“Child 44”. Chi è il vero mostro?

Criticato in America, censurato da Mosca, arriva in Italia un film che racconta l’Unione Sovietica post guerra. «Paradiso» per i comunisti, regno della menzogna nella cruda realtà. Dove l’ideologia non è diversa dal peggiore dei criminali

child-44-filmArticolo tratto dal settimanale Tempi in edicola (qui la pagina degli abbonamenti) – «Raisa, sono un mostro?». La domanda a cui l’agente della polizia politica sovietica Leo Demidov, protagonista di Child 44 – Il bambino numero 44, dà libero sfogo solo verso la fine del film, ronza nelle orecchie e nella mente degli spettatori fin dalle prime scene. È più mostruoso un assassino psicopatico che massacra donne e bambini o un regime che costringe il suo stesso popolo a vivere ogni giorno nel terrore di arresti indiscriminati e nella menzogna, consapevole che prima o poi arriverà anche «il nostro turno»? Il limite della pellicola che è uscita il 30 aprile nei cinema italiani – è bene dirlo subito – è l’incapacità del regista Daniel Espinosa di amalgamare e intrecciare in un’unica storia questi due terribili mali. Ma sarebbe ingeneroso bocciare frettolosamente il film tratto dall’omonimo best seller di Tom Rob Smith, assecondando le critiche americane e inglesi, perché la pellicola offre più di quanto non prometta.

child-44-locandinaChild 44 è la storia di un perfetto prodotto del sistema staliniano, l’agente Demidov (Tom Hardy), che si trova suo malgrado coinvolto negli omicidi di uno dei più efferati assassini della storia: Andrej Romanovic Cikatilo, passato alla storia come il “Mostro di Rostov”. Dal 1978 e per 12 anni, il serial killer russo ha ucciso più di 53 persone, tra donne e bambini. È stato arrestato solo nel 1990 e giustiziato nel 1994. Se le ricerche furono tanto lente e inadeguate è per via del clima ideologico che imperava in Unione Sovietica: gli omicidi erano considerati «comuni solo nelle edonistiche nazioni capitaliste», mentre in quel mondo meraviglioso che era il comunismo non potevano avere luogo, visto che «non ci sono crimini in Paradiso». Perché, dunque, dare la caccia a un assassino che non poteva esistere?

Non c’è da stupirsi se la distribuzione è stata proibita in Russia, dove hanno accusato il film prodotto da Ridley Scott di dipingere l’Unione Sovietica come una novella «Mordor», l’oscuro e malvagio paese di Sauron creato da Tolkien nel Signore degli Anelli. Quest’anno Mosca celebra i 70 anni della liberazione della Berlino nazista da parte dell’Armata rossa e Demidov, eroe e mostro, personaggio difficile da incasellare nello schema hollywoodiano “buono/cattivo”, è un orfano che diventa senza particolari meriti eroe di guerra. Dopo una battaglia nella quale non si distingue per coraggio, è a Demidov che viene chiesto di issare la bandiera rossa sul Reichstag a favore di macchine fotografiche e cineprese. La propaganda comunista farà il resto e la sua carriera negli organi più terribili e importanti del regime sarà assicurata.

child-44Come nei libri di Solzenicyn
Ritroviamo così nelle scene seguenti, Demidov agente della polizia sovietica, intento a fare il suo lavoro: applicare alla lettera e senza farsi troppe domande il terrore teorizzato per primo da Lenin. Nonostante il Mostro di Rostov abbia operato negli anni Ottanta, massacrando donne e bambini, il film trasporta i suoi omicidi indietro di circa 30 anni, al 1953, anno della morte di Stalin, narrando solo l’uccisione dei fanciulli. Quando Mosca accusa la pellicola di «inaccuratezza», però, non è a queste licenze cinematografiche che fa riferimento. A dar fastidio è la descrizione dei crimini commessi dalla polizia politica, che però sono tristemente documentati dai testimoni dell’epoca.

Così, quando Demidov e i suoi colleghi arrestano «traditori» in modo indiscriminato, mettono a soqquadro le loro case durante le perquisizioni, estorcono confessioni e nomi di «complici» a suon di torture, li spediscono direttamente nei gulag o alla fucilazione senza processo, sembra di leggere il vivo racconto di Aleksandr Solzenicyn. Il grande dissidente russo, che ha fatto scoprire al mondo la realtà dei lager sovietici, dove è stato imprigionato per sei anni a partire dal 1945 per aver criticato Stalin in una lettera privata, ha vissuto sulla sua pelle la tragedia dell’arresto, dell’interrogatorio e della pena inflitta senza che ci fosse una colpa. Le sue parole sono dunque il modo migliore per descrivere ciò che il film mostra fedelmente: «L’arresto!! Occorre dire che è lo scompiglio di tutta la vostra vita? Che è un vero fulmine che si abbatte su di voi? Che è uno sconvolgimento spirituale inimmaginabile al quale non tutti possono assuefarsi e che spesso fa scivolare nella follia?», scrive in Arcipelago Gulag. «È fatta, siete arrestato. E voi non troverete altro da rispondere che un belato da agnello: “I-io?? Perché??”. Ecco cos’è, l’arresto: un lampo accecante, una folgorazione che respinge istantaneamente il presente nel passato e fa dell’impossibile un presente di pieno diritto». E prosegue: «L’arresto tradizionale è, ancora, quando lo sciagurato è stato portato via e la brutalità d’una schiacciante forza estranea spadroneggia nel vostro appartamento per molte ore. Che sfonda, sventra, strappa quanto è attaccato ai muri, butta per terra il contenuto degli armadi e dei tavoli, scuote, sparpaglia, lacera, montagne di cianfrusaglie per terra e lo scricchiolio sotto gli stivali. Nel corso di una perquisizione nulla è inviolabile. Quando fu arrestato il macchinista di locomotive Inosin, la bara d’un suo bambino appena morto era nella camera. I giuristi gettarono il bambino fuori dalla bara e si misero a cercare anche là dentro».

C’è sempre bisogno di «purgare»
Il film non cita l’esempio di Inosin ma mostra, scena dopo scena, la stessa violenza degli arresti indiscriminati che negli anni dell’Unione Sovietica hanno portato in carcere decine di milioni di persone. È vano criticare il film affermando che nel 1953 la furia degli arresti si stava placando. Infatti, continua Solzenicyn, se è vero che ci furono anni in cui la polizia politica operava con maggiore zelo (1919-1920, ’29-’30, ’37-’38, ’44-’46), non si può negare che la «fiumana» di arresti, «Volga del dolore di un popolo», «si esercitò costantemente» e che «i canali delle prigioni non rimanevano mai vuoti. Il sangue, il sudore e l’urina ai quali eravamo ridotti a forza di essere spremuti vi sgorgavano di continuo».

Il motivo di tanto insensato accanimento è semplice, ed è stato lo stesso Lenin a metterlo nero su bianco nel 1917: c’è sempre bisogno di «purgare la terra russa da ogni sorta di insetti nocivi», perché «in quale quartiere d’una grande città, in quale fabbrica, in quale villaggio non vi sono sabotatori che si definiscono intellettuali?». Demidov e i suoi uomini sono sempre stati convinti che i «traditori» fossero «insetti» e come tali li trattavano. Almeno fino a quando uno dei tanti innocenti arrestati scrive nella lista dei suoi «complici» il nome di Raisa (Noomi Rapace), la moglie di Demidov.

Per testare la sua fedeltà, il maggiore dell’Mgb Kuzmin, interpretato da Vincent Cassel, chiede a Demidov di indagare sulla moglie. Il discorso con cui Kuzmin fa capire al suo sottoposto che, quando si tratta di scovare un «traditore», non bisogna guardare in faccia niente e nessuno, riecheggia la famosa poesia lapidaria di Majakovskij, che non lascia spazio a repliche: «Chi oggi non canta con noi/ è contro/ di noi!». Quando l’ingiustizia del sistema staliniano tocca la vita personale di Demidov, il protagonista comincia a cambiare. Dubita anche di Raisa, investiga su di lei e quando scopre che è innocente, sprofonda in un dilemma: arrestarla, condannandola a morte, oppure opporsi, attirandosi l’ira del sistema.

Lui sa infatti che, come descriveva Solzenicyn, «l’istruttoria non è quasi mai stata fatta per appurare la verità, ma è consistita soltanto in una inevitabile sporca procedura: la persona poco prima libera, a volte fiera, sempre impreparata, doveva essere piegata, trascinata attraverso una stretta conduttura dove i ganci dell’armatura le avrebbero dilaniato i fianchi, dove le sarebbe mancato il respiro, tanto da costringerla a supplicare di uscirne all’altra estremità», dove la avrebbero attesa i gulag. Demidov, per la prima volta, sceglie la verità contro la menzogna, innescando conseguenze imprevedibili. Non solo viene allontanato dalla bella vita che conduceva a Mosca e spedito con la moglie a Volsk, desolato avamposto negli Urali, «una specie di palude sporca, spettrale e inquinata». Ma la sua coscienza sembra diventare sempre più refrattaria alla posticcia verità ufficiale.

Così, quando a Volsk si scontra con il cadavere di un bambino evidentemente assassinato, non può non tornare con la mente a un caso simile che aveva veduto a Mosca. Allora era stato torturato e ucciso il figlio di un agente della polizia politica suo collega, Alexei Andreyev, e proprio a Demidov era stato assegnato l’ingrato compito di andare a spiegargli che, contro tutte le prove raccolte, suo figlio non era stato ucciso ma era morto perché «investito da un treno». Quando il protagonista scopre che negli ultimi anni decine di bambini sono stati assassinati allo stesso modo, non si accontenta più del solito ritornello («Non ci sono crimini in Paradiso»), ma decide di indagare. Il suo tentativo riesce a scuotere anche la coscienza del capo della polizia di Volsk, Mikhail Nesterov, ben interpretato da Gary Oldman, che accetterà di aiutarlo, togliendosi di dosso «la camicia di forza etica ed emotiva» che per tutta la vita era stato costretto dal regime a indossare. La caccia al serial killer Cikatilo (Paddy Considine), come in una specie di battaglia per la redenzione, porta Demidov, Raisa e Nesterov a combattere contro l’Mgb, che nella persona dello spietato Vasili (Joel Kinnaman) pretende di insabbiare tutto.

Child 44 non ha sbancato il botteghino all’estero. Con un cast di tutto rispetto, e 44 milioni di dollari di investimento, finora ne ha incassati meno di quattro, anche se al film non manca nulla: azione, sparatorie, inseguimenti, intrighi politici, storie d’amore. Un punto debole è sicuramente la presenza di qualche scena abborracciata e mal inserita nello svolgimento della trama, difetto forse dettato dalla volontà del regista Espinosa di non escludere nessuna delle belle pagine del romanzo da cui è tratto il film. Ma è una pecca su cui vale la pena sorvolare. Perché di storie capaci di descrivere in modo crudo, realistico e storicamente corretto il dramma quotidiano del popolo russo sotto il regime comunista, non se ne vedono spesso.

Non è un eroe senza macchia
Inoltre, e non è poco, il protagonista non viene ridotto a macchietta: non è il male assoluto, ma neanche il bene incarnato, e non è neppure il cattivo che d’improvviso diventa buono o l’eroe di guerra secondo la propaganda che diventa paladino del popolo martoriato.

Leo Demidov è però la dimostrazione che l’uomo non è destinato a soccombere. Quando la moglie Raisa, dopo aver capito che è intenzionato a scovare il Mostro di Rostov, gli chiede: «Sai cosa ottengono le persone che pretendono la verità da queste parti?». Lui risponde: «Noi siamo già morti». Non esattamente una frase carica di ideali. Ma come ricordava ancora Solzenicyn, forse sarebbe bastato questo disperato sussulto di coscienza o di tragico realismo per evitare al popolo russo la prolungata dominazione sovietica. «Anche in piena epidemia di arresti, quando ognuno dava l’addio alla famiglia uscendo di casa per recarsi al lavoro, perché non poteva avere la certezza di tornare la sera», scrive il grande dissidente, nessuno protestava e tutti si consegnavano in silenzio. Perché? «Ai russi mancò l’amore alla libertà. E, ancora prima di questo, la coscienza della reale situazione. Ci siamo affrettati a sottometterci, ci siamo sottomessi con piacere. Abbiamo semplicemente meritato tutto». Demidov, pur di salvare sua moglie, non si è sottomesso. Ma questo non può bastare a trasformarlo in un eroe senza macchia. E non può impedirgli di rivolgere a se stesso quella domanda che lo stesso assassino di Rostov gli ha suggerito: «Chi è il vero mostro?».