La cerimonia di apertura dell’anno scolastico al Quirinale e quegli squilli di campanella anche per le paritarie

Tutti a scuola, dunque, in tutte le scuole, e ritrovo la fierezza dei nostri costituenti che hanno reso l’Italia pioniera in Europa in questo diritto. Incompiuto.

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Sono qui nel bel cortile della Casa degli Italiani: bellezza architettonica e vitalità giovanile si armonizzano a vicenda. I pensieri sono ravvivati da quello che vedo; T-shirt “parlanti” mi passano sotto gli occhi: “la scuola è aperta a tutti” art. 34 della Costituzione italiana.

Tutti a scuola, dunque, in tutte le scuole, e ritrovo la fierezza dei nostri costituenti che hanno reso l’Italia pioniera in Europa in questo diritto. Incompiuto.
Difficile cambiare i vizi italiani: si resta come incatenati a quei “whispers” dei nostri Palazzi, magari gonfi di saggezza, ma quando a questi si dà voce piena – parità, libertà, pluralismo, costo standard -, il Palazzo trema dalle fondamenta e… le poltrone sono a rischio – semmai fossero proprio così comode. Il vero rischio è la paralisi del sistema.
Sono qui, aspettando l’apertura della cerimonia, e osservo i volti stanchi di direttori generali, segretari, cerimonieri che avranno certamente alla spalle settimane di lavoro (comprese le notti); ma di questi sherpa di palazzo non parlerà nessuno, perché di certo non fa scoop chi lavora affinché tremila ragazzi possano godere la sobria bellezza di una cerimonia che parla di scuola e parla alla scuola tutta. Non avranno una prima pagina e neppure una notizia di apertura al Tiggì perché, forse, a quelli dello spacco-tutto-ma-lungi-da-me-ricostruire interessano l’onorevole che dorme in aula, il sottosegretario che legge il giornale o le divise degli uscieri nuove di zecca.
E allora ben vengano cerimonie come quella di oggi che non sono certamente “una gran perdita di tempo e di denaro” – come qualcuno dei disfattisti nostrani bisbigliava – bensì occasione perché tutti gli studenti ritrovino la storia italiana, la fierezza di appartenervi, attraverso una nuova cultura sana che guardi alla scuola e alla famiglia come luogo di libertà al servizio della societas; altrimenti saremo sempre schiavi dell’ideologia da un canto e del disfattismo dall’altro.

La scuola deve favorire i talenti e i campioni. Qui tremila ragazzi ascoltano musica, i loro beniamini, i campioni dello sport italiano e assaporano la bellezza di una vittoria pulita.
La nostra scuola italiana scelse tanti anni fa di abbandonare le classi differenziate e favorire l’integrazione con un’accoglienza totale degli allievi disabili: lo ha ricordato il direttore dei giochi para-olimpici. Difficile non pensare ai bambini diversamente abili discriminati due volte insieme alle loro famiglie per una libertà di scelta educativa negata: né la scuola né il sostegno. Ma le tasse si pagano. L’inno d’Italia cantato dai tremila ragazzi in piazza non può non aver fatto assaporare la fierezza di appartenere ad un paese che ha saputo liberarsi. Forse non del tutto.

“Voi siete la comunità dove si possono superare le divergenze e non possiamo rassegnarci”. Il ministro Stefania Giannini dice grazie a tutti: studenti, docenti, famiglie, “in cui ognuno si dedica all’altro”; parla della sfida educativa che guarda alla scuola come a un paracadute: funziona se si apre. Altrimenti… nulla più funziona. Applauso.
“Il nostro sistema di istruzione ha ancora delle insufficienze gravi, ma se poi escono fuori dei cervelli da tutta la scuola, statale e non statale, vuol dire che la scuola è una possibilità di riscatto”. Debole applauso.
Eppure c’è una sola e unica scuola, pubblica, cioè per tutti, che deve diventare buona attraverso il patto tra le Istituzioni e la Famiglia, che deve scegliere. Nel Documento, al capitolo  sull’Autonomia, a pag. 65 si legge, col gusto del buon senso: (si propone) «un modello di valutazione che renda giustizia al percorso che ciascuna scuola intraprende per migliorarsi e allo stesso tempo costituisce un buono strumento di lettura a chi è esterno alla scuola. Il Sistema Nazionale di Valutazione sarà reso operativo dal prossimo anno scolastico per tutte le scuole pubbliche, statali e paritarie». In una virgola e tre aggettivi stanno le speranze di giustizia per chi sa di dover esercitare un diritto di scelta, consapevole e incontrovertibile. E basato su risultanze concretissime, terra terra, fatte di numeri.

Non deve sfuggire una perla preziosa, nascosta nel riquadro azzurrino a pag. 67, che riguarda l’attenzione dovuta al bilancio, da parte del cittadino intelligente: il bilancio di previsione e conto consuntivo deve riportare la descrizione analitica dell’impiego delle risorse provenienti da Stato, Enti locali, famiglie e privati… il tutto in rapporto al risultato finale, cioè l’alunno, il figlio come la famiglia lo sogna. Si dovrà riflettere, e molto, sui numeri e sul lavoro svolto. Il cittadino non deve mollare, anche per accertarsi che si verifichi la condizione vitale di certezza di risorse e procedure semplificate – e forse non solo in rapporto alle scuole pubbliche paritarie, a cui il patto del Governo fa esplicito riferimento. Di burocrazia amministrativa, infatti, muore anche la scuola pubblica statale.
L’evento di oggi dovrebbe suscitare almeno due interrogativi in chi ha “aperto il paracadute”: se i tremila della Casa hanno tutti potuto scegliere la buona scuola; se la buona scuola ha diritto di esistere. Dalle risposte dipende la campanella finale.

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