Ciellino, berlusconiano, maratoneta. Maurizio Lupi si presenta

“La prima politica è vivere”, l’autobiografia del vicepresidente della Camera racconta un modo di intendere il servizio ai cittadini lontano dalle facili semplificazioni della demagogia anti-casta. Esempi, esperienze, citazioni (dal Papa a Spiderman). E la spiegazione del perché, ancora oggi, si possa intendere la politica come «la più alta forma di carità»

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La prima politica è vivere” fu il titolo di un volantino di Comunione e Liberazione che uscì nel 1978 in cui, partendo da un’esperienza di fede, gli aderenti al movimento di don Luigi Giussani esprimevano il loro desiderio di «partecipare, di essere democratici, di cercare il dialogo, l’amicizia e il confronto con tutti». Da quell’idea Maurizio Lupi non si è mai discostato, tanto da fare dello slogan apparso su un ciclostilato di trent’anni fa il titolo della sua autobiografia politica.

In un centinaio di pagine l’attuale vicepresidente della Camera spiega – ma sarebbe meglio dire “racconta” – il perché del suo impegno nella gestione della cosa pubblica e di come questo servizio possa essere entusiasmante, se sorretto da ragioni adeguate e da una continua e salutare “messa in crisi” dei propri pregiudizi. Lupi narra delle sue origini, del quartiere popolare milanese di Baggio, delle esperienze universitarie e lavorative e ammette anche un po’ di sincere delusioni per qualche carica politica promessa e poi sfumata.

L’aspetto più convincente del volume sta nel tentativo di Lupi di motivare il proprio impegno. L’autore non lo fa solo avvalendosi di qualche citazione atta alla bisogna (c’è il Papa, don Luigi Giussani, poeti e filosofi, ma anche Spiderman), ma soprattutto reperendo nella propria quotidianità quegli exemplum che con maggior chiarezza illuminano l’intenzione di adoperarsi per il «bene comune» (l’espressione è tra le più amate dall’autore). È quindi un concatenarsi di avvenimenti di piccola e grande taglia a fare la stoffa della breve autobiografia. Solo per citarne qualcuno alla rinfusa: la nascita negli anni Ottanta dei centri di solidarietà (il cui slogan – quanto mai adatto alla situazione attuale – era «lavorare tutti, lavorare di più»), l’esperienza nella giunta Albertini, l’idea di costituire in parlamento un Intergruppo per la sussidiarietà, l’incontro coi carcerati della cooperativa Giotto di Padova, le maratone coi colleghi parlamentari. 

Raccontando queste esperienze Lupi dà sostanza al suo “essere un politico”, parola oggi tra le più blasfeme anche a causa dei tristi refrain che fanno della “casta” l’origine di tutti i mali. Per Lupi è diverso: la politica può essere «la più alta forma di carità», per dirla alla Paolo VI, se è in grado di creare spazi, allargare orizzonti, diventare il maggiordomo delle esigenze dei cittadini. Cattiva politica è invece quella che, anche se animata dalle migliori intenzioni, mira a sostituirsi ad essi, limitandone, nei fatti, la libertà.

Bene, ma tutto questo ancora non basta e Lupi lo sa bene. Perché l’autore somma in sé anche altri “peccati”: egli, infatti, è cattolico e berlusconiano. Ma anche su questa sponda, il nostro non si sottrae al confronto: rivendica l’intelligenza e il realismo che la sua fede gli ha suggerito nell’affronto degli impacci quotidiani e rivendica anche l’adesione al partito del presidente del Consiglio, unico ambito oggi in Italia che ancora metta al centro la persona e non lo Stato.

E anche se un certo stile personale del premier non possa ammettere alcuna giustificazione, Lupi non cade nel tranello di non chi con malizia non distingue tra reato e peccato. Anche perché, poi, quel che conta sono gli atti pubblici: tra l’irreprensibile cattolico Prodi che voleva fare i Dico e il viveur Berlusconi che tentò disperatamente di salvare Eluana Englaro, ecco, Lupi non ha dubbi da che parte stare.

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