Centrafrica. «Ho tanta paura, ma voglio ancora diventare prete»

Donald non ha ancora avuto il tempo d’imparare a fare il sacerdote; ma ne ha già visti due morire, davanti ai suoi occhi, uccisi per il vestito che indossavano e il mestiere che esercitavano

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In classe, durante la lezione, è inevitabile parlarne. La mattina del 15 novembre ad Alindao, cittadina a circa 500 km da Bangui, un campo di sfollati situato nei pressi della Cattedrale, è preso d’assalto da un gruppo di ribelli islamisti che porta il curioso nome di Unione per la pace in Centrafrica. Si tratta di uno dei tanti gruppi, agli ordini di un certo Ali Darassa, sorti dalla dissoluzione della Seleka e che ancora infestano i tre quarti del paese. I morti sono più di ottanta. Un vero massacro. Anzi, una razzia: oltre alle persone uccise, i ricoveri degli sfollati sono incendiati, l’intero sito è raso al suolo, le abitazioni sono saccheggiate, la chiesa è profanata. La strage avviene davanti all’inerzia del contingente dell’ONU che avrebbe, di per sé, il mandato di proteggere i civili. Tra le vittime, oltre a donne, bambini e persone anziane, anche due sacerdoti: abbé Célestin e abbé Blaise. Il coraggio del giovane vescovo di Alindao, Cyr-Nestor Yapaupa, impedisce che il bilancio sia ancora più pesante. Invece di accogliere la gente, che vorrebbe trovare rifugio all’interno della cattedrale, ordina a tutti di scappare nella savana. Se i cristiani non gli avessero obbedito, il numero dei morti sarebbe stato ancora più alto. Il vescovo, comunque, e alcuni sacerdoti decidono di restare.

La notizia e i dettagli dell’avvenimento ci raggiungono increduli e scoraggiati. Le foto dei cristiani carbonizzati fanno il giro del mondo. Le già lentissime lancette dell’orologio della pace sembrano improvvisamente e drammaticamente correre all’indietro. Il Centrafrica sembra ormai essersi ingarbugliato in un inestricabile groviglio d’ingerenze straniere, inadempienze della comunità internazionale e incapacità del governo locale. L’elemento confessionale non fa che rendere il cocktail ancora più micidiale. Alcuni giorni dopo gli avvenimenti, partecipiamo a un incontro di sacerdoti a Bangui. È presente abbé Donald, appena arrivato da Alindao. Originario di Bangui, sacerdote da poco più di un mese, aveva trascorso al Carmel i giorni di preparazione all’ordinazione, ascoltando con attenzione le conferenze del sottoscritto. Conferenze che avrebbero dovuto dargli le ultime istruzioni prima di essere un ministro di Dio per sempre. Da qualche settimana Donald era stato inviato in aiuto alla diocesi di Alindao. Questa volta sono io che ascolto con attenzione la sua conferenza, nonostante sia ancora sotto shock, circa quanto avvenuto ad Alindao. Donald non ha ancora avuto il tempo d’imparare a fare il prete; ma ne ha già visti due morire, davanti ai suoi occhi, uccisi per il vestito che indossavano e il mestiere che esercitavano.

In classe, durante la lezione, è quindi un dovere parlarne. Gli studenti che ho davanti non sono allievi qualunque. Sono i futuri sacerdoti del Centrafrica. Provengono dalle città e dai villaggi dell’intero paese. Hanno visto la guerra e ora sono nel Seminario di Bangui perché vogliono fare lo stesso mestiere di Célestin e Blaise. Poi ripartiranno, sacerdoti, nelle diocesi da cui sono venuti. Chiedo loro se hanno ancora voglia di continuare il cammino intrapreso e se sono consapevoli della missione ad alto rischio che li attende. Odilon, dall’alto dei suoi vent’anni, risponde per tutti: “Ho paura, mon père. Ho tanta paura. Ma non cambio idea. Voglio ancora diventare prete”. La sua sincerità e il suo coraggio disarmerebbero anche Ali Darassa. Vorrei dire a Donald che ho paura anch’io. Ma nessuna voglia di cambiare mestiere. Penso al giorno in cui sono diventato sacerdote. Proprio non immaginavo che sarei finito qui, a spiegare chi era Origene e Agostino, a decine di volti neri, curiosi e imprevedibili, ostinatamente convinti che si può e si deve diventare preti, anche in un paese in guerra.

Davanti al massacro di Alindao i pastori delle nove grandi diocesi del Centrafrica hanno voluto coinvolgere tutti i cristiani del paese in un gesto di grande coraggio e di forte valore simbolico. Un gesto di solidarietà nei confronti dei cristiani di Alindao, un lamento corale perché qualcosa cambi, un’ennesima e disperata supplica affinché chi può, faccia qualcosa e lo faccia presto. Un gesto non polemico e contro nessuno. Una famiglia in lutto non può fare festa. E così, lo scorso 1° dicembre, giorno della sentitissima festa nazionale del paese e 60° anniversario dell’indipendenza, i cristiani sono stati invitati ad astenersi da ogni tipo di festeggiamento. Non si può festeggiare per una nazione che non c’è e che sta soffrendo da troppo tempo. Al Carmel abbiamo trascorso l’intera giornata in adorazione davanti al Santissimo Sacramento.

Poco dopo, però, l’8 Dicembre, una festa c’è comunque stata per la nostra famiglia: quella per la professione solenne, cioè l’impegno definitivo nella famiglia del Carmelo, di fra Michaël. Il padre, ormai anziano e completamente cieco, non ha voluto mancare all’avvenimento. Ottavo di ben dodici figli, originario di Bocaranga, una delle città più colpite dal conflitto, fra Michaël ha raggiunto questo importante traguardo dopo molti anni di formazione. Il suo ingresso definitivo nell’Ordine segna inoltre un importante traguardo non solo per lui, ma per l’intera delegazione dei carmelitani scalzi in Centrafrica. Il numero dei frati autoctoni supera per la prima volta quello dei missionari italiani attualmente in servizio in Centrafrica: un piccolo contingente di mantelli bianchi, multietnico e in discreta salute.

C’è forse un legame tra il sacrificio dell’abbé Célestin e dell’abbé Blaise, il coraggio del vescovo Cyr-Nestor, quanto ha visto abbé Donald, la solenne promessa di Odilon e il per sempre di fra Michaël? Sant’Agostino chiedeva a Dio, per sé e i suoi pastori, di amare il proprio gregge fino a morirne aut effectu, cioè di fatto, con il sacrificio della vita, o con il cuore, nella dedizione senza risparmio al servizio del popolo di Dio. In passato gli argomenti per parlare male di questa giovane chiesa non sono certo mancati. Questo 2018, ormai alla fine e dove ben cinque sacerdoti e decine di cristiani sono stati uccisi durante le celebrazioni o nei pressi delle loro chiese, ci consegna una chiesa sicuramente ancora giovane e fragile, ma che non scappa davanti al nemico e i cui pastori non sono mercenari. Buon Natale!

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