La tragedia dei Carlomagno dice la verità sulla famiglia

Di Annalisa Teggi
30 Gennaio 2026
Una moglie uccisa, un orfano e due nonni suicidi: la tragedia di Anguillara svela la natura indissolubile del nodo familiare. E sbriciola la bugia dei "legami leggeri" in un mondo che ha rimosso la fatica di essere un corpo solo
Nella combo, Pasquale Carlomagno e Maria Messenio, i genitori di Claudio Carlomagno, trovati impiccati insieme il 24 gennaio 2026
I genitori di Claudio Carlomagno, trovati impiccati insieme. Carlomagno è in carcere con l'accusa aver ucciso la moglie Federica Torzullo (foto Ansa)

Il bambino ha saputo cosa è successo. A dieci anni, il figlio di Federica Torzullo e Claudio Carlomagno ha saputo che suo padre ha confessato l’omicidio di sua madre e che i nonni paterni si sono tolti la vita lo scorso sabato, nella loro casa di Anguillara Sabaudia.

È tenendogli occhi su questo bambino, con tremore, che si fa piazza pulita di molte etichette appiccicate in fretta a questa storia. Etichette che la trasformano nell’ennesimo femminicidio in cui viene a galla l’incapacità maschile di accettare l’autodeterminazione femminile; oppure nell’ennesima scena del crimine su cui costruire decine, se non centinaia, di puntate a reti unificate, scandagliando ogni risorsa investigativa e psicologica per un picco di share in più.

È una tragedia di famiglia. E, di fronte a una narrazione sempre più blanda dei rapporti affettivi – come se fossero fili sottili da legare e slegare a sentimento – la famiglia torna a mostrarsi per quello che è: un nodo strettissimo.

Il cappio del legame con l’omicida e la vittima

Federica Torzullo, 41 anni, è stata uccisa la mattina dell’8 gennaio 2026 dal marito Claudio Carlomagno, 43 anni. Secondo l’autopsia, la donna è stata colpita con almeno 20 coltellate, soprattutto al collo e al volto. Il marito ha poi occultato il corpo, seppellendolo in un terreno vicino alla ditta di famiglia. In seguito è stato arrestato e ha confessato il delitto.

Sabato 24 gennaio i genitori di Carlomagno, Pasquale Carlomagno e Maria Messenio, sono stati trovati morti nella loro villetta ad Anguillara. L’esito parziale delle autopsie parla di morte per asfissia da impiccagione. È stata trovata anche una lettera, indirizzata all’altro figlio, in cui i due accennano alla fatica di sostenere la gogna mediatica sul caso.

In qualche commento di cronaca si avverte la premura di un distinguo: non bisogna mettere sullo stesso piano il femminicidio di Federica e il doppio suicidio dei genitori di Carlomagno. Come se fosse necessario compilare una classifica morale delle tragedie. Il punto, invece, è proprio il legame strettissimo fra le due tragedie. L’ipotesi della gogna mediatica è plausibile proprio perché amplifica il fattore principale, il rispondere di un legame familiare con la vittima e con l’omicida della vittima. Sottolinearlo è meno ovvio di quanto sembri.

Un nodo resistente ad ogni «temperino legale»

In Cosa c’è di sbagliato nel mondo Chesterton delinea così la profondità dei legami familiari:

«Anche nei casi fuori dalla normalità, in cui la legge deve essere chiamata in causa, ci si scontra costantemente con questa difficoltà, come sanno bene molti magistrati disarmati. Questi ultimi devono impedire che dei bambini muoiano di fame sottraendoli a colui che porta a casa il pane. Spesso essi devono spezzare il cuore di una moglie perché suo marito le ha già spaccato la testa. Lo Stato non ha alcuno strumento abbastanza delicato per poter estirpare le radicate abitudini e gli intricati effetti di una famiglia; i due sessi, felici o infelici, sono incollati in modo così forte che non possiamo mettere il temperino legale tra di loro come fosse una spada. L’uomo e la donna sono un corpo solo – sì, anche se non sono un’anima sola».

Per «uomo e donna» s’intende anche la rete familiare che diventa parte di un matrimonio.

Oggi la famiglia viene raccontata con filtri edulcorati. E, purtroppo, sono i casi estremi a rimettere sul tavolo evidenze trascurate. La famiglia non è semplicemente il luogo “in cui c’è l’amore”. Non è un assemblaggio emotivo che si allarga o si restringe senza conseguenze. Non è una pianta con radici aeree. Le radici si piantano a fondo e – anche quando è doveroso – non è facile separare ciò che è stato unito.

L’ideale passa sempre dalla fucina della carne

Condividere lo stesso tetto, lo stesso tavolo, lo stesso bagno, lo stesso letto è faticoso, proprio perché non è in gioco solo la quotidianità. È dentro la prova degli sfregamenti reciproci che si vaglia l’ipotesi del bene in nome del quale si azzarda un “insieme, per sempre”. L’ideale passa dalla fucina della carne. È così impegnativo che oggi la ragionevolezza della separazione sembra surclassare la follia della condivisione.

I casi estremi – sviscerati mediaticamente – in cui l’allontanamento tra coniugi è necessario finiscono nello stesso calderone di separazioni “per non rovinare un rapporto”: si chiude un ciclo e, anzi, ci si allontana per rimanere in buoni rapporti. Siamo assediati da coppie che stando sotto i riflettori c’insegnano la separazione virtuosa, come se fosse possibile evitare le ferite che ogni separazione implica.

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La follia della condivisione contro la libertà di separazione

Fino al fenomeno LAT, sempre più sbandierato dai vip. Living Apart Together viene definito come la scelta volontaria di coppie che mantengono vite separate pur restando in una relazione stabile. Ce lo raccontano con un tono tra il pedagogico e la posta del cuore. Da Cinecittà a Hollywood si decantano i vantaggi di vivere separati per preservare un legame affettivo: dormire in stanze diverse, abitare su piani differenti, avere domicili lontani. Per far durare un rapporto – dicono – non bisogna stare insieme, ma “darsi delle ragioni per ritrovarsi” e “riscoprire il gusto di essere coppia”. La raccontano così quelli che possono permettersi più abitazioni o una casa abbastanza grande da non incrociare il proprio marito, la propria fidanzata o – ecumenicamente – il/la compagn*.

La libertà di accettare la sfida di stare insieme, condividendo il senso della vita attraverso gli sfregamenti della vita quotidiana, oggi paga il fio al regno imperante della libertà di separazione. Il caso della famiglia Carlomagno ci inchioda alla radicalità dei rapporti familiari, senza cuscinetti. E, a rovescio, svela quanto sia inconsistente la bugia dell’amore come sentimento facilmente assemblabile e disassemblabile.

Questa riflessione non riguarda il fatto che Federica avesse chiesto la separazione dal marito. Il punto è il quadro: tre cadaveri, un marito omicida, un figlio che dovrà fare i conti con questa storia, altri nonni e zii che si faranno carico del rapporto con quel bambino.

La resa dei genitori di Carlomagno

Le relazioni affettive che generano una famiglia sono un tessuto connettivo fortissimo. L’impatto di una moglie uccisa dal marito si ripercuote su tutto il nucleo domestico, a un livello così intimo da portare a scelte estreme come quella dei genitori di Carlomagno: essere insieme nella scelta della resa. E la resa non è solo agli strali della gogna mediatica, ma al contenuto stesso di ciò a cui si è esposti: essere legati a un figlio che ha commesso un reato gravissimo; essere legati alla vittima; essere legati al nipote sopravvissuto.

Di fronte a una realtà così pesante, la reazione poteva essere quella di chi si fa carico dell’onere di una condivisione che attraversa lo spettro della colpa e del travaglio, e resta. Ma non è una scelta scontata. Si può arrivare a sprofondare fino a essere insieme nella tentazione di togliersi la vita.

Il contraltare tremendo (ma incarnato) alla fuffa sui legami

È un fatto di fronte a cui non voltare la testa altrove proprio perché siamo davanti a un “sì” detto insieme che rovescia la forza positiva della condivisione. È il velo nero da stendere a terra per iniziare un discorso autentico tra fidanzati che oggi valutano il matrimonio e che non vogliono ridurre la relazione a un orpello romantico o al terrore dei rapporti tossici. È il contraltare – tremendo, sì, ma così incarnato – che sbriciola molte fuffe sui legami leggeri e sulle separazioni altrettanto leggere. Fa drizzare la colonna vertebrale di fronte a scelte affettive in cui il libero arbitrio cede a manipolazioni psicologiche.

Per quanto sia brutale, è davanti a uno sconcerto così che vale la pena chiedersi se – e con quali ragioni, grazie a quali scorte – si può camminare nella condivisione che è in ballo quando si costruisce una famiglia.

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