Bologna vota B come Bambini (storia di un referendum e di una battaglia per il bene di tutti)

Un referendum da 600 mila euro per togliere agli asili paritari un milione di fondo comunale: il raptus suicida della sinistra ideologica

Già il quesito è balordo. A Bologna il 26 maggio i cittadini sono chiamati a esprimersi su un referendum che già a partire dalla formulazione è fazioso. Vi si chiede se il Comune debba utilizzare le risorse per le scuole comunali e statali (opzione A) o per le scuole paritarie e private (opzione B). Una balla. Perché non si dice che sia le scuole comunali e statali sia quelle paritarie sono scuole pubbliche. Lo dice una legge dello Stato (62/2000 voluta dal ministro Luigi Berlinguer), lo dice la storia di Bologna che da circa vent’anni offre ai propri cittadini (a tutti i propri cittadini) un servizio che si regge su tre gambe (scuole statali, scuole comunali, scuole paritarie), lo dice il concetto stesso di “pubblico” che solo la miopia di certa sinistra fa coincidere con “statale”.

Sinistra, appunto. Ciò che accade a Bologna in merito alla scuola fa da lente di ingrandimento per comprendere l’attuale situazione politica italiana nei suoi scenari nazionali. Da un lato, la sinergia forzata di due mondi distanti – il centrodestra e il centrosinistra – che, in un momento di difficoltà del paese, convergono e cercano soluzioni pragmatiche per il bene di tutti. A loro si affianca (o meglio, fa da traino) una società civile che è oggi indaffarata in altre questioni più urgenti (il lavoro, la precarietà economica, sbarcare il lunario), ma che non vuole farsi mettere i piedi in testa da chi ne vuole limitare la libertà d’azione e di coscienza. Dall’altra, un’opposizione che se ne frega di problemi, soluzioni, numeri, esperienze e taglia col falcetto la realtà in nome di pregiudizi ideologici che sarebbero già stati anacronistici ai tempi di Napoleone.

Nel 1993 a Bologna fu eletto sindaco Walter Vitali (Pds-Psi). Fu sotto la sua regia che la città iniziò a interrogarsi sul significato del termine “pubblico”. Tale deve essere considerato solo ciò che elargisce “mamma Stato” oppure tutto ciò che offre un servizio che è un bene per tutti? In fondo, bastava guardare a quel che già c’era ed è sotto gli occhi di tutti: l’esistenza di tante esperienze che non erano nate per iniziativa dello Stato ma da ordini religiosi o gruppi laici che avevano speso energie e quattrini per offrire a tutti la possibilità di frequentare scuole materne (una volta si chiamavano asili), dove lo Stato non ce la faceva ad arrivare. Esistono istituti da 150 anni: non li ha inventati lo Stato. Quest’ultimo, al massimo, li ha copiati.

A rischio un sistema efficiente
Presidente della Regione un certo Pier Luigi Bersani (sinistra), sfruttando poi gli spazi aperti dalla legge Berlinguer (sinistra), confermando la bontà dell’intento con l’introduzione nella Costituzione del principio di sussidiarietà nel 2001 (articolo 118, governo Ulivo, sinistra) nel capoluogo emiliano in vent’anni hanno messo in piedi un sistema che non solo funziona, ma è pure unico in Italia. A Bologna le scuole comunali, infatti, sono più della metà del totale, un caso unico. Ebbene, questo modello, chi lo vuole abbattere? La sinistra di Vendola e i grillini. Tafazzismo puro. Come? Togliendo il contributo comunale alle paritarie (1 milione di euro) per girarlo allo Stato. Quanto costa il referendum? 600 mila euro. Con questi stessi soldi si potevano avere quasi 800 posti in più alle materne per un anno.

A Bologna, attualmente, esistono 127 asili. Dal 1995 a oggi, il Comune ha costruito un sistema basato sulle convenzioni attraverso cui sostiene il servizio pubblico svolto dalle scuole paritarie, siano esse gestite da privati (religiosi o laici) siano esse comunali (sì, anche quelle sono “scuole paritarie”). Nel 2011 il Comune ha speso 35,5 milioni di euro per le scuole dell’infanzia comunali, che ospitano 5.137 bambini, 665 mila euro per le scuole dell’infanzia statali, che ospitano 1.495 bambini, e un milione di euro per le paritarie convenzionate, che ospitano 1.736 bambini. Quindi, il Comune di Bologna spende 6.900 euro per ogni bambino che si iscrive a una scuola comunale, 445 euro per ogni bambino delle scuole statali e 600 euro per ogni bambino che va a una paritaria convenzionata (il resto ce lo mettono i genitori con le rette). Le scuole comunali paritarie ospitano il 61 per cento dei bambini, quelle statali il 18 e quelle paritarie il 21. Facendo due conti, sebbene le scuole paritarie accolgano un quinto dei bambini bolognesi, ricevono solo il 2,9 per cento delle risorse che il Comune destina alla fascia di età 3-6 anni. Domanda: se togliamo quel milione di euro alle paritarie e lo destiniamo alle scuole pubbliche, il Comune potrebbe ospitare solo 150 dei 1.736 bambini che ora vengono educati nelle paritarie. E degli altri 1.536 bambini che ne facciamo? Dove li mettiamo?

Un jet-set a Cinque Stelle
È più che lampante che un asilo che costa 600 euro per bambino l’anno contro uno che ne costa quasi 7.000 non è una fregatura, è un risparmio. Se, per paradosso, i 1.736 bambini delle paritarie si iscrivessero alle comunali, il costo per l’amministrazione sarebbe di 12 milioni. Quindi: grillini e Sel per risparmiare un milione vorrebbero farne spendere 12 al Comune. Geniale. Ma i grillini non erano quelli che andavano in parlamento per mettere fine agli sperperi pubblici, promettendo che avrebbero contato «anche le caramelle»? Quante caramelle si possono comprare con 12 milioni di euro?
La storia antiparitarie parte da lontano. Da quando, negli anni Novanta, l’amministrazione bolognese ideò – come d’altronde in moltissime altre parti della Penisola – il sistema delle convenzioni. Subito partì una denuncia alla Corte dei conti, poi seguirono altri ricorsi al Tar, quindi si è arrivati ai giorni nostri con una raccolta di firme che ha permesso al comitato Articolo 33 di fare indire il referendum. Hanno raccolto ben oltre le 9 mila firme necessarie, soprattutto grazie alla mobilitazione di Sel e dei militanti del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. A loro si sono aggregati nel tempo una serie di personaggi pubblici che è utile elencare: innanzitutto il presidente del comitato, Stefano Rodotà, il costituzionalista che i grillini volevano come capo dello Stato perché lo avevano votato online “ben” 4.677 internauti. Poi il sostegno di personalità note come l’astrofisica Margherita Hack, lo scrittore Andrea Cammilleri, il medico di Emergency Gino Strada, i giornalisti di Repubblica Michele Serra e Corrado Augias, gli attori Riccardo Scamarcio (quello dei film di Moccia), Sabina Guzzanti, Isabella Ferrari, Amanda Sandrelli, Valeria Golino, Neri Marcorè, i musicisti Andrea Mingardi e Francesco Guccini (che vota A perché «bisogna difendere la Resistenza e la continuità della coscienza morale»). A loro si sono affiancati i Cobas, la Cgil Scuola, i centri sociali come il Collettivo Bartleby, già protagonista di alcune occupazioni in città, i neofascisti di Casa Pound e persino l’Unione atei e agnostici razionalisti (Uaar) e il pastore della Chiesa evangelica metodista Michele Charbonnier.

Ignoranti ma schierati
Molti di loro, spesso limitandosi a slogan abborracciati, hanno portato il loro sostegno al comitato, a volte in maniera non proprio efficace, come si racconta sotto i portici di Bologna, riferendosi al succo dell’intervento di Maurizio Landini (metalmeccanici Fiom, poteva mancare?) che in un incontro pubblico ha detto più o meno così: «Di scuola non so nulla, però…».

Ecco, “però”. Alla fin fine, non potendosi confrontare sul merito – non dovrebbe essere una prerogativa di fede capire i numeri – i referendari hanno dovuto cristallizzare in slogan le loro fragili argomentazioni. E, come sempre accade, sono diventati o violenti o ridicoli. In alcune scuole è stato possibile fare propaganda solo per la “A”. Maurizio Matteuzzi, docente di Filosofia del linguaggio all’Università, ha voluto screditare i ragionamenti altrui dicendo che se lo Stato finanziasse la mafia ne trarrebbe un introito grazie all’incremento del traffico di droga e puttane. Le scuole paritarie come la mafia, avete capito bene.

Ma l’ideologia non può fare a meno di scadere nel grottesco. Il comitato Articolo 33, ad esempio, ha chiesto al Comune di mettere a disposizione degli autobus per portare la gente ai seggi a votare. Stiamo parlando di un referendum consultivo, senza quorum, il cui esito non è vincolante per l’amministrazione locale. Però volevano le navette per evitare di andare a piedi. «A questo punto – ha detto ironicamente il consigliere comunale Valentina Castaldini, Pdl – facciamo loro trovare la scheda con già barrata la A, così il servizio sarà completo».

Ex malo bonum. Pur potendo contare su una grancassa mediatica minore, a Bologna intorno a un appello che ha visto come primo firmatario il professore Stefano Zamagni, si è amalgamato un comitato che, prima, ha cercato di spiegare l’inutilità dannosa del referendum e, poi, s’è dato da fare per spiegare le ragioni del voto B, «come bambini, come Bologna». Certo, contro l’incaponimento astratto hai voglia a sciorinare i numeri che mostrano che «la sussidiarietà conviene». Ma certo, come ha raccontato lo stesso Zamagni a tempi.it, «in fondo bisognerebbe ringraziare i referendari», perché in questi ultimi mesi la città è stata un brulicare di incontri e dibattiti pubblici in cui è stato possibile mostrare cosa sono e cosa fanno le scuole paritarie. «Contro l’ideologia si può fare poco – ha raccontato Zamagni – ma quando incontro la gente e chiacchiero, alla fine è difficile trovare persone che non siano d’accordo con noi».

Il sindaco contro i «cubani»
Trainati dalle associazioni e dalle scuole paritarie (che, nel caso infausto, dovrebbero aumentare le rette di 500-600 euro), si è formato un movimento che ha messo assieme personaggi diversi. Da Romano Prodi e Luigi Berlinguer fino a Maurizio Lupi e Gabriele Toccafondi. Dai cardinali Carlo Caffarra e Angelo Bagnasco fino all’ex sindaco Vitali e al giornalista Antonio Polito. L’ateo e il cattolico, il democristiano e il comunista, uniti da due idee di fondo: difendere l’esistente che funziona e ricordare che il primato della libertà di scelta e di educazione spetta ai genitori. Lo Stato viene dopo. Su tutti, merita una menzione il sindaco Virginio Merola che ha accusato la campagna dei referendari di essere il «trionfo della demagogia e della disinformazione»; di volere far fare a Bologna la «cavia agli esperimenti di persone che molto spesso non sono riuscite a entrare in parlamento con le proprie proposte politiche»; di propugnare idee «da sinistra cubana», da «estremista conservatore». Soprattutto di aver messo in mezzo i bambini. Gli unici che non sono «né di destra né di sinistra», ma che potrebbero pagare lo sciagurato esito di un referendum idiota.