Chiesa e pedofilia: gli appunti di Benedetto XVI una lettura imprescindibile

Qualche assaggio dalla riflessione del Papa emerito sull’emergenza abusi sessuali del clero e sulla crisi della fede. Un testo da studiare

Papa Benedetto XVI con papa Francesco

È quasi inutile sottolineare che la riflessione di Benedetto XVI sulla pedofilia nella Chiesa e sulla crisi della fede a essa legata è la lettura imprescindibile di oggi – e dei giorni a venire, perché quegli «appunti» sono da leggere, rileggere, studiare, meditare.

Il testo integrale in italiano è stato pubblicato in esclusiva nel sito del Corriere della Sera, e sarà proposto in tedesco dal mensile Klersublatt. Il Papa emerito spiega di avere steso queste note in vista della riunione dei presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo che si è tenuta in Vaticano dal 21 al 24 febbraio scorsi, con a tema proprio l’emergenza pedofilia.

La riflessione di Benedetto XVI va assolutamente trattenuta nella sua interezza – su questo ci permettiamo di insistere – anche per superare le riduzioni che prevedibilmente ne verranno presto fatte, ad uso e consumo dei “partiti” attualmente in lotta nella Chiesa, che proprio facendo leva sulla “crisi pedofilia” tentano di creare le tensioni maggiori.

SPRAZZI DI LUCE

Come sempre, infatti, per spiegare in che modo siamo arrivati a questa crisi, Ratzinger esprime con grande coraggio giudizi molto forti e duri sui diversi errori compiuti dal mondo, e dalla Chiesa stessa, rispetto alla concezione dell’uomo e della sua morale, in particolare in questo caso della morale sessuale. Ma accanto a tali giudizi, Benedetto XVI riesce a spiegare con chiarezza e profondità inaudite – anche questa è una sua dote – le ragioni per cui soltanto la fede cristiana è capace di illuminare tutto, compreso il sesso, in modo nuovo e pienamente “umano”. Sono vere e proprie boccate di aria fresca, autentici sprazzi di luce che non bisogna perdere per nessun motivo e per nessuna esigenza “politica”.

Tra parentesi, lo stesso Papa emerito mette in guardia dal rischio (che riguarda perfino i vescovi) di concepire la Chiesa e parlarne soltanto secondo «categorie politiche».

È quasi un delitto, insomma, provare a sintetizzare il testo di Ratzinger, perciò ci limitiamo a segnalare alcuni passaggi più che altro come invito alla lettura.

LA (PRESUNTA) LIBERAZIONE SESSUALE

Benedetto XVI apre le sue diciotto pagine di appunti ricostruendo come tutto abbia avuto inizio negli anni Sessanta e nella violenza provocata dalla cosiddetta “liberazione”, sessuale in particolare, ma morale in generale.

«Della fisionomia della Rivoluzione del 1968 fa parte anche il fatto che la pedofilia sia stata diagnosticata come permessa e conveniente. Quantomeno per i giovani nella Chiesa, ma non solo per loro, questo fu per molti versi un tempo molto difficile. Mi sono sempre chiesto come in questa situazione i giovani potessero andare verso il sacerdozio e accettarlo con tutte le sue conseguenze. Il diffuso collasso delle vocazioni sa­cerdotali in quegli anni e l’enorme numero di dimissioni dallo stato clericale furono una conseguenza di tutti questi processi».

Sempre a partire da quegli anni, prosegue Ratzinger, «si è verifica­to un collasso della teologia morale cattolica che ha reso inerme la Chiesa di fronte a quei processi nella società». La “dittatura del relativismo”, insomma, ha cominciato allora a prendere piede anche tra i cattolici e tra i loro pastori. Emblematico il passaggio in cui il Papa emerito ricorda le reazioni suscitate dal tentativo di san Giovanni Paolo II di arginare la deriva: l’enciclica Veritatis splendor. E notevolissime le osservazioni sulla necessità del martirio.

«Non posso dimenticare che Franz Böckle – allora fra i principali teologi morali di lingua tedesca, che dopo essere stato nominato professore emerito si era ritirato nella sua patria svizzera –, in vista delle possibili decisioni di Veritatis splendor, dichiarò che se l’Enciclica avesse deciso che ci sono azioni che sempre e in ogni circostanza vanno considerate malvagie, contro questo egli avrebbe alzato la sua voce con tutta la forza che aveva. Il buon Dio gli risparmiò la realizzazione del suo proposito; Böckle morì l’8 luglio 1991. L’Enciclica fu pubblicata il 6 agosto 1993 e in effetti conteneva l’affermazione che ci sono azioni che non possono mai diventare buone. Il Papa era pienamente consapevole del peso di quella decisione in quel momento e, proprio per questa parte del suo scritto, aveva consultato ancora una volta esperti di assoluto livello che di per sé non avevano partecipato alla redazione dell’Enciclica. Non ci poteva e non ci doveva essere alcun dubbio che la morale fondata sul principio del bilanciamento di beni deve rispettare un ultimo limite. Ci sono beni che sono indisponibili. Ci sono valori che non è mai lecito sacrificare in nome di un valore ancora più alto e che stanno al di sopra anche della conservazione della vita fisica. Dio è di più anche della sopravvivenza fisica. Una vita che fosse acquistata a prezzo del rinnegamento di Dio, una vita basata su un’ultima menzogna, è una non-vita. Il martirio è una categoria fondamentale dell’esistenza cristiana. Che esso in fondo, nella teoria sostenuta da Böckle e da molti altri, non sia più moralmente necessario, mostra che qui ne va dell’essenza stessa del cristianesimo».

L’AFFONDO SUI SEMINARI

La «dissoluzione dell’autorità dottrinale della Chiesa in materia morale», continua Benedetto XVI, «doveva necessariamente ripercuotersi anche nei diversi spazi di vita della Chiesa». E dal momento che la riflessione è destinata ai presidenti delle conferenze episcopali, il successivo affondo del Papa emerito è sulla vita nei seminari. A questo proposito ci si può attendere che farà parecchio scalpore la rivelazione, tanto clamorosa quanto apparentemente “pacifica” nella formulazione ratzingeriana, del fatto che

«in diversi seminari si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima».

I dettagli di questo capitolo saranno sicuramente riproposti in molte salse (per esempio l’aneddoto secondo cui «in non pochi seminari, studenti sorpresi a leggere i miei libri venivano considerati non idonei al sacerdozio»). Così come sarà di certo molto citato, e usato in modo contundente, il giudizio contro il diffondersi di un certo «garantismo» nei confronti dei membri del clero accusati di abusi sessuali. Garantismo a causa del quale, ricorda il Papa emerito, «le condanne divennero quasi impossibili».

Sempre per restare alle parti più sorprendenti e illuminanti del testo, qui invece sottolineiamo il seguente paragrafo, perché il concetto che vi è espresso appare essere la vera ragione delle riforme nella direzione della “tolleranza zero” volute o suggerite da Ratzinger prima negli anni da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e poi in quelli di pontificato.

«Di fronte all’estensione delle colpe di pedofilia, viene in mente una parola di Gesù che dice: “Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare” (Mc 9,42). Nel suo significato originario questa parola non parla dell’adescamento di bambini a scopo sessuale. Il termine “i piccoli” nel linguaggio di Gesù designa i credenti semplici, che potrebbero essere scossi nella loro fede dalla superbia intellettuale di quelli che si credono intelligenti. Gesù qui allora protegge il bene della fede con una perentoria minaccia di pena per coloro che le recano offesa. Il moderno utilizzo di quelle parole in sé non è sbagliato, ma non deve occultare il loro senso originario. In esso, contro ogni garantismo, viene chiaramente in luce che è importante e abbisogna di garanzia non solo il diritto dell’accusato. Sono altrettanto importanti beni preziosi come la fede. Un diritto canonico equilibrato, che corrisponda al messaggio di Gesù nella sua interezza, non deve dunque essere garantista solo a favore dell’accusato, il cui rispetto è un bene protetto dalla legge. Deve proteggere anche la fede, che del pari è un bene importante protetto dalla legge. Un diritto canonico costruito nel modo giusto deve dunque contenere una duplice garanzia: protezione giuridica dell’accusato e protezione giuridica del bene che è in gioco. Quando oggi si espone questa concezione in sé chiara, in genere ci si scontra con sordità e indifferenza sulla questione della protezione giuridica della fede. Nella coscienza giuridica comune la fede non sembra più avere il rango di un bene da proteggere. È una situazione preoccupante, sulla quale i pastori della Chiesa devono riflettere e considerare seriamente».

QUINDI CHE FARE?

Semplicemente spettacolare la parte terza della riflessione di Benedetto XVI, dove il Papa emerito indica le “prospettive”, e cioè il “che fare” davanti a questa crisi devastante. Il punto, spiega Ratzinger, non è rifare la Chiesa e rifarla perfetta, ma affidarsi all’amore di Dio. Ribadiamo, è tutto da leggere.

Un assaggio per invogliare. Perché Dio?, si chiede Ratzinger. Perché è necessario non sottovalutare Dio, a partire dal semplice fatto della sua Sua esistenza? Perché «un mondo senza Dio», dice, non può che essere senza senso, e quindi violento. Ultimamente è in questa verità che va ricercata la radice del male degli uomini, compresi gli abusi sessuali nei confronti dei bambini e dei giovani.

«[Un mondo senza Dio] in qualche modo ci sarebbe e basta, e sarebbe privo di qualsiasi fine e di qualsiasi senso. Non vi sarebbero più criteri del bene e del male. Dunque avrebbe valore unicamente ciò che è più forte. Il potere diviene allora l’unico principio. La verità non conta, anzi in realtà non esiste. Solo se le cose hanno un fondamento spirituale, so­lo se sono volute e pensate – solo se c’è un Dio creatore che è buono e vuole il bene – anche la vita dell’uomo può avere un senso. […] Quando in una società Dio muore, essa diviene libera, ci è stato assicurato. In verità, la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché viene meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. La società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano. In alcuni punti, allora, a volte diviene improvvisamente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo. È il caso della pedofilia».

Discende da qui secondo Benedetto XVI l’importanza di «proteggere dall’abuso il dono della Santa Eucaristia»: altro passaggio che va letto e compreso a ogni costo, dove viene spiegato con incredibile semplicità come la crisi della fede abbia davvero origine nella perdita della centralità del sacramento.

COME SALVARE LA CHIESA

Non meno chiarificatore, infine, il punto conclusivo, dove il Papa emerito illustra – anche con citazioni molto suggestive, da Giobbe all’Apocalisse – le ragioni per cui «l’idea di una Chiesa migliore creata da noi stessi», tentazione assai forte di fronte allo scandalo degli abusi sessuali, «è in verità una proposta del diavolo con la quale vuole allontanarci dal Dio vivo, servendosi di una logica menzognera nella quale caschiamo sin troppo facilmente». Ultimo assaggio, sempre per invitare alla lettura:

«Gesù stesso ha paragonato la Chiesa a una rete da pesca nella quale stanno pesci buoni e cattivi, essendo Dio stesso colui che alla fine dovrà separare gli uni dagli altri. Accanto c’è la parabola della Chiesa come un campo sul quale cresce il buon grano che Dio stesso ha seminato, ma anche la zizzania che un “nemico” di nascosto ha seminato in mezzo al grano. In effetti, la zizzania nel campo di Dio, la Chiesa, salta all’occhio per la sua quantità e anche i pesci cattivi nella rete mostrano la loro forza. Ma il campo resta comunque campo di Dio e la rete rimane rete da pesca di Dio. E in tutti i tempi c’è e ci saranno non solo la zizzania e i pesci cattivi ma anche la semina di Dio e i pesci buoni. Annunciare in egual misura entrambe con forza non è falsa apologetica, ma un servizio necessario reso alla verità».

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