Borgna: «Strage di bambini? L’uomo sceglie il male con o senza armi. Ma può essere perdonato»

Intervista a Eugenio Borgna: «Oltre all’impegno, alla condanna del male e al suo riconoscimento serve un bene più grande per cambiare: la carità. Qual è la carità più grande? “Deus Caritas est”».

«La grande tendenza che abbiamo è di non cogliere il significato dei fatti. Stiamo alla superficie delle cose, trovando motivazioni semplicistiche. Non ci chiediamo che cosa determina il male per non mettere in discussione il nostro essere e fare. Non abbiamo tempo né voglia di analizzarci interiormente. I fatti li guardiamo dall’esterno rimanendone al di fuori. Questo in fondo ci lascia indifferenti, non ci cambia. E così la stragi e gli eventi drammatici ci appaiono ancora più inutili e insensati. Mentre potremmo trarne spunto per convertirci e fare un passo verso il bene». Così Eugenio Borgna, primario emerito di psichiatria dell’Ospedale maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali dell’Università di Milano, parla della strage nella scuola del Connecticut.

«Non possiamo più tollerare ciò, queste tragedie devono finire», così il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha posto la risoluzione all’ennesima strage nel divieto al porto d’armi. Basta questa soluzione a frenare un male che si è fatto mostruoso?
Le armi non sono una causa, ma una concausa. Perché se io che non ho problemi psichici o voglio fare del male mi trovo di fianco un potenziale distruttivo farò dei danni molto maggiori rispetto a una situazione in cui non ce l’ho a disposizione. In questo caso il folle avrebbe potuto usare un’automobile, ad esempio, per investire i bambini ma non avrebbe potuto spezzare così tante vite. Cioè più mezzi distruttivi ci sono più la violenza trova un campo aperto per realizzarsi fino in fondo. Certo non è la mancanza di armi che può risolvere il problema. Le armi restano concausa e sono una conseguenza del male che l’uomo sceglie o si trova a fare. Un male da guardare e arginare con l’aiuto di qualcuno, ma ineliminabile totalmente dall’uomo.

È giusto distinguere tra gradi di male, tra quello che si commette normalmente e quello che vediamo nei casi delle grandi stragi di follia? Diverse ancora sono le stragi programmate lucidamente. Che legame c’è fra questi atti?
Fra il male assoluto e le singole forme di male come le omissioni, i silenzi o le piccole cattiverie non c’è una relazione stretta. Il male assoluto a volte oltrepassa anche l’umana responsabilità, soprattutto quando si tratta di personalità deboli. Ma queste hanno la caratteristica di non cogliere più la differenza fra il bene e il male, perché spesso lo hanno subito da altri o si sono così abituate ad esso che diventano solidali con questo, pensando che tutti siamo compromessi. Perciò se non condanniamo anche la più piccola forma di male sin dal principio finiamo per abituarci ad esso e lasciamo che si ingigantisca. È come una valanga che nasce da un pugno di neve e si ingrossa se qualcuno non lo ferma.

Cosa può arrestare questo male? Forse non vogliamo guardarlo anche per paura che nessuno possa redimerlo e salvarci?
C’è una tolleranza data dalla follia. Diverso è invece il male scelto e programmato come quello dei campi di sterminio o della moderna eugenetica che è inescusabile.

Eppure avremmo bisogno di vedere che è salvato anche quello peggiore.
Qui può entrare in gioco solo il perdono di cui ha parlato anche il Papa nel messaggio ai familiari delle vittime. Il perdono che oltrepassa l’aspetto psicologico e la colpa. Il perdono nasce da Cristo, da una visione cristiana della vita, che va al di là delle legge umana. Le quale esige solo la corrispondenza stretta tra un fatto come il reato e la punizione a cui il reato va consegnato. Anche se i due livelli non si escludono. Fra Cristoforo che nei Promessi Sposi di Manzoni chiede il pane come segno del perdono per gli omicidi commessi oltrepassa il piano psicologico per collocarsi sul quello misterioso di un perdono che esula le categorie di giudizio umane.

Il Papa ha detto ai familiari delle vittime che il perdono è il potere che trionfa sulla violenza.
Bisogna essere stati perdonati per perdonare. E bisogna chiedere di pentirsi per godere del perdono. Hitler e i suoi gerarchi non hanno mai immaginato che si potesse chiedere perdono per le stragi commesse. Il perdono eccede ogni misura umana ed è il contrario della giustificazione. Il perdono è capace di guardare a tutto il male dell’uomo senza giudicarlo per questo. Il perdono odia il male, non lo giustifica mai né lo minimizza, perciò bisogna distinguere sempre tra peccato e peccatore, chi perdona repelle il primo perché ama il secondo.

Una logica che rifiutiamo, eppure ne avremmo molto bisogno, soprattutto oggi.
Oltre all’impegno, alla condanna del male e al suo riconoscimento serve un bene più grande per cambiare. Se penso ai miei pazienti che fanno e si fanno del male, spesso agiscono così perché lo hanno ricevuto e cambiano solo quando si introduce un bene più potente. Per questo l’ascolto, l’accoglienza, la carità sono tanto necessarie. E qual è la carità più grande? «Deus Caritas est», «Dio è carità», per questo ci serve mendicarLo, come insegna giustamente don Luigi Giussani. Ecco che l’errore diventa un’apertura del cuore che può anche fermare la realizzazione di atti altrimenti inarrestabili. Solo l’amore che non è semplice sentimento, ma aiuto e accompagnamento continuo, rallenta la contestazione: questo vale soprattutto per chi si fa del male.

Se guardassimo al nostro limite e al male senza attribuirlo solo ad altri, forse sarebbe la possibilità di ricercare un bene che può finalmente liberarci?
Non riconoscere il male in noi per allontanarlo è peggio per tutti perché ci fa rimanere in esso, per questo il male sta nascosto o si fa percepire lontano, aiutato dall’orgoglio. Invece, riconoscere il male in noi, accettare di averlo fatto e chiedere aiuto ci apre a quella possibilità e necessità di bene di cui questa società, più che delle regole e del linciaggio, ha così bisogno. Per questo serve la grazia che è quella che si chiede al presidente della Repubblica per chi è condannato, ma che in senso più profondo possiamo ottenere solo dallo Spirito che ci muove fino a condurci ad atti di generosità che invece creano quella comunità di destino che c’è in ogni visione del mondo, ma che si realizza pienamente solo nel Dio fatto Uomo che ha conosciuto e salvato già tutto.