Casca il mondo
Il caos del cuore di una madre
Jessie Buckley ha vinto l’Oscar come miglior attrice per Hamnet. Nel giorno della festa della mamma nel Regno Unito, ha dedicato il premio «al bellissimo caos del cuore di una madre». Mentre la cerimonia offriva anche il gioco glamour del «cosa dici del mio vestito?» tra Anne Hathaway e Anna Wintour, quella frase ha lasciato un’impressione diversa: meno posa, più verità. Sarà che viene dalla terra d’Irlanda, ma Jessie Buckley ha una bellezza ruvida e magnetica che evoca qualcosa di ancestrale, come la maternità che descrive. Fa pensare alla presa possente delle radici che spaccano la terra per ancorare una pianta.
Il caos nel cuore di una madre non è – solo – quel putiferio di giornate in cui si tenta di incastrare tutto, con emozioni altalenanti. Richiama, di più, un tumulto primigenio che è travaglio e accudimento, l’esatto opposto del misero quadretto ideologico che contrappone il carattere dominante della donna in carriera alla dolce figurina dimessa della madre di famiglia.

Viene da pensare a Catherine Birmingham Trevallion, la madre della cosiddetta famiglia del bosco. Nelle carte e nelle cronache è stata descritta come «insistente e diffidente», «ostile», poco collaborativa. Oggi si discute perfino della sospensione delle videochiamate, uno strappo ulteriore dopo la separazione fisica che ha provocato nei bambini un pianto straziante. «I bambini si stanno adeguatamente adattando alla nuova situazione per l’assenza della madre», è uno degli ultimi aggiornamenti.
Agli occhi dell’opinione pubblica, Catherine è la figura meno conciliante di tutta la vicenda. È quella che inquieta di più, perché non rassicura, non addolcisce, non si lascia facilmente tradurre né nel linguaggio pulito delle istituzioni né in quello, opposto ma altrettanto semplificante, della mamma dolce. Anche chi la difende fatica a renderla levigata. E forse è proprio questo il punto: il suo modo di stare nella maternità appare combattivo, perfino urtante, ma non ornamentale. Il caos nel suo cuore di madre la porta dove deve continuare a stare, fuori dalle righe e dalle gabbie di chi vorrebbe la famiglia come un grazioso soprammobile della società.
Molto addomesticata, pur volendo ostentare il contrario, si è mostrata la pop star Annalisa. Ritorna sotto i riflettori cantando «mi vuoi più suora o pornodiva?». La dualità dissacrante di una donna che vuole essere libera dalle etichette, sai che grande novità. La canzone nomina una gabbia senza davvero incrinarla; mette in scena una provocazione già assorbita dal mainstream e, proprio per questo, innocua. «Questa non è una canzone estiva», dice il testo, ma finisce per stare esattamente lì: nella zona di un tormentone brillante, non in quella di un’esperienza che scava. Anche un brano pop può ospitare un canto che non sia solo un sottofondo musicale per un aperitivo in spiaggia. Forse avremmo più bisogno dei tuoni di un temporale estivo, di una voce che si pianta nelle radici complesse di sé, e va oltre il noioso stereotipo religione vs erotismo.
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