Carceri. «Il problema del sovraffollamento c’è ancora»

Intervista al professor Mauro Palma, neo Garante nazionale dei diritti delle persone detenute. «Ora non è patologico, ma dobbiamo ancora lavorare»

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carcere-shutterstock_270223523«Non sono un giurista di professione», si schermisce. «Sono laureato in logica». Il professor Mauro Palma, classe 1948, romano, accenna il sorriso di chi sa che dovrà far ricorso a tutte le risorse a disposizione. Da poco più di un mese è il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute, o private della libertà personale. È il primo a ricoprire questa carica, nata su proposta del governo e in particolare del ministro della Giustizia Andrea Orlando. «Si tratta di una nomina che attendevamo da quasi 20 anni», ha sintetizzato un entusiasta Patrizio Gonnella, attuale presidente di Antigone, associazione non governative per i diritti e le garanzie nel sistema penale. Membro e poi presidente del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura e del Consiglio Europeo per il coordinamento dell’esecuzione penale, nel 2013 viene nominato presidente della Commissione del ministero della Giustizia italiano per l’elaborazione degli interventi in materia penitenziaria. Di galere, nella sua carriera, ne ha viste. E molte.

Palma è una figura di cerniera, di dialogo fra mondi che operano nello stesso settore, che hanno gli stessi problemi ma spesso alfabeti diversi. Storica firma del Manifesto, ha la fiducia del Sappe (sindacato di polizia penitenziaria), che lo paragona a Brubaker, il personaggio, interpretato nel 1980 da Robert Redford, incaricato di riformare il sistema carcerario dell’Arkansas. Rassicurante ma pragmatico, ha spiegato cosa si intende per rieducazione del condannato a una platea di giovani e non nel corso di Lex Fest 2016,  kermesse dedicata alla giustizia, agli operatori del diritto e al mondo del giornalismo che si è tenuta dal 4 al 6 marzo a Cividale del Friuli, Udine, nata da un’idea del giornalista Andrea Camaiora e organizzata dal team di comunicazione Spin. Nei prossimi mesi il suo compito sarà quello di coordinare un sistema di monitoraggio a più livelli. L’organismo del garante sarà composto anche dall’avvocatessa Emilia Rossi e da Daniela De Robert, giornalista attivamente impegnata nel mondo del volontariato penitenziario.

Si dice che senza di lei da Strasburgo sarebbero piovute condanne. Dopo il dramma del sovraffollamento carcerario, si apre finalmente la fase della riforma?
Diciamo che il governo italiano ha creato una Commissione ad hoc perché si prendesse in mano la situazione, per ridurre i numeri della detenzione e ampliare quelli delle misure alternative. E per prevedere una forza giurisdizionale per i ricorsi effettuati dai detenuti in caso di trattamento inumano e degradante. Era una richiesta che la Corte Costituzionale aveva fatto nel 1999, e probabilmente se non si fosse verificata questa urgenza sarebbe rimasta lettera morta. Questo insieme di provvedimenti normativi, e i primi balbettanti passi italiani per cambiare il modello detentivo che la Commissione da me presieduta ha portato avanti, hanno convinto Strasburgo. Nel 2013 avevamo 66 mila detenuti in carcere, 19 mila in strutture esterne. Oggi siamo a 55 mila, 31 mila in misure alternative. E il 9 marzo liquideremo il documento di sintesi frutto dei tavoli di lavoro degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale. Esprimerà la volontà di intervenire su un diverso modello di detenzione.

Questi numeri la soddisfano? Si tratta di dati aggregati?
No, non mi soddisfano. Per quanto riguarda la seconda domanda, mi verrebbe da rispondere con una poesia di Trilussa sulla statistica. Se tutti mangiano mezzo pollo, può darsi che uno non lo mangi affatto, e un altro ne mangi uno intero. In altre parole, quando si dice che in Italia c’è un livello di affollamento ragionevole, perché su 100 posti ci sono 105 detenuti, non si dice del tutto il vero. Se ho 40 posti liberi in una sezione femminile, non ci posso trasferire una struttura maschile. Se ho dei posti liberi in AS (alta sicurezza, ndr) non ci posso trasferire un detenuto di media sicurezza. Insomma, un sistema che ha 100 posti dovrebbe avere 95 detenuti, e parallelamente la fisiologica possibilità di dislocarli. Noi avevamo 100 posti e 150 detenuti. Siamo scesi. Sono contento. Ma non mi basta assolutamente. Il problema del sovraffollamento ancora c’è. Non è patologico, ma dobbiamo ancora lavorare.

Sul reato di tortura, a che punto siamo?
Un punto pessimo. Il disegno di legge nell’ultimo passaggio in Senato è un testo che non rispecchia le richieste internazionali. Non c’è molto da girarci attorno. Esiste una definizione ben precisa di tortura. Se manca, qualcosa non va. Non mi sembra inoltre che ci sia intenzione alcuna di calendarizzare quel testo, che comunque è insufficiente. Sono, in conclusione, molto poco ottimista.

Torniamo al carcere. Nel nostro Paese esistono ancora bambini dietro alle sbarre con le mamme. A Sollicciano, Firenze, per esempio, c’è un bambino di sei anni. Ci sono stati aggiornamenti?
No. Il bambino è ancora lì. Ho parlato con la direttrice del carcere pochi giorni fa. Nonostante si fosse parlato di Icam, istituto a custodia attenuata per le ragazze madri. La questione è molto delicata. Supponiamo che l’Icam – che era in fase di progettazione – sia pronto, cosa che non è. Il rischio è che si condanni la madre a forme di isolamento ancora maggiore. Dietro alle sbarre c’è una comunità, quella delle donne recluse, che in condizioni tanto drammatiche costituisce un abbraccio umano da rispettare. La soluzione, dal mio punto di vista, solo le case famiglia protette. Deve essere quindi  il territorio a porsi come parte attiva.

Quando si parla di detenzione emerge spesso il problema del proselitismo e della radicalizzazione. Qual è la sua impressione?
È un problema reale, che però non va enfatizzato. Occorre individuare i segni, questo sì. E il Consiglio d’Europa ha recentemente approvato delle linee guida per gli operatori che vanno in questa direzione. Ma il discorso è più ampio, culturale. Pensiamo agli attori di Charlie Hebdo: erano stati detenuti, senza che il sistema avesse capito la loro potenziale pericolosità. Perché? Io credo che il sistema che adotta tutti gli strumenti, e sfida la persona ad assumersi le sue responsabilità con la società invece di infantilizzare il detenuto, sia più sicuro. E risparmia, in tutti i sensi. Il sistema detentivo italiano è dispendioso, con alti tassi di recidiva, e contemporaneamente non riesce a garantire condizioni che soddisfino l’art. 27 della Costituzione. Dobbiamo passare da un modello di detenzione in cui è l’amministrazione che propone tutto, e viene solo chiesto di aderire, a situazioni responsabilizzanti in cui viene chiesto di metterti in gioco. Questa è la sfida che affronteremo.

Foto da Shutterstock


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