Il Califfo può sterminare gli “infedeli”, ma guai se tocca l’incantevole Palmyra

Nessuno lo dice più, ma io lo ridico: vale di più una sola creatura di Dio, che tutti i segni di un passato glorioso

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) –Comincio con una dichiarazione d’amore a Palmyra, tanto per eliminare equivoci. Quelle rovine non sono ruderi, ma memorie di una presenza carica di civiltà. Le forme disegnate e poi costruite da ingegneri e schiavi si congiungono ai colori del deserto come da nessun’altra parte vidi. E il tramonto, inseguiti da ragazzini festosi che vendono lapislazzuli e grandi fazzoletti ha fuoco e vento come da nessun’altra parte. Dunque, che tutto questo rischi di essere frantumato dai miliziani dello Stato Islamico, mi sconforta. Eppure mi scandalizza negli altri, ma anche in me, il fatto che mi spiaccia infinitamente di più per le pietre testimoni della grandezza dell’uomo e dell’opera delle sue mani, che la vita di un ragazzino, che la strage di centinaia di esseri umani, che la decapitazione di alawiti e di miei fratelli cristiani. Nessuno lo dice più, ma io lo ridico: vale di più una sola creatura di Dio, che tutti i segni di un passato glorioso.

Non è un discorso astratto. Di quelli per cui si chiede a qualcuno di mettere in fila ciò che ama di più, come in un gioco di società. È una questione misurabile nella pratica e nelle scelte politiche e persino militari.

Infatti, fin quando era più una faccenda di migliaia di innocenti assassinati per la loro fede, di milioni di espulsi dalla loro casa e patria perché cristiani, la cosa era consegnata semplicemente agli appelli del Papa. Nessuna azione forte, nessun impegno di coalizioni anche militari per difendere gli inermi. Quando la nefandezza del Califfo è coincisa con la minaccia di distruzione di un “patrimonio dell’umanità” fatto di stupende pietre, irripetibili, ecco che finalmente l’orrore si è impadronito dell’opinione pubblica, e si è parlato di intervento persino all’Onu e in America.

Tutto questo è persino normale, e forse anche bello. Vuol dire che almeno dinanzi a qualcosa «l’indifferenza globalizzata» denunciata da Francesco si incrina. E però è in fondo ultimamente egoismo. Pensiamo che i jihadisti, distruggendo Palmyra, come già fecero i talebani con gli straordinari altorilievi dei Buddha in Afghanistan, tolgono qualcosa a noi, proprio a noi, a una fruizione futura, a un catalogo dei beni su cui fare affidamento ad ogni buon conto. Ricordo che un vecchio sacerdote ci raccontò un giorno di una discussione avuta su un’autostrada tedesca ingorgata con un compagno di viaggio, un famoso professore. Il quale gli confessò il suo tormento per lo spegnersi di numerose micro biodiversità in Amazzonia. Erano cose uniche. Il prete lombardo gli spiegò che era molto più unico e prezioso e irripetibile un singolo bambino ucciso nel ventre materno. Al che l’accademico in odore di Nobel si scandalizzò: la specie umana non è certo a rischio. Invece le biodiversità, le opere d’arte sì.

Ricordo che quando nel 1993 gli attentati della mafia vicino agli Uffizi di Firenze uccisero un bambino, Giovanni Testori disse che era infinitamente più importante quella vita di tutti i Raffaello e Michelangelo. Fu uno scandalo. Ma allora era una petizione di principio. Ora tutto accade davanti a noi.

Se Palmyra da difendere diventa occasione per salvare una presenza umana, mille volte benedetta Palmyra. Mi ricorda un film dove mi pare John Wayne si era deciso a difendere una famiglia di coloni, non perché per lui la vita altrui valesse qualcosa, ma perché gli indiani gli avevano bucato il cappello. Va benissimo. Ma dove non ci sono monumenti che ci commuovano, ad esempio in Kenya e in Sudan, o in Pakistan, lasceremo fare?

Io penso che se raderanno al suolo Palmyra, ma resterà da qualche parte un germe di umanità, un resto del gregge cristiano, qualcosa, magari per distrazione, risorgerà. Ma se ci saranno monumenti bellissimi guardati da gente che non si commuove e non muove un dito per le stragi, quelli l’ultimo giorno, anche se fatti di pietre, grideranno la nostra condanna.

Foto Ansa