“Non ti scordar di me”, il saggio di Bendaud sul genocidio armeno, è una dura sveglia per noi che assistemmo impassibili allora e continuiamo a voltarci dall’altra parte oggi, mentre questo crimine continua
Croce e bandiera dell’Armenia a una manifestazione a Los Angeles contro l’invasione del Nagorno-Karabakh da parte degli azeri (foto Depositphotos)
Bisogna leggerlo questo Non ti scordar di me. Storia e oblio del Genocidio Armeno di Vittorio Robiati Bendaud. Bisogna leggerlo con l’attenzione che chiede e con la fatica che comporta. Perché fa conoscere in profondità, con accuratezza storica e svisceramento culturale, quello che alcuni (pochi) credono già di sapere. E che tanti (i più) ignorano, per disattenzione o per negazionismo. Entrambi gli atteggiamenti comportano una responsabilità morale, quella che un sacerdote mi ha insegnato essere la forma più quotidiana e più grave del peccato: la dimenticanza.
Che cosa sia questa smemoratezza in cui ci culliamo lo si capisce per opposizione: nel linguaggio dei fiori il non ti scordar di me, che dà il titolo a questo saggio, è simbolo di fedeltà e amore eterno. Quell’aver presente l’altro e l’essere al suo fianco che è il tratto essenziale del divino: «Ti ho amato di amore eterno, per questo continuo a esserti fedele» (Geremia 31,3).
«Armeni parassiti come gli ebrei»
Non stupisca quest...
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