Chi l’avrebbe detto. La Champions League è rinata a settant’anni

Di Sandro Bocchio
29 Settembre 2025
Altro che Superlega. Nonostante le diffidenze iniziali la nuova formula della Coppa Campioni ha moltiplicato spettacolo, soldi e big match. E dà la possibilità alle piccole di sgambettare le grandi
Il trofeo della UEFA Champions League esposto prima del sorteggio della fase a gironi della UEFA Champions League al Grimaldi Forum di Monaco
Il trofeo della UEFA Champions League esposto prima del sorteggio della fase a gironi al Grimaldi Forum di Monaco, lo scorso 28 agosto 2025 (foto Ansa)

Rinascere a settant’anni. È quanto successo alla Champions League, il solo torneo che stimola i giocatori e appassiona i tifosi. Altro che Mondiale per club… La passata stagione ha vissuto un restyling decisivo, reso obbligatorio dalla forza dei soldi. Quelli che vantava di avere la Superlega, nata e naufragata nel giro dei 48 ore nel 2021. Quelli necessari per sostenere ancor più gli sforzi finanziari delle società, protagoniste degli spettacoli che richiamano il pubblico allo stadio e, soprattutto, davanti alla tv: ovvero, chi investe (e tanto) per garantirsi l’esclusiva dei diritti e i contratti degli sponsor. Servono grandi interpreti per alimentare lo show, li hai se paghi.

Le grandi squadre, i soldi, lo show

Una prospettiva totalmente diversa da quella di chi, a metà anni Cinquanta, ha l’idea di un torneo per stabilire chi fosse il più forte nel calcio europeo. Lo si deve all’abituale autoreferenzialità inglese. Il 13 dicembre 1954 il Wolverhampton batte 3-2 in amichevole la formidabile Honved Budapest. Il Daily Mail li definisce «i nuovi campioni del mondo», affermazione indigesta ai vicini francesi. Il giornalista Gabriel Hanot replica sull’Équipe: «Prima di dichiarare che il Wolverhampton è imbattibile, lasciamo che vada a Mosca e Budapest. Bisognerebbe lanciare un campionato mondiale per club, o almeno uno europeo, più grande, significativo e prestigioso della Coppa Mitropa». Lo stesso quotidiano sportivo si mette all’opera per organizzarlo, poi entrano in gioco Fifa e Uefa, inizialmente contrarie.

Nel 1955-56 nasce la Coppa dei Campioni, con partite secche di andata e ritorno e finale in gara unica. Sono invitate 16 squadre, neppure tutte campioni nei rispettivi tornei. C’è il Saarburcken (eliminato subito dal Milan), oggi città tedesca ma all’epoca rappresentante del Protettorato anglo-francese della Saar. E non ci sono gli inglesi. Il Chelsea ha vinto il campionato, la Football Association lo invita a rinunciare, per non distrarsi dalle competizioni interne. La coppa va al Real Madrid, vincitore delle prime cinque edizioni, dalla seconda vi prendono parte solo i campioni nazionali.

Come è cambiata nel tempo la Champions League

Il torneo non cambia volto fino al 1991-92, quando l’Uefa decide un nuovo format, con più partite. Sono quelle garantite dai gironi, familiari fino alla passata stagione, quella della grande rivoluzione. Una rivoluzione annunciata in un caldissimo aprile 2021, quando 12 club capeggiati dal Real (Juventus, Inter, Milan, le due Manchester, Liverpool, Chelsea, Tottenham, Arsenal, Barcellona e Atletico Madrid) lanciano la Superlega: un torneo con i 12 sempre presenti e altri ammessi di volta in volta. Un progetto presentato in maniera arrogante ed esclusiva, privo di realtà come Paris Saint-Germain e Bayern Monaco, subito avversato da tifosi e Uefa e presto privo della gamba inglese, visto che la Premier League lo vedeva come un concorrente diretto.

Dalle sue macerie, il lunedì 19 dello stesso mese nasce la Champions allargata a 36 squadre, con la fase campionato che abbiamo conosciuto con qualche diffidenza e che occupa da martedì a giovedì le settimane dei tifosi.

Luis Enrique, allenatore del Paris Saint-Germain, solleva il trofeo della Champions League circondato dai suoi giocatori dopo la vittoria in finale contro l’Inter, il 31 maggio 2025. È la prima edizione della Champions con la nuova formula (foto Ansa)

Grandi incassi, più big match e (un po’ di) meritocrazia

La diffidenza nasceva dalla poca chiarezza del meccanismo, divenuto familiare man mano che il torneo procedeva e rivelatosi indovinato per rivitalizzare la coppa dal punto di vista sportivo, come evidenziato da due aspetti: i big-match subito in cartellone e un’ultima giornata della prima fase in cui appena due partite erano ininfluenti per la classifica, resa appassionante dalla contemporaneità di 18 incontri. Un aspetto che ha soddisfatto la sete di spettacolo dei tifosi e quella di introiti da parte dei club, che si sono divisi 2 miliardi e mezzo di euro in premi Uefa: dai 145 milioni del Psg vincitore ai 23 dello Slovan Bratislava ultimo.

Un montepremi cui aggiungere gli incassi, aumentati grazie anche a due partite in più di un calendario prolungatosi fino a gennaio. L’Inter, per esempio, ha portato a casa 50 milioni al botteghino, con il record dei 14,7 per la semifinale con il Barcellona. E quanto conti esserci lo dimostra il Milan. Lo scorso anno ottenne 60 milioni dall’Uefa, pressapoco quanto incassato dal City per la cessione di Tijjani Reijnders, necessaria per sostenere il bilancio.

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Ed è una Champions che premia ancora il merito. Se il Psg dovette passare dagli spareggi prima di approdare alla finale in cui travolse l’Inter, quest’anno ci ha già pensato il Qarabag a scuotere una nobile come il Benfica: dopo il ko interno in rimonta alla prima giornata ha licenziato Bruno Lage per chiamare José Mourinho. Qarabag, Azerbaigian. Un club e una nazione che quelli del Real Madrid e della Superlega, nel 2021, manco sapevano dove fossero.

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