Cento controlli sono troppi. Così la burocrazia azzoppa le Pmi: «Una patologia endemica»

I numeri di uno studio della Cgia di Mestre che illustra una per una tutte le procedure di certificazione cui si devono sottoporre le aziende italiane. «Troppi regolamenti creano solo confusione»

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La burocrazia non concede tregua alle imprese. Sono quasi 100 i controlli che gravano sulle pmi italiane, operati da ben 16 enti ed istituti differenti. A certificarlo è uno studio della Cgia di Mestre. «Una patologia endemica che caratterizza negativamente» il Paese, sentenzia il segretario Giuseppe Bortolussi.

INUTILI RIPETIZIONI. Dei 97 principali controlli individuati dalla Cgia di Mestre, 50 riguardano il rispetto dell’ambiente e la sicurezza nei luoghi di lavoro, 23 il fisco, 18 i contratti e 6 altre procedure amministrative. Sedici sono gli enti e gli istituti preposti ad effettuare i controlli. Inps, Inail e Agenzia delle Entrate, solo per citare i più noti. Ma anche le Aziende sanitarie locali, le Direzioni territoriali del lavoro, quelle regionali per la protezione dell’ambiente, i Vigili del Fuoco, la Polizia, la Guardia di Finanza e le Camere di commercio. Spesso, inoltre, gli stessi controlli sono effettuati da più enti, appesantendo ulteriormente gli aggravi per le imprese e i costi. Come avviene, per esempio, nel caso delle verifiche di conformità sugli impianti, per le quali gli imprenditori devono rispondere all’Asl locale, all’Inail, all’Agenzia regionale per la protezione dell’Ambiente, ai Vigili del Fuoco, ai Carabinieri, alle Fiamme Gialle e al Comune o alla Polizia municipale. O come nel caso delle verifiche sulla presenza e il rispetto delle condizioni sulla corretta gestione dei rifiuti di competenza di 6 enti diversi. Come se il già di suo complicato Sistri, il Sistema per la tracciabilità elettronica dei rifiuti, non bastasse.

TROPPE LEGGI. «Con una legislazione spesso caotica e in molte circostanze addirittura indecifrabile – dichiara Bortolussi – per molte aziende, soprattutto quelle di piccola dimensione, è difficile essere sempre a norma. Ricordo che il 95 per cento delle imprese italiane ha meno di 10 addetti e non dispone, a differenza delle medie e grandi aziende, di nessuna struttura tecnica/amministrativa in grado di affrontare professionalmente queste problematiche. Detto ciò, non è nostra intenzione accusare nessuno, tanto meno gli enti di controllo che, spesso, sono anch’essi vittime di questa situazione. Troppe direttive, troppe leggi, troppi regolamenti creano solo confusione, mettendo in seria difficoltà non solo chi è obbligato ad applicare la legge, ma anche chi è deputato a farla rispettare».

INVESTIMENTI A RISCHIO. Il tema della burocrazia, fa notare la Cgia, è uno dei principali ostacoli che rallenta la crescita del nostro Paese, scacciando sempre più in là, all’orizzonte, i primi, pur deboli, segnali di una possibile ripresa economica. Quando non, addirittura, spinge direttamente gli imprenditori a espatriare. «I tempi e i costi della burocrazia – conclude Bortolussi – sono diventati una patologia endemica che ci caratterizza negativamente. Non è un caso che molti investitori stranieri non vengano qui da noi proprio per la farraginosità del nostro sistema burocratico. Incomunicabilità, mancanza di trasparenza, incertezza dei tempi ed adempimenti onerosi hanno generato un velo di sfiducia tra imprese private e Pubblica amministrazione che non sarà facile eliminare».

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