Chi uccise Fabrizio Quattrocchi non era un terrorista

Nove anni dopo l’uccisione del contractor italiano in Iraq, la Corte d’Assise di Roma non è riuscita a provare il legame che i due iracheni avrebbero avuto con gruppi eversivi e terroristici

Chi il 14 aprile del 2004 sparò alla testa di Fabrizio Quattrocchi, il contractor italiano rapito in Iraq assieme a tre suoi colleghi, non era un terrorista. Lo ha spiegato la Corte d’Assise di Roma, trasmettendo le motivazioni della sentenza relativa ad Ahmed Hillal Qubeidi e Hamid Hillal Al Oubeidi, i due responsabili del rapimento che furono poi catturati dalle forze armate statunitensi durante il blitz che portò alla liberazione di Maurizio Agliana, Salvatore Stefio e Umberto Cupertino, gli altri agenti privati detenuti assieme a Quattrocchi. Non è comprovato il legame che i due iracheni avrebbero avuto con gruppi eversivi e che quindi l’azione avesse avuto finalità terroristiche, è il motivo dell’assoluzione. il pm ha presentato ricorso.

LA MEDAGLIA DI CIAMPI. La decisione è destinata a far discutere, perché mina l’evidenza della cronaca di quei fatti, accaduti ormai 9 anni fa ma ancora ben chiari nella testa di tanti italiani: per 58 giorni i quattro contractors furono tenuti in ostaggio da un gruppo che si chiamava “Brigate dei muhajeddin” o “falangi verdi”, che rilasciarono anche un video in cui assicuravano il rilascio degli italiani qualora il Governo Berlusconi avesse ritirato le truppe impegnate in Iraq nella missione “Antica Babilonia”. Quattrocchi fu l’unico ad essere ucciso, freddato con un colpo alla nuca in diretta video, dove si sentono le sue ultime parole: «Vi faccio vedere come muore un italiano». Dopo quei fatti il presidente della Repubblica Ciampi gli conferì la Medaglia d’Oro al valor civile: «Di un brutale atto terroristico rivolto contro l’Italia, con eccezionale coraggio ed esemplare amor di Patria, affrontava la barbara esecuzione, tenendo alto il prestigio e l’onore del suo Paese».

I RIFERIMENTI AD AL QAEDA E NASSIRIYA. Parole che però non trovano paralleli nelle motivazioni dell’assoluzione. Non sono state ascoltate le richieste del pubblico ministero, che per i due uomini chiedeva 25 anni di carcere per finalità terroristiche. I giudici della prima Corte d’assise hanno espresso dubbi sul fatto che «quella pur grave azione delittuosa potesse avere una efficacia così destabilizzante da poter disarticolare la stessa struttura essenziale dello Stato democratico». Non è stato nemmeno ritenuto valido quanto riferito da Stefio, che testimoniava di aver sentito più volte, durante la prigionia, uno dei rapitori parlare di Al Qaeda, spiegando di aver preso parte anche all’attentato contro la base italiana di Nassiriya. Tutte queste, si legge nella motivazione, sarebbero state  «semplici vanterie dirette ad accrescere il timore delle vittime».