Boko Haram, la prigionia senza fine dei sopravvissuti

Dieci anni di sofferenze inflitte dagli islamisti alla Nigeria hanno trasformato le vittime in sospetti terroristi. Soprattutto se si tratta di donne e bambini

Aveva solo 16 anni Fatima, quando riuscì a fuggire dal quartier generale di Boko Haram, correndo a piedi nudi nella foresta col figlioletto avvolto in un panno sulla schiena. I terroristi l’avevano rapita nel 2014, picchiata, costretta a sposare un combattente da cui aveva avuto un bambino. Ricorda di aver pensato, nei quindici mesi di custodia militare che hanno preceduto il suo rilascio in un campo di sfollati a Maiduguri, «perché sono scappata? Boko Haram ci ha trattati meglio».

IL DESTINO DEI RAPITI

Fatima è una dei sette ragazzini intervistati dal Washington Post che una volta scampata alla prigionia dei terroristi ha dovuto affrontare il percorso di de-radicalizzazione nelle caserme delle forze armate nigeriane. Troppo spesso gli jihadisti hanno utilizzato corpi come i suoi per condurre missioni suicide e attacchi in tutto il paese, condannando le vittime di una guerra decennale che ha già mietuto 27 mila vittime, a sospetti terroristi. Sebbene il colonnello della difesa Onyema Nwachukwu abbia smentito i rapporti dei sostenitori dei diritti umani, che denunciano lo stato di prostrazione a cui sono costretti decine di minori, stipati per mesi in stanzoni pieni di zanzare e miasmi nausebondi («i bambini arrestati vengono tenuti in luoghi protetti, dove vengono adeguatamente nutriti, profilati e de-radicalizzati prima della loro liberazione – ha assicurato -. Ricevono un’alimentazione regolare, abbigliamento, cure mediche necessarie, tutoraggio spirituale ed educativo interno e altre esigenze di benessere») si moltiplicano le storie di chi si è trovato sulla strada della ferocia jihadista e di una rieducazione che pare impossibile.

IL DOPPIO STRAZIO DELLE STUDENTESSE

Tempi vi aveva già raccontato il doppio strazio di molte delle studentesse di Chibok, condannate allo stigma sociale nonostante i numerosi programmi di assistenza forniti dal governo nigeriano e dalle organizzazioni internazionali: «Il figlio di un serpente è un serpente», «arriva la peste», questi epiteti sono diventati usuali nei campi profughi del nord della Nigeria, rivolti alle donne rapite, ridotte in schiavitù e stuprate dai jihadisti che riescono a scappare e tornare dai familiari. Molti credono che i bambini concepiti come il risultato di una violenza o di relazioni sessuali con i membri di Boko Haram diventeranno la nuova generazione di jihadisti, dal momento che hanno ereditato le caratteristiche violente dei loro padri biologici. Come se la violenza fosse iscritta nei geni di quelle nuove vite. E molte, disperate, decidono di fare ritorno nella maledetta foresta di Sambisa, da chi le aveva rapite.

«CHIUDEVO GLI OCCHI E SPARAVO A CASO»

Dalla condanna non si salva nessuno. Gmarley, 15 anni, rapito dai terroristi durante un attacco nel suo villaggio aveva imparato a costruire bombe in soli tre mesi. Dopo le minacce dei terroristi, «unisciti a noi o muori», ha dovuto fare i conti con quelle delle pistole puntate dai militari, «i tuoi genitori fanno parte di Boko Haram». Mallam ha subito il lavaggio del cervello nella foresta, appena rapito fu armato di Ak-47 e costretto ad attaccare gli avamposti militari. «Chiudevo gli occhi e sparavo a caso», finché riuscì a scappare con un amico e raggiungere un avamposto delle forze governative. Dove è stato picchiato e trattato alla stregua di quello che i terroristi volevano che diventasse: uno di loro. Essere liberato o ucciso, dice al Washington Post, in quel momento non aveva più nessuna importanza.

Foto Ansa