Boston. «Ero lì di fianco alla bomba. Ma qualcuno ha scelto per me»

Il racconto di Gianni Albano, presente alla maratona come spettatore, a pochi metri dall’esplosione: «C’era un disegno che mi portava lì e un secondo dopo mi ha salvato la vita».

«Io ero lì, proprio accanto a quell’albero. Dopo, ho voluto rivedere i video e le fotografie del luogo della prima esplosione, perché non riuscivo a convincermene. Ero lì pochi minuti prima. (…) Avrò bisogno di tempo per percepire la grandezza di questo miracolo». Testimonianze da Boston, direttamente dalla via dove sono esplose le due bombe che hanno provocato 3 vittime alla maratona lunedì pomeriggio. Su Avvenire di oggi trova spazio il racconto di Gianni Albano, medico italiano arrivato negli Stati Uniti al seguito di un amico impegnato nella gara: anche lui doveva correre, ma un problema fisico lo ha costretto a desistere e ad attendere il compagno al traguardo. «Ho calcolato che sarebbe arrivato intorno alle 15.20, ora di Boston. Sono sceso dall’hotel un’ora prima. Il Boston Common, l’enorme parco della città, era pieno di gente: c’erano gli atleti che avevano già terminato la gara, molti erano distrutti dalla fatica, tremanti, zoppicati, ma tutti alegri. Felici».

DOVE LA BOMBA È ESPLOSA. A Gianni è andata bene, e parla di un miracolo: «Ero esattamente lì, nel posto dello scoppio della bomba. Dopo, ho riconosciuto l’albero che mi dava fastidio con i suoi rami e mi impediva di vedere bene. Sono stato fermo 10 minuti, ma c’era troppa folla e ho deciso di scendere per qualche decina di metri lungo il rettilineo della corsa, dove c’era meno gente. Sono passati pochi secondi ed è scoppiata la prima bomba alla mia sinistra. Lo spostamento d’aria mi ha colpito la faccia. Dopo pochi secondi è scoppiata l’altra alla mia destra, a una settantina di metri da me. Se all’inizio la gente era attonita, la seconda esplosione ha scatenato il caos».

«QUALCUNO HA SCELTO PER ME». «Quando rivivo quei momenti penso a quattro ragazzine di 18, 20 anni sotto l’albero, che aspettavano al traguardo un ragazzo con i cartelloni di benvenuto. Il ragazzo è passato tre minuti prima dell’esplosione, le ha riconosciute e insieme si sono allontanati. Potevano esserci anche loro, nell’elenco dei morti e feriti. (…) Nella mia profesione di medico rianimatore sono abituato a prendere decisioni che cambiano la storia delle persone. Il peso del mio lavoro è legato proprio alla necessità di compiere scelte fondamentali, decisive. Ma in quel momento, a Boylston Street, qualcuno ha scelto per me. Non so a quante persone succeda di passare così vicino alla morte o a qualcosa che le assomiglia. È un’esperienza difficile da razionalizzare. Quando sono partito da Milano, in me c’era un po’ di rammarico per non poter correre a causa di un piccolo infortunio. Essere diventato uno spettatore alla maratona mi ha esposto ancora di più al pericolo. È come se ci fosse un disegno che mi portava lì e un secondo dopo, con un cambio di programma, mi ha salvato la vita. Sono stati pochi secondi a decidere della mia vita o della mia morte. Sì, ho la percezione di essere un sopravvissuto. Ho bisogno di riflettere, di cercare dentro di me qualche spiegazione di questo flash così drammatico della mia vita».