La preghiera del mattino di Lodovico Festa
Cara Meloni, le riforme vanno difese con più grinta
Su Startmag Francesco Damato scrive:
«Il governo stringe i bulloni, sostituisce i dimissionari, obbedienti davvero o a malincuore, e prosegue sulla sua strada per affrontare i problemi interni, e ancor più quelli internazionali, che sono sopravvissuti e sopravvivranno al referendum che ha fatto perdere la testa a Giuseppe Conte non aprendo alle cosiddette primarie ma reclamandole. Nella convinzione di potere battere come candidato alla guida di un governo alternativo al centrodestra, nella prossima legislatura, la segretaria del Pd Elly Schlein. Che in effetti trema davanti ai sondaggi, anche se finge sicurezza e ottimismo nell’eterno teatrino della politica, come diceva Silvio Berlusconi, finendovi però per partecipare. Cosa che la premier dovrebbe evitare di fare seguendo i consigli di qualche malaccorto consigliere, e non il suo istinto da popolana. E persino da “borgatara”, come la sfottono gli avversari. Mi rivolgo ancora agli amici signorsì usciti maluccio dal referendum purtroppo deformato dalle bugie dei signornò, per invitarli a smettere di consigliare, fantasticare e quant’altro sulle elezioni anticipate pensando a un gioco cosiddetto di anticipo sulle opposizioni lontane dagli accordi, anche procedurali, che servono a mettere su un reale progetto di alternativa al centrodestra. Le elezioni anticipate, cari amici che le vorreste, sono nelle prerogative costituzionali solo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che potrebbe avvalersi di buone ragioni, o pretesti come vi potrebbero comparire, per impedirle e provvedere a formare, improvvisare e quant’altro un governo simil-tecnico, di emergenza o decantazione. Ragioni, per esempio, di politica estera e di sicurezza, con tutte le guerre che ci circondano. E dalle quali è inutile dissociarsi sperando che ciò serva a fermarle e a risparmiarci gli effetti collaterali».
Quando Damato consiglia al centrodestra uscito dalla sconfitta referendaria una mente fredda e un’analisi articolata della situazione, è nel giusto. Però, al di là della guerra in Iran che ha complicato il quadro politico globale e nazionale, la vicenda di come la maggioranza del governo Meloni ha affrontato la difesa della riforma sulla separazione delle carriere dimostra che, oltre alla necessaria cautela, vi deve essere anche determinazione nell’affrontare gli scontri politici. Al momento questa “determinazione” la maggioranza Meloni dovrebbe esprimerla innanzitutto nel perseguire con la massima energia (e magari con maggiore abilità) il programma impostato in questi anni. Ma in una situazione in cui la magistratura ipercorporativa e quella ideologizzata dovessero usare la già a lungo sperimentata tattica della giustizia a orologeria, l’appellarsi al voto popolare sarebbe l’unica possibile soluzione. Infatti, se il centrodestra fosse unito, nessuno, tanto meno un soggetto così corretto come il presidente Sergio Mattarella, potrebbe alla fine evitare di concedere il voto anticipato.
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Su Open Cecilia Dardana scrive:
«Il mandato del [nuovo segretario dell’Anm] Giuseppe Tango si apre con un obiettivo chiaro: superare il muro contro muro con il potere esecutivo. “Da domani ci metteremo tutti al lavoro insieme agli altri attori della giurisdizione per proporre soluzioni che possano davvero migliorare la giustizia, li viviamo quotidianamente, e riannodando, se fosse possibile, i nodi di un autentico dialogo con l’interlocutore politico”, sono state le sue prime parole dopo lo scrutinio. Nonostante l’apertura al confronto, Tango resta un fermo oppositore delle riforme giudicate “sbagliate e rischiose”. La sua strategia passerà per la richiesta di investimenti concreti, ripartendo dagli otto punti presentati dall’Anm a Palazzo Chigi un anno fa. “È stata costruita una nuova fiducia con la società civile, un risultato che ci inorgoglisce, ma di cui dobbiamo essere all’altezza”, ha ribadito il neo-presidente».
Dopo una ben poco commendevole e radicale politicizzazione dell’Associazione nazionale magistrati durante la campagna referendaria, dopo una vittoria dovuta più a un voto di protesta che meditato, espresso anche in modo decisivo da giovani ultra-estremisti e immigrati influenzati da Hamas, il successore di Cesare Parodi, Giuseppe Tango, pur con toni ancora molto politicizzati, cerca di aprire un dialogo con il governo e la maggioranza parlamentare. È comunque un primo segnale positivo che l’esecutivo farà bene a tener presente. Anche se non bisognerà dismettere l’impegno sacro a difendere una Costituzione nella quale la sovranità popolare appartiene al popolo e non a un ordine dello Stato che, pur dovendo difendere un bene insostituibile come quello della legalità, non può sostituirsi al Parlamento.
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Su Huffington Post Italia Alberto Pagani scrive:
«Se Trump riesce a far cadere la Repubblica islamica, Pechino (e Mosca) non saranno un credibile ombrello transnazionale; in caso contrario, gli Usa diventeranno ancora più marginali. La posta, per democrazie e alternative autoritarie, è il baricentro del pianeta. Il grande gioco globale delle armi».
Papa Leone XIV ci ricorda con parole meravigliose che la guerra è una tragedia. La nostalgia ci suggerisce che forse era meglio una “guerra fredda” che delimitava i conflitti del caos attuale. António Guterres ci dimostra che l’Onu – dove un membro permanente del Consiglio di sicurezza con diritto di veto come la Russia invade lo stato sovrano dell’Ucraina e dove l’Iran dopo aver massacrato decine di migliaia di suoi giovani assume la vicepresidenza della Commissione per lo sviluppo sociale – è probabilmente ancora un indispensabile terreno per la ricerca di soluzioni diplomatiche dei conflitti in corso, ma non è in nessun modo un “soggetto” garante del diritto internazionale. I leader dell’Unione Europea ci avvertono che la leadership arrogante ed erratica di Donald Trump deve spingerci a fare meno affidamento sugli Stati Uniti. Pagani ci avvisa però che l’alternativa alla leadership un po’ pazzotica di questi giorni di Washington è una Pechino alleata del tardozarismo putiniano, dei narcos sudamericani, del fondamentalismo islamico, di tutti i dittatori possibili in Africa e Asia e anche dei vari avventurieri affaristi, spesso politici o ex politici, europei.
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Su Formiche Emanuele Rossi scrive:
«È in questo spazio, tra convergenza e autonomia, che si inserisce l’analisi di Sanjay Pulipaka, chairperson della Politeia Research Foundation, che introduce un elemento di profondità e cautela. Per Pulipaka, “sarebbe ideale se il rapporto bilaterale tra India e Stati Uniti fosse costruito su valori condivisi e su un approccio realistico fondato sulla convergenza degli interessi”. Tuttavia, osserva, “per molti in India, gli Stati Uniti non hanno sempre seguito un approccio pragmatico e realistico nelle loro interazioni con New Delhi”. Il primo punto riguarda il nodo nucleare, centrale nella percezione strategica indiana. “L’acquisizione di armi nucleari da parte dell’India le ha consentito di opporsi alle violazioni territoriali della Cina nella grey zone”. Da qui una domanda che tocca direttamente l’architettura dell’equilibrio regionale: “Sarebbe oggi possibile concepire un equilibrio di potere favorevole nell’Indo-Pacifico senza l’acquisizione di armi nucleari da parte dell’India?”».
Lo stile unilateralista dell’amministrazione Trump e di Israele non consente alle nazioni europee di essere coinvolte in una guerra contro l’Iran. E questo nonostante sia viva la preoccupazione per una Teheran che massacra i suoi cittadini, che tenta di darsi un armamento nucleare e che dispone già oggi di missili della gittata di 4.000 chilometri. Però il conflitto ha creato uno spazio nuovo per gli europei: gli Stati arabi del Golfo e la parte decisiva del mondo islamico sono schierati contro il regime fanatico e omicida degli ayatollah. E anche l’India ha compreso come parte dei conflitti in corso sia orientata contro la costituzione del cosiddetto Imec (il corridoio economico India-Medio Oriente-Mediterraneo). Se l’Unione Europea e i suoi Stati membri decidessero di esistere veramente, ci sarebbe un enorme spazio per un’iniziativa politica, tesa tra l’altro anche a contenere l’unilateralismo americano e israeliano.
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Ps. Con questi ultimi commentini lascio alla magnifica redazione di Tempi il compito di proseguire le “preghiere del mattino” che ho avviato nel maggio del 2022. A quasi ottanta anni non ho più l’energia per svolgere questo faticoso impegno. D’accordo con i mei cari amici che dirigono questo sito e il mensile collegato, continuerò in forme meno faticose la mia collaborazione. Grazie e un caro saluto a chi mi ha seguito con utili consigli e con talvolta apprezzamenti che mi hanno commosso.
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2 commenti
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Carissimo Sig. Festa,
per quanto non Le abbia risparmiato molte critiche (per l’ammirazione che non comprendo verso Mario Draghi, e.g.), ho letto con piacere queste righe quotidiane ogni giorno, e ne ho sempre tratto qualche spunto interessante. Tornerà ai romanzi fra Lugano e Milano con l’ing. Cavenaghi? Peraltro, il migliore è (a mio parere, sia ben chiaro) la Provvidenza Rossa.
Cari saluti e grazie mille e tante buone cose,
Carlo A. Rossi
A Lodovico Festa un grazie di cuore per il prezioso lavoro svolto con la sua rubrica e auguri vivissimi di ogni bene!!!