La nostra estate sul trattore con le monache (e il sale) di Valserena

Di Annalisa Teggi
25 Agosto 2026
Senza orologio e senza cellulare, ritmati dalle campane. Tra 500 piantine di finocchi, angurie da 15 chili e sveglie all'alba, il racconto di due fratelli al lavoro nei campi del monastero dove «un albero è più albero» ed «più facile per Dio pescarti»
Martino, 16 anni, con un cocomero in spalla, al lavoro nei campi del monastero di Valserena
Martino, 16 anni, al lavoro nei campi del monastero di Valserena

A inizio estate il monastero cistercense di Valserena (a Guardistallo in provincia di Pisa) ha condiviso l’invito a un’occasione di lavoro rivolta ai giovani nei campi del monastero. “Sole, aria, silenzio. La compagnia della nostra vita di preghiera. Il lavoro insieme nella pace della nostra campagna”, questa l’idea.

Sulla scorta di una precedente esperienza nel monastero di Vitorchiano, Michele, 20 anni, ha proposto al fratello Martino, 16 anni, di scrivere al monastero per candidarsi al lavoro e hanno trascorso la prima settimana di agosto a Valserena. Ospiti della foresteria, hanno scelto questa strana vacanza di fatiche agricole e preghiera.  Abbiamo chiesto loro di raccontarci com’è andata.

Partiamo da quello che di solito non si fa, lo spoiler. Qual è stato il succo di questa esperienza?
Quando siamo arrivati a Valserena ci ha colpito il cancello del monastero, è forte come immagine di chiusura. C’è uno spazio di vera clausura, noi siamo stati ospiti della foresteria e abbiamo avuto qualche colloquio con alcune suore. Arrivati alla fine della settimana, l’impressione si è ribaltata rispetto all’inizio. Ci è sembrato che il mondo fuori fosse più diluito. Ci è venuto spontaneo chiamare «fuori» quella che è la nostra vita normale, tra casa, scuola, sport, tempo libero con gli amici. Fuori, ti senti libero se di cancelli non ne vedi. Fuori, la vastità di possibilità disperde il sale. C’è talmente tanta acqua che puoi trascurarlo, non sentirlo, dedicarti a mille interessi anche belli e buoni, che poi non trattieni fino in fondo. In monastero il sale della vita si concentra di più, seguendo una linea comune di vita, vera e autentica. Non sta chiuso, è custodito per tutti.

Ma quel «sale» c’è anche nel mondo, non solo dentro il monastero?
Durante settimana di lavoro, siamo stati nell’orto e nei campi insieme a suor Maria Chiara e suor Annina. Abbiamo visto delle persone che fissano l’ideale della propria vita e sono spiritualmente complete. Al confronto ci siamo visti un po’ spenti, pensando a come passiamo di solito il tempo. Ci lasciamo andare a pensare che i giorni siano tutti uguali o a seguire interessi che cambiano. Stiamo a rincorrere qualcosa che il giorno dopo cambia. La tristezza nasce anche da questo.
Nell’ambiente cristiano che frequentiamo avevamo già sentito dire che la chiave di tutto è l’esperienza, ce ne siamo accorti meglio. Perché suor Maria Chiara e suor Annina non ci hanno fatto delle prediche, le vedevamo far fatica come noi. Erano un po’ più felici, e non può che essere che siano felici per via della scelta che hanno fatto. Il sale è un rapporto vivo con Dio. È possibile trovarlo dappertutto, ma un posto come il monastero aiuta a non dimenticarsi di cercarlo, a non accontentarsi del molto altro che è sparso fuori.

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È un’esperienza che vale solo per un cristiano che vuole irrobustire la sua fede?
Ne abbiamo parlato tra noi, pensando a tutti gli stereotipi negativi sulle suore, a quanto sia forte il luogo comune sulla loro vita monotona, ridicolizzata. Noi le abbiamo viste sul trattore, ad esempio, e poi a cantare le preghiere con una voce pacata ma lieta. E c’è venuta una gran voglia di portare lì dentro tanti nostri compagni di classe o amici, per fargli cambiare idea sulla vita monastica.
Da un colloquio con una suora ci è stato suggerito un orizzonte più interessante, cioè che il monastero può essere un’esca, ma è Dio che ti attira a sé. Per ciascuno, credente o meno, l’occasione decisiva è questa attrazione. Noi volevamo appuntare qualche stella di gradimento in più sul cristianesimo, ma il senso della testimonianza della fede è essere esche. Poi la canna e il mulinello sono in mano a Dio. Vale ovunque. Dentro al monastero è più facile per Dio pescarti, perché vedi la faccia di chi è stato attirato da Lui. E questo risveglia la libertà a confrontarsi con domande più oneste.
Senti più forte le mancanze, ma sparisce anche la paura di riconoscere che desideri un bene che non passa. È una parola grossa, però è quella giusta: conversione. Piccola. Senti che ti sposti da quello che eri, confrontandoti con un modo di vivere aggrappato a una regola semplice, che batte e ribatte per non distrarti dall’essenziale.
Nella foresteria abbiamo conosciuto pellegrini che provenivano da molte zone d’Italia. Sono storie di persone che hanno un legame di amicizia con il monastero, pur essendo impegnati in contesti lavorativi e sociali diversi. Puoi portare i segni di questo legame dovunque, a chiunque.   

Bello questo entusiasmo, ma il lavoro nei campi?
La fatica c’è stata tutta. Ci svegliavamo alle 6 e un quarto. Si lavorava di mattina, per evitare le ore più calde del giorno. Ma c’era da sudare comunque. Abbiamo spollonato i noccioli, trapiantato le bietole, raccolto i pomodori e le melanzane, tolto le erbacce con la zappa in mezzo in mezzo all’insalata. La raccolta delle zucchine si è rivelata fastidiosa, perché le piante crescono raso terra e hanno delle spine urticanti. Bisogna imparare a spostare le foglie e fare la mossa giusta per infilare il braccio e raccogliere i fiori e le zucchine senza pungersi troppo.
Uno dei momenti più duri è stato piantare circa 500 piantine di finocchi. Il ritmo di lavoro era serrato. Bisognava stare a schiena piegata, qualche lamento è uscito. Poi, al suono della campana che segna la fine del lavoro mattutino, la suora che ci guidava ha detto: «Dai, mettiamone giù ancora un po’!». Ecco, c’è stata la tentazione di disubbidire. Il giorno dopo abbiamo visto le file di piantine verdi tutte belle dritte, ed è stata una gran soddisfazione.

Michele, 20 anni, e il fratello Martino, 16 anni, al lavoro nei campi del monastero cistercense di Valserena
Michele, 20 anni, e il fratello Martino, 16 anni, al lavoro nei campi del monastero cistercense di Valserena

Anche riuscire a raccogliere un’anguria da 15 chili è stato bello. Un’altra ci è esplosa in mano, cioè si è solo crepata, ma ci ha dato l’impressione dello scoppio. Ci ha fatto pensare proprio a un eccesso di energia che spinge, spacca. Si dice che uno scoppia di gioia, lavorando nel campo si capiscono meglio certi modi di dire.
Insieme alla fatica c’è stata anche la ricompensa del riposo, come quando, dopo aver raccolto una montagna di fichi, ci siamo concessi una pausa e abbiamo condiviso qualche riflessione mangiando i frutti dall’albero. Un sapore gustosissimo.

Eravate obbligati a seguire i momenti di preghiera che scandiscono la giornata del monastero?
No. La suora che ci ha dato le indicazioni iniziali è stata la prima a dirci che potevamo impiegare il tempo libero del pomeriggio come volevamo. Il monastero di Valserena non è lontano dal mare, ad esempio. Si è stupita quando abbiamo detto che avremmo provato a disintossicarci dal cellulare per una settimana e a stare ai tempi della preghiera. Non tutti, ma alcuni sì.  
Di solito a casa lo spazio della preghiera lo trovi nei momenti morti, un minuto prima di dormire. Forse qualche volta di ricordi di ringraziare.
La preghiera in monastero è una fedeltà ordinaria, cioè non è fuori da quello che sei. Non è il momento che ti ritagli la domenica per andare a messa, è proprio un rito nel senso buono del termine. Il tempo per pregare durante una giornata c’è, è solo un’impressione che «tolga spazio» ad altre attività. «Ora et labora» è più umano di «labora» e basta. In realtà, il tempo c’è.
Per una settimana non abbiamo usato gli orologi, il giorno era scandito dalle campane. E il tempo passava veloce, ma non nel senso che sfrecciava come un bolide da gara. Ogni giorno era breve, ma non perché sfuggiva. Trascorreva come tempo vissuto. Non si riesce a spiegare bene fino in fondo, per raccontarlo ai nostri genitori abbiamo detto: qui un albero è più albero. 

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