Pilano, Spaemann nota: «La sentenza di Pilato è la vittoria del populismo sul diritto. Gesù muore a causa della mancanza di coraggio di un giudice. Se non c’è la verità tutte le questioni diventato questioni di potere. Ed è quanto accade oggi. In Europa c’è grave limitazione della libertà di opinione. Non si dice: ciò che sostieni è falso. Si dice: questo non lo puoi sostenere! Non ci si chiede se sia vero o no, ma se sia politicamente corretto o meno. E ciò che è politicamente corretto lo decide chi ha il potere». Ruini: «Ci può essere mancanza di coraggio, ma io vedo soprattutto una grande confusione di idee: proprio perché si pensa che la verità sia un concetto vecchio, superato». E poi aggiunge: «Il libro di Spaemann non è contro la scienza moderna ma contro l’assolutizzazione del sapere scientifico come unica forma di sapere autentico. La scienza esclude metodologicamente la questione della causa finale, ma questo non significa che se ne debba prescindere in assoluto».
Non «c’è il rischio – chiede Vecchi a Ruini – , che un pensiero “orientato alla verità” venga usato ipocritamente, come falsa bandiera elettorale?». Risposta del cardinale: «Il quadro è complesso, c’è anche chi cerca voti parlando contro i valori etici. Il rischio di strumentalizzazione, in politica, c’è sempre, è difficile distinguere. Ma è un rischio che si supera con la verifica di ciò che veramente le forze politiche fanno quando ne hanno la possibilità. Sul tema della famiglia, per dire, un po’ tutti sono disposti a dichiarare. Se poi si va a verificare è stato fatto pochissimo…».