Caro Macron, il diritto alla blasfemia non esiste

Il presidente francese prende le difese di una sedicenne minacciata di morte dopo aver ingiuriato l’islam. Più saggio di lui è Finkielkraut

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Il diritto alla blasfemia non esiste. Anche se la legge francese sulla libertà di stampa del 1881 ha formalmente abolito il delitto di blasfemia fino ad allora vigente. Anche se il presidente Macron in persona ha rivendicato l’esistenza di un tale diritto allo scopo di prendere le difese di Mila, la sedicenne dell’Isère ricoperta di contumelie e di minacce di morte e di stupro per avere ingiuriato l’islam e Allah.

Il 19 gennaio scorso, al culmine di un diverbio con un giovane musulmano su Instagram che l’aveva insultata per avere respinto le sue avances ed essersi dichiarata lesbica, ha reagito definendo l’islam «una m…» e poi rincarando la dose: «al vostro dio, gli metto un dito nel b… del c…». È seguito uno psicodramma nazionale, con la signora ministro della Giustizia che bacchettava la ragazza per aver attentato alla libertà di coscienza dei musulmani; un rappresentante dell’islam ufficiale francese che a proposito delle minacce di morte dichiarava: «se l’è cercata»; la signora ministro dell’Uguaglianza uomo-donna che denunciava come «dichiarazioni criminali» quelle pronunciate dall’esponente islamico; l’ex ministro ed ex candidata presidenziale socialista Segolene Royal che definiva Mila «un’adolescente priva di rispetto»; il silenzio sulla vicenda dell’intero universo delle femministe delle sinistra radicale; la vivace denuncia della sottomissione della Francia all’islamismo da parte degli intellettuali sovranisti come Eric Zemmour, Mathieu Bock-Cöté, ecc.; trasmissioni delle tivù nazionali schierate massicciamente in difesa di Mila, nel frattempo costretta ad abbandonare il liceo al quale era iscritta.

Su tutto questo è planata la dichiarazione di Emmanuel Macron che si è detto compiaciuto del “diritto alla blasfemia”, parte integrante della laicità alla francese. Ma “diritto alla blasfemia” è solo una formula enfatica che i laicisti utilizzano per darsi delle arie: il diritto alla blasfemia non esiste, perché oggetto di un diritto è tutto ciò che è bene per la persona, e prendersela con la divinità non è certamente un bene. Esiste semmai una facoltà umana di bestemmiare: l’uomo ha la possibilità di bestemmiare, può esercitare ciò come una sua prerogativa. Questo però non esprime nessuna grandezza, nessuna superiorità umana, come lascerebbe intendere la prosopopea delle dichiarazioni presidenziali: semmai esprime la superiorità di Dio, che ha creato l’uomo libero, capace di accettare o di rifiutare l’amore di Dio, di scegliere di amare o di non amare il suo creatore.

Dio non alleva cani, animali che non possono fare a meno di amare il loro padrone, anche quando costui li maltratta o li trascura; alleva figli, che come tutti i figli oscillano fra l’amore e il disamore, l’attenzione e la distrazione, l’interesse e il disinteresse nei confronti dei genitori. Dio si è esposto alla possibilità della bestemmia da parte delle sue creature pur di poter sperare in un libero atto di amore da parte dell’uomo nei suoi confronti. Questa è vera umiltà, questa è vera grandezza d’animo. Invece l’uomo che si compiace della sua bestemmia assomiglia al ragazzino che si sente grande perché ha cominciato a dire le parolacce: resta un ragazzino.

Per riconoscere una grandezza al bestemmiatore, occorrerebbe poterlo incontrare dopo la morte, nell’inferno dei dannati, e vedere se anche lì, come il Capaneo immaginato da Dante nella sua Divina Commedia, continua ad inveire contro Dio per affermare la sua libertà di rifiutare e di non contraccambiare il Suo amore. Solo in questo caso si potrebbe ammettere una dignità propria alla bestemmia e a chi la pronuncia. Ma qui sulla terra, la bestemmia fa solo danni. Non perché offende Dio (Dio ha le spalle larghe, lo abbiamo appena spiegato), bensì perché avvelena la convivenza sociale.

A offendersi e/o a provare dolore per le ingiurie contro le figure del sacro sono coloro che con quei simboli si identificano, coloro che hanno un legame affettivo coi riferimenti religiosi. A un cristiano una bestemmia contro la Madonna fa lo stesso effetto di una parolaccia indirizzata a sua madre, a un musulmano un insulto a Maometto fa l’effetto di una diffamazione del proprio padre. L’intorbidimento della vita sociale che da ciò deriva è indubbiamente pericoloso, anche quando non sfocia in un massacro come quello compiuto da estremisti islamici per vendicare le vignette satiriche su Maometto pubblicate dal periodico Charlie Hebdo. E su questo punto Macron che si vanta del “diritto alla blasfemia” francese e tutti quelli che si rallegrano della recente abolizione del delitto di blasfemia in Irlanda hanno poco da fare i furbi: dappertutto in Europa, compresa la laica Francia, la libertà di espressione conosce limiti di legge che stabiliscono che non tutte le offese su base religiosa possono essere permesse; quando la blasfemia assume la veste di incitamento all’odio e alla violenza contro un gruppo religioso, o di una sua diffamazione, il diritto positivo vieta e punisce.

Come si legge nella cosiddetta legge Pleven, in vigore dal 1972:

«Coloro che (…) avranno provocato alla discriminazione, all’odio o alla violenza nei confronti di una persona o di un gruppo di persone, a motivo della loro origine, della loro appartenenza o non appartenenza a un’etnia, a una nazione, a una razza o a una religione determinata, saranno puniti».

Chissà se Macron avrebbe invocato il diritto alla blasfemia per Elisabeth Sabaditsch-Wolff, esponente del partito di estrema destra Fpö, condannata in Austria per aver definito Maometto “un pedofilo”, sentenza confermata l’anno scorso dalla Corte europea dei Diritti umani, alla quale la donna aveva fatto ricorso, con la motivazione che le sue affermazioni erano «suscettibili di disturbare la pace religiosa». Chissà se, processata in Francia, sarebbe stata condannata in forza dell’art.24 della legge Pleven.

Pare comunque chiaro che in tutta Europa il delitto di blasfemia, uscito dalla porta, è rientrato dalla finestra. E non necessariamente  per sottomissione all’islamismo, per dhimmitudine di giudici e classi dirigenti europee, ma con una buona ragione: l’abrogazione totale del rispetto per il sacro prelude all’abrogazione del rispetto per l’uomo; se tutto ciò che attiene alla religione può essere impunemente profanato, a maggior ragione ciò che è meramente umano conoscerà lo stesso destino. Il rispetto per il sacro è un baluardo del rispetto per l’uomo: scomparso il primo, è questione di tempo e scomparirà anche il secondo. Già si vedono le prime conseguenze sulla dignità umana della profanazione generalizzata del sacro religioso: l’estensione dei limiti di tempo entro i quali può essere effettuato l’aborto legale, la nascita di legislazioni pro-eutanasia e pro-suicidio assistito, la manipolazione senza limiti degli embrioni umani sono altrettanti sintomi dell’erosione dei confini della dignità umana susseguente alla decisione di non riconoscere più dignità assoluta ai simboli religiosi.

Più saggia appare la posizione di Alain Finkielkraut, che a proposito della vicenda ha detto nel corso di una trasmissione televisiva: «Sono dalla parte di Mila minacciata di morte e di stupro, ma non posso dire “io sono Mila”. Perché la libertà d’espressione è una conquista della civiltà. Le parole di Mila appartengono al processo di inciviltà (décivilisation) in corso. Feriscono i musulmani, ma feriscono anche me». Parole di un ateo che sa che senza senso del sacro la civiltà si decompone.

Foto Ansa