Che cosa dimenticano i fan delle canne libere

Parlamentari italiani e francesi vogliono curare l’economia post Covid con la legalizzazione della cannabis. Un’idea trita e ritrita che non funziona (anzi)

Facciamoci le canne: la scorsa settimana cento parlamentari, per la maggior parte deputati e senatori grillini, hanno firmato un appello per la legalizzazione della cannabis e per chiedere al presidente del Consiglio Giuseppe Conte di discutere questa formidabile opportunità di indotto agli Stati generali. «Se guardiamo a ciò che sta succedendo negli Stati Uniti e in Canada – ha spiegato il primo firmatario Michele Sodano, deputato M5s, a ilfattoquotidiano.it – si è fatto emergere un indotto economico spaventoso» e secondo le proiezioni degli analisti della Prohibition Partners, se in tutti i paesi dell’Europa fosse legale avremmo «un mercato pari a 123 miliardi di euro entro il 2028».

ADESSO SI CHIAMA «GREEN ECONOMY»

L’idea è trita e ritrita, strappare «un business miliardario alle mafie», il proibizionismo «ha fallito», iniziamo a ragionare «in maniera responsabile per regolare il settore». Così ci intascheremmo 10 miliardi di euro facili facili: lo afferma lo studio del professor Marco Rossi della Sapienza che calcola 2 miliardi di risparmio dall’applicazione della normativa di repressione e 8 di nuovo gettito fiscale, per non parlare dei 350 mila nuovi posti di lavoro nella filiera agricola. Secondo i firmatari «vanno altresì considerati i risparmi legati alla diminuzione dei reati, con il conseguente alleggerimento del lavoro dei tribunali e un generale miglioramento del sistema penitenziario, sia per gli operatori che per i detenuti». Il 25 giugno ci sarà una manifestazione a Montecitorio in occasione dell’uscita dell’undicesima edizione del Libro bianco sulle droghe e per dire basta alle lotte ideologiche «dobbiamo essere concreti e scientifici – è ancora Sodano – pensando alle possibilità che si aprirebbero anche in tema di green economy».

In Francia, guidati da François-Michel Lambert, deputato per Bouches-du-Rhône, una falange che aggrega una sessantina di parlamentari di ogni schieramento e medici ritiene che la legalizzazione della cannabis sia una delle soluzioni nel mondo «dopo Covid 19». L’appello, pubblicato dall’Obs, invita a finirla con le politiche proibizioniste degli anni Settanta e a riconsiderare «il problema della dipendenza e del ruolo della cannabis in periodo di lockdown e di crisi sanitaria», «la legalizzazione permetterebbe di alleviare il lavoro delle forze dell’ordine di oltre 120.000 arresti annuali per semplice consumo e più di un milione di ore di lavoro delle stesse forze dell’ordine» e «di far rientrare ogni anno nelle casse dello Stato tra 2 e 2,8 miliardi di euro e questo dovrebbe creare tra 30.000 e 80.000 posti di lavoro, essenzialmente nel settore agricolo».

IL TWEET FACILE DI MUSK

Intanto su Twitter Elon Musk dopo aver avvisato i suoi 35 milioni di follower («ora dirò qualcosa che probabilmente mi metterà nei guai»), ha cinguettato: «La vendita di erba è passata da un grande crimine a un business essenziale (aperto durante una pandemia) in gran parte dell’America e tuttavia molti sono ancora in prigione. Non ha senso, non è giusto», riferendosi al fatto che in alcuni stati, tra cui California, Colorado, Illinois, Michigan e Vermont, le imprese di marijuana sono state autorizzate a rimanere aperte durante il lockdown in quanto «attività essenziali». Non sa, o finge di non sapere, l’ad di Tesla che oltre dieci stati hanno già eliminato l’incarcerazione per i trasgressori in possesso di marijuana, seconda droga meno trafficata in America: i dati del National Centre for Drug Abuse Statistics spiegano infatti che solo l’1,3 per cento delle condanne federali per droga registrate nel 2019 era per possesso specifico di marijuana, condanne con una durata inferiore all’anno.

Tuttavia per i sostenitori della cannabis libera il suo supporto serve alla causa quanto quello di Mike Tyson che ha appena annunciato di puntare a espandere il business miliardario del suo ranch californiano – dove coltiva 40 acri di cannabis ricreativa e medicinale, insieme a prodotti di canapa e Cbd con tanto di negozi, alloggi, campeggi , anfiteatro e una Tyson University dedicata all’erba – ad Antigua, dove sogna di avviare un centro benessere per la cura delle malattie a base di cannabis. Non si capisce come la nuova classe di capitalisti dell’erba favorirebbe l’accettazione sociale (l’ex campione di boxe ha anche affermato candidamente di fumare «circa 40 mila dollari di marijuana al mese»), ma tant’è: all’aumentare dei testimonial e dei favorevoli alla legalizzazione non corrisponde affatto un aumento degli affari né a una decrescita del mercato illegale. Tutt’altro.

IL FLOP DEI «PAESI MODELLO»

Come aveva già scritto un ottimo Massimo Gaggi sul Corriere, ripreso da tempi.it qui), nei paesi “modello” più citati dai parlamentari italiani e francesi, ovvero Canada e Stati Uniti, il business dell’oro verde si sta rivelando una voragine: 35 miliardi di dollari è l’ammontare dei soldi andati in fumo per chi ha creduto nell’utopia di spazzare via il crimine dando vita a un settore che produce lavoro ed entrate fiscali. Tanto in Canada quanto negli Usa, il racket prolifica abbassando i costi, godendo degli effetti della decriminilizzazione e dell’elevata tassazione: «Risultato: negozi costretti a pagare molto per la loro licenza e che vendono un prodotto legale altamente tassato devono imporre prezzi che a volte sono addirittura un multiplo di quelli del mercato nero».

TRA PARENTESI, LA DROGA FA SEMPRE MALE

Si aggiungano i dati sulla corsa ad investire nel settore: nei magazzini canadesi oggi c’è marijuana a sufficienza per soddisfare quasi due anni e mezzo della domanda registrata finora e i produttori si preparano a una gara al ribasso per smaltire le riserve accumulate; l’Oregon ha invece denunciato scorte sufficienti per i prossimi sei anni. Quanto al mantra della salute, parallelamente alla legalizzazione dell’uso ricreativo di marijuana sono aumentati omicidi, aggressioni violente e incidenti stradali, nonché gli studi scientifici che attestano né più né meno che «la marijuana danneggia i giovani cervelli», associandone l’uso a declino neuropsicologico, ansia e depressione, e all’esposizione a rischi di gran lunga superiori a quelli di 20 o 30 anni fa perché «la marijuana ora è molto più potente». E a poco servirebbe l’imposizione di un limite in base all’età del consumatore o alla quantità di principio attivo: alla tanto citata criminalità non basterebbe altro che spostare i propri affari al di là del limite consentito.

Ci sarebbero poi, pubblicati e ignorati da quasi tutte le testate, i dati contenuti nella Relazione al Parlamento sullo stato delle varie dipendenze in Italia del Dipartimento per le Politiche antidroga della presidenza del Consiglio. Qui emerge un’altra pandemia: quella del consumo di droga (basti citare gli oltre 870 mila studenti italiani) e dei costi della legalizzazione delle cosiddette droghe “leggere” che leggere non sono affatto (qui un abstract della relazione): 7.452 ricoveri ospedalieri droga-correlati; più 12 per cento delle violazioni contestate per guida sotto effetto di sostanze psicoattive, 1.893 feriti e 40 vittime di incidenti; 1.810.433.498 euro i costi dell’assistenza sanitaria per le tossicodipendenze tra servizi pubblici, comunità terapeutiche, assistenza ospedaliera. Pochi rispetto alle «possibilità che si aprirebbero anche in tema di green economy». Ma abbastanza per chiedersi che cosa ci si fumi a certe latitudini parlamentari per promuovere la pandemia psicoattiva come panacea economica di quella sanitaria.

Foto Ansa