Centrafrica. Mattoni più forti della guerra e frati forti come mattoni

Che il Centrafrica, dopo ormai cinque anni di guerra e molti di più di malgoverno, sia un paese da ricostruire ā o, più onestamente, da costruire per la prima volta ā lo dicono tutti. Sul come questa ricostruzione debba iniziare, e da dove sia meglio partire, le opinioni si sprecano. CāĆØ poi chi si ostina a continuare la guerra, distruggendo quel poco che si era costruito in quasi sessantāanni dāindipendenza. Per fortuna cāĆØ anche chi si ostina a credere che il paese non sia condannato alla guerra e che sia possibile, discretamente e con determinazione, costruire piccoli cantieri di pace e di speranza.
Uno di questi cantieri ĆØ nato, diversi mesi fa, proprio qui al Carmel di Bangui. Si tratta di un piccolo sogno che coltivavamo da anni e che, grazie ad alcune fortunate coincidenze, e allāaiuto di diverse persone, siamo finalmente riusciti a realizzare. Se cāĆØ un paese da costruire ā ci siamo chiesti ā perchĆ© non provare a produrre mattoni? Mattoni veri, mattoni nuovi, mattoni forti, più forti della guerra.
Lāacquisto dei macchinari ā e lāavvio della produzione ā ĆØ stato possibile grazie al contributo dellāassociazione francese āUn P.A.S. avec les FrĆØres Jaccardā (fondata da due fratelli sacerdoti, uno dei quali scomparso recentemente, ex missionari tra i lebbrosi del Camerun) e a un finanziamento della Conferenza episcopale italiana, grazie ai fondi donati tramite lā8xmille alla Chiesa cattolica.
I macchinari sono arrivati direttamente dal Sudafrica e dal Congo ĆØ arrivato James, un ingegnere-formatore, che ha insegnato a una trentina di operai come produrre i mattoni. Non si tratta, infatti, di mattoni comuni, ma di nuova concezione. In Centrafrica i mattoni sono normalmente di argilla (seccati al sole o cotti in forni artigianali) oppure in cemento e sabbia. I mattoni del Carmel sono invece āhydraformā. Si tratta di mattoni composti al 46% di argilla, un altro 46% di sabbia e infine un piccolo 8% di cemento e un poā dāacqua. I mattoni sono semplicemente pressati da due pistoni, poi innaffiati per una settimana e, senza essere cotti in nessun forno, sono pronti allāuso. Questi mattoni sono resistenti allāacqua e particolarmente forti: possono sopportare una pressione di cinque atmosfere e mezzo. Sono inoltre autobloccanti e quindi, in fase di costruzione, non richiedono malta.
Neppure i pilastri sono necessari. E sono cosƬ belli da vedere che si può evitare lāintonaco. Insomma: una sorta di Lego di argilla rossa e sabbia di fiume! Nelle foto in allegato potete vedere alcune immagini della produzione e della prima costruzione che stiamo realizzando, una scuola agricola (un altro sogno del quale vi parlerò più in dettaglio unāaltra volta). Questi mattoni sono destinati alle costruzioni delle nostre missioni, ma anche alla vendita. Forse non ci crederete, ma il nostro primo cliente ĆØ stato niente poco di meno che papa Francesco. Da alcuni mesi ā in seguito ad un esplicito desiderio del Papa, dopo la sua visita in Centrafrica nel 2015ā ĆØ in corso a Bangui la costruzione di un centro per i malnutriti. I lavori sono seguiti dalla Nunziatura Apostolica e un piccolo edificio ĆØ stato realizzato proprio con i mattoni prodotti al Carmel. Come primo cliente, quindi, non cāĆØ male!
QuestāattivitĆ ha per noi un doppio valore simbolico. Innanzitutto ĆØ per noi un piccolo e concreto contributo nellāopera di ricostruzione del paese. Tale ricostruzione passa, anche se non solo, attraverso la creazione di luoghi di formazione come appunto vorrebbero essere il cantiere della produzione dei mattoni e la scuola agricola. Inoltre, la maggior parte degli operai che hanno partecipato alla formazione ā e ora producono mattoni o lavorano sul cantiere ā sono ex profughi del Carmel.
Un giorno, mentre facevo alcune foto agli operai, durante la produzione, si avvicina Bodelò, un giovane di ventāanni, con giĆ due figli da mantenere. Tutto fiero solleva tra le sue mani un mattone appena nato tra le sue mani. Quasi non crede che sia stato capace di produrre qualcosa di cosƬ bello e cosƬ forte. E, ben consapevole che non le armi, ma solo la buona volontĆ sradicherĆ miseria e guerra dal suo paese, māinforma del suo grande progetto per il futuro: Ā«Mbi ye ti ga maƧon! Voglio diventare muratore!Ā». Lāora della costruzione di un nuovo Centrafrica, al Carmel, ĆØ ormai suonata.
CāĆØ poi un secondo valore simbolico. Quando i primi missionari francesi arrivarono in Centrafrica, a fine Ottocento, una delle prime attivitĆ installate nelle missioni erano delle fornaci per la cottura dei mattoni con i quali costruirono chiese, case, scuole, dispensari e cattedrali⦠Dopo più di un secolo la nostra comunitĆ riprende discretamente questāattivitĆ , collegandoci simbolicamente a questi antichi missionari.
Nel frattempo il sottoscritto ha raggiunto la vetta dei quarantāanni, venti dei quali vestito da frate e dieci di questi venti in questāangolo di paradiso situato, più o meno, allāincrocio tra il 4° parallelo a nord dellāequatore e il 18° meridiano a est di Greenwich. Pare che la crisi dei quarantāanni non risparmi neppure i frati e che il bisogno di paternitĆ , anche per chi ha liberamente scelto di non avere figli, si faccia prepotente. Una leggenda conventuale, che mi ĆØ stata trasmessa da un carissimo amico francescano, narra che questa crisi possa essere risolta in quattro modi. CāĆØ chi inizia ad avere veramente dei figli, chi scrive libri, chi costruisce chiese o cose del genere. Oppure (e questa ĆØ la quarta e la migliore soluzione) chi scopre tutta la bellezza e la responsabilitĆ della paternitĆ spirituale.
Per quanto riguarda i figli, posso dire di esserci andato molto vicino quando in convento, durante la guerra, nascevano bambini quasi a decine. Quanto a libri ā a parte questi notiziari tanto attesi dai miei venticinque lettori ā non ne ho scritti. Quanto a costruzioni, se Dio e voi mi aiuterete, confesso che una chiesa mi piacerebbe tanto costruirla, dal momento che le nostre affollate celebrazioni domenicali si svolgono sotto un hangar con un tetto in lamiera e un pavimento di terra battuta.
Quanto a paternitĆ spirituale il Signore ha invece superato ogni mia previsione regalandomi la gioia e lāopportunitĆ di accompagnare i primi passi nella via religiosa di ormai decine di giovani. Mettere al mondo un frate ĆØ tanto bello e complicato come mettere al mondo un uomo. Per fortuna non si tratta dellāopera di una sola persona, ma di un vero lavoro di squadra che condivido con i miei confratelli. E, se permettete lāardito confronto, mettere al mondo un frate ĆØ un poā come fare un mattone.
Ogni frate, infatti, ĆØ lāincontro tra la terra del proprio entusiasmo e delle proprie fragilitĆ e la sabbia dei sogni e della misericordia di Dio. Poi ci vuole necessariamente il cemento della compagnia dei fratelli, senza dimenticare lāacqua della vostra generosa amicizia e delle vostre preghiere. Lāintero composto viene poi pressato ā con moderazione, ma anche determinazione ā tra i due pistoni del Vangelo e della Regola. Al capo cantiere lāonore e lāonere di vegliare ā con il proprio esempio, molto buon senso e tanta pazienza ā a che le dosi non siano sbagliate e che non manchi nessun ingrediente.
Con la consapevolezza che quel mattone ā cioĆØ, volevo dire quel frate! ā non gli appartiene. Con lāunica differenza che per fare un mattone basta una settimana, mentre per fare un frate non basta una vita. E se i mattoni sono praticamente tutti uguali, i frati sono invece molto diversi gli uni dagli altri. Non ce nāĆØ uno che assomigli allāaltro.
A me, e a miei confratelli missionari, antichi e nuovi, la gioia e la responsabilitĆ di essere le fondamenta nella costruzione ā giorno dopo giorno, mattone dopo mattone, frate dopo frate ā di questo piccolo Carmelo, in questa giovane chiesa, in questo grande paese.


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