Decreto Cancellieri. «Sembra il solito “svuotacarceri”. Quel che serve è l’amnistia»

Intervista al radicale Perduca: «Quali siano le differenze coi decreti Alfano e Severino adottati negli ultimi anni? Il ministro studi le proposte di legge già depositate in parlamento»

«Venerdì o al massimo sabato il governo farà un decreto legge sulle carceri. Misure per anticipare alcune uscite dal carcere, altre per limitarne le entrate. Abbiamo calcolato che, con queste misure, la popolazione carceraria dovrebbe ridursi di circa 4 mila persone»: così il ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri ieri 12 giugno, in un’intervista a La Stampa. Secondo la bozza del decreto che risale al 9 giugno e pubblicata dall’Ansa, tra le misure ci sono la riduzione di pena da 45 a 60 giorni per ogni semestre scontato in carcere dando prova di partecipare alla finalità rieducativa della condanna, la liberazione anticipata per chi in custodia cautelare ha una pena residua di 3 anni e sospensione della pena per chi in detenzione domiciliare ha un residuo di pena entro i 4 anni, i lavori di pubblica utilità per i tossicodipendenti.
Per il radicale Marco Perduca, senatore nella precedente legislatura, «se così dovesse essere non si capisce quali siano le differenze coi decreti Alfano e Severino adottati negli ultimi anni».

Perduca, cosa ne pensa del decreto legge annunciato dal Guardasigilli?
Innanzitutto abbiamo imparato ad aspettare i testi dei decreti prima di esprimere giudizi, perché tutto ciò che in passato è stato chiamato “svuota” o “salva” carceri alla fine dei conti si è rivelato essere solo chiacchiere e nessun fatto. Se il decreto fosse nei termini riferiti da Cancellieri nell’intervista, non si capisce quali siano le differenze coi decreti Alfano e Severino adottati negli ultimi anni. Meraviglia che ci siano giornalisti che nell’intervistare un ministro non conoscano l’operato dei suoi predecessori. Il decreto Alfano prevedeva di passare ai domiciliari quando mancavano 12 mesi alla fine della pena, quello Severino ampliò il permesso a 18 mesi, solo che nessuno ebbe il coraggio di parlare di automatismi né di coinvolgere i servizi sociali dei comuni. Quindi le lentezze – e scelte – burocratiche dei magistrati e la mancanza di domicilio certo e sicuro per molti detenuti, specie se extracomunitari, hanno vanificato anche quella minima deflazione che avrebbe potuto beneficiare, sulla carta, 15-17mila detenuti.

Cancellieri parla di qualche migliaia di detenuti liberati, ma sono 20 mila secondo lo stesso ministero (30 mila secondo Antigone) quelli in più. L’Italia è stata condannata in via definitiva e deve modificare le condizioni disumane delle carceri entro il 2014.
Saranno anche 20 mila gli esuberi rispetto ai numeri sulla carta, ma se uno conoscesse la situazione dei nostri penitenziari saprebbe che anche il numero “legale” sarebbe sbagliato. Circa un terzo dei nostri istituti di pena versa in condizioni di grande degrado dove i servizi igienici sono da terzo mondo: spesso manca l’acqua, le finestre sono piccole o con inferriate “medioevali”, per non parlare dell’assenza di docce e refettori. Leggo anche che se, da una parte, si vogliono aprire, o riaprire, carceri (tutti, anche Cancellieri nella sua intervista, partono sempre dalla famigerata Pianosa, chissà come mai), dall’altra parte, anche la ministra Cancellieri avrebbe creato una commissione di studio. Ma non bastavano quelle Nordio, Pisapia o Severino? È giunta l’ora di mettere in pratica tutte queste belle idee.

Il ministro scarta l’ipotesi di un indulto come iniziativa di questo governo. Cosa blocca la possibilità che il Parlamento voti indulto o amnistia, dopo i numerosi appelli in tal senso anche del presidente della Repubblica, del Papa e, ovviamente, la condanna definitiva dell’Ue all’Italia?
Pare quasi impossibile, ma quando si è ministri della Giustizia tutto d’un tratto si diventa interpreti autentici della volontà politica del Parlamento. Intanto non guasterebbe conoscere la posizione anche personale, oltre che politica, di qualcuno che comunque conosce molto bene la macchina pubblica, e quindi anche i suoi problemi, come la ministra Cancellieri; dopodiché occorre operare per creare le condizioni affinché certe proposte riformatrici vengano opportunamente poste all’attenzione del legislatore. Il presidente della Repubblica dovrebbe assumersi la responsabilità di inviare un messaggio alle Camere in materia di amministrazione della giustizia, solo così sarebbe conseguente al grido di dolore lanciato al convegno del Partito Radicale al Senato a cui ha partecipato ormai due estati fa. È una prerogativa costituzionale di Napolitano, di quella stessa Costituzione che è violata quotidianamente dall’irragionevole durata dei processi e dai trattamenti inumani e degradanti cui sono sottoposti i detenuti ristretti nelle condizioni denunciate quotidianamente dalla Corte europea dei diritti umani. Alcuni parlamentari, come i senatori Manconi (Pd) e Compagna (Pdl) e il deputato Gozi (Pd) hanno presentato dei disegni di legge sull’amnistia. Spero che la ministra li voglia studiare per poi fare sapere come la pensa in materia, poi il Parlamento si assumerà le proprie responsabilità.

Anche Cancellieri ammette che «il 35 per cento dei detenuti ancora in attesa di giudizio sono comunque troppi». Tra i 6 quesiti referendari appena presentati, c’è l’eliminazione della custodia cautelare per il rischio di reiterazione di reati non gravi. Si tratta di una misura di cui pm e gip hanno abusato?
Direi proprio di si. Il ragionamento di solito usato è che, siccome i tempi della giustizia italiana son tali che si annullano procedimenti al ritmo di oltre 160mila l’anno per la prescrizione, e siccome si deve dare l’esempio o proiettare l’immagine di uno Stato che comunque ha a cuore la “sicurezza” dei cittadini, intanto si mettono gli indagati in galera, poi si vedrà. Starei poi ulterioremente attento ai numeri: è il 40 per cento dei detenuti italiani a non avere una sentenza definitiva, di questi – circa la metà – risulta innocente. Altro che abuso della custodia cautelare, qui si tratta di restringere per mesi, se non ann,i degli innocenti. Non meraviglia quindi che i magistrati siano contro la re-introduzione di norme che codificano la loro responsabilità civile diretta, come prevedeva il referendum “Tortora” di 26 anni fa, un altro dei quesiti Radicali in materia di giustizia riproposto in questi giorni.

Parlando a un cittadino qualsiasi, come spiegherebbe che ridurre le pene per la carcerazione preventiva in questi termini, o introdurre l’amnistia, non aprirebbe le porte al pericolo per la sicurezza pubblica?
Sulla sicurezza pubblica andrebbe infine organizzato un dibattito scientifico che coinvolga anche il Viminale. Secondo gli ultimi rilevamenti dell’Eurostat in tutta l’Ue, e in particolare in Italia, c’è un calo costante di commissione di crimini, anche in periodo di crisi. A fronte di tutto questo non s’è adottata alcuna riforma per ottimizzare il lavoro delle forze dell’ordine che, se fossero smilitarizzate e unificate, sicuramente sarebbe di maggiore efficacia. Siamo certi che tenere in carcere qualche migliaio di persone, spesso poveri e non italiani, sia una misura che risponda alle esigenze della sicurezza pubblica?