Utili note per ricordare che in Ucraina ci serve una soluzione, non altra tensione

Vladimir Putin e Xi Jinping
Il presidente russo Vladimir Putin con l’omologo cinese Xi Jinping (foto Ansa)

Sul sito del Tgcom si scrive: «L’esercito russo cesserà il fuoco questa mattina per permettere i corridoi umanitari in diverse città ucraine: lo riporta il Guardian, che cita Interfax. I corridoi saranno aperti dalle 10 ora di Mosca (le 8 in Italia) da Kiev, Mariupol, Kharkiv e Sumy su richiesta del presidente francese Emmanuel Macron. Lo ha reso noto il ministero della Difesa russo».

Non sono molte le buone notizie sulla guerra in Ucraina, forse ce n’è una, se questa volta si manterranno i corridoi umanitari per le città assediate. Intanto il premier israeliano Naftali Bennett dice che la trattativa tra Mosca e Kiev non è ancora decollata e che lui resta disponibile alla mediazione. Recep Erdoğan si fa avanti per trattare. Il governo polacco informa sulle difficoltà nel trasferire aerei da combattimenti all’Ucraina senza andare a uno scontro con Mosca. Il problema di fondo resta sempre come tener ferma la condanna all’invasione russa con la ricerca di una via di uscita che eviti al mondo esiti catastrofici.

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Sugli Stati generali Paolo Natale scrive ragionando sull’opinione pubblica italiana, i cui orientamenti sarebbero che «se il responsabile maggiore è ovviamente la Russia di Putin, anche gli altri protagonisti della triste vicenda non sono immuni da proprie colpe, sia a livello diplomatico che a quello politico. La forte preoccupazione per la fine della stabilità europea è generalizzata e un futuro di pace non è sentito come realmente possibile nei prossimi anni. Anche se non si arriva ad ipotizzare lo scoppio di una terza guerra mondiale, i timori che la conflittualità si possa estendere, come abbiamo visto, sono largamente maggioritari, e prescindono per una volta dalle appartenenze politiche. Per la seconda volta in pochi anni, il sentimento legato alla sopravvivenza sembra riuscire a mostrarsi con un volto solo, e a vedere unita tutta la popolazione, senza divisioni. Un ben triste risultato».

Il popolo italiano è al fondo saggio, sa distinguere tra aggressore e aggredito, ma chiede anche che si costruiscano le necessarie vie di uscita.

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Sul Sussidiario Giulio Sapelli scrive: «La guerra della Russia contro l’Ucraina è la prova dell’ulteriore trasformazione avvenuta negli ultimi vent’anni di questo neoimperialismo post-sovietico. La mortificazione inferta dagli Usa alla Russia respingendo il disegno riformatore e rigeneratore di Gorbačëv per sostenere – invece – il capitalismo di rapina della neoborghesia compradora di Eltsin inverò il potere putiniano: esso si propose, contro la rapina eltsiniana delle risorse naturali e industriali russe, come il difensore dell’identità storica nazionale e trovò in tal modo una sorta di legittimazione per molti versi inaspettata. Avvenne il confronto con un’Ue che già scatenò, per la prepotenza tedesca, una nuova e più terribile trasformazione del potere putiniano: la Germania, ricordiamolo, riconobbe la Croazia e la Slovenia il 15 gennaio 1991, senza un accordo preventivo con le altre nazioni europee, e aprì così quella stagione di sangue balcanica i cui incubi si rinnovano continuamente».

Il neoimperialismo post-sovietico rappresenta un rischio grave per la pacifica convivenza dei popoli europei, però l’unico modo per depotenziarlo è capire come si è formato, riflettendo anche sulle gravi colpe americane e occidentali, e come (e se) può essere riassorbito in una logica accettabile da liberaldemocrazie che vogliono difendere i propri principi di fondo.

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Su Huffington Post Italia Nicola Mirenzi scrive: «Quando Maurizio Landini sale sul palco per il suo discorso, alla fine del corteo per la pace, a Roma, c’è una sola bandiera dell’Ucraina che sventola in tutta piazza San Giovanni. Sono arrivate da tutt’Italia cinquantamila persone, dicono gli organizzatori della manifestazione. Hanno portato con sé un torrente di bandiere arcobaleno, parecchi drappi rossi della Cgil, tanti cartelli che chiedono il disarmo completo del mondo, e altri che ambiscono a un’equidistanza tra le parti che si suppone siano in campo».

Come al solito un Landini che rappresenta una sinistra che vuole essere ancora di sinistra ma è allo sbando, non riesce bene ad articolare il proprio pensiero dando quasi la sensazione di essere equidistante tra Nato e Russia. Però non può essere criticato quando spinge a trovare una soluzione della guerra ucraina che sia diplomatica e non militare.

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Sulla Zuppa di Porro si scrive di Massimo Cacciari: «Per il filosofo quello che oggi abbonda sulle scrivanie dei giornali e delle “intelligenze” occidentali non è tanto il “pensiero unico”, che sarebbe pure una “cosa seria”, ma il “pensiero demenziale”. “Articolare un ragionamento, discernere, comprendere senza piangere né ridere – che è la regola di ogni buona filosofia – è diventato impossibile. Viviamo un’epoca di emergenza perenne, nella quale è tutto bianco o tutto nero. Provare a discernere è sempre più rischioso. In certi paesi si finisce in galera, in altri, se ci si avventura oltre l’opinione comune, ci si becca un Riotta”».

Comprendiamo la disperazione di Cacciari, un mio quasi coetaneo, cresciuto in una civiltà culturale segnata anche da feroci ideologizzazioni ma anche dal gusto di un pensiero articolato che la logica da tweet e da Grande fratello sembra avere annichilito. Non ho condiviso alcune posizioni del filosofo veneziano, pur comprendendo le sue preoccupazioni su come si governa la logica dell’emergenza, contro scelte del governo di contrasto alla pandemia, spesso imperfette ma sostanzialmente necessarie. Mentre ora quando chiede non solo di schierarsi (e Cacciari naturalmente è contro l’invasione russa e per sostenere Kiev) ma anche di capire come la crisi sia nata, mi trovo in perfetta linea con lui, anche nella proposta di contrapporre alle liste che si moltiplicano di commentatori ritenuti putiniani, quelle dei commentatori palesemente cretini.

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Su Dagospia si scrive: «Andrea Scanzi, firma del Fatto quotidiano, attacca il suo acerrimo nemico Matteo Salvini in un post su Facebook nel quale pubblica una sua fotografia con Vladimir Putin corredata da una dichiarazione del leader della Lega datata 12 luglio 2019: “Staremmo meglio se avessimo un Putin in Italia”. Scanzi aggiunge anche il proprio commento: “Poveraccio”. La scelta dell’immagine tuttavia gli si ritorce contro poiché si tratta della parte di una foto nella quale, alla sinistra di Putin, erano immortalati anche l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte e l’allora ministro del Lavoro Luigi Di Maio, ritratti assieme a Salvini con il presidente russo agli inizi di luglio 2019 quando lo “Zar” era in visita a Roma. Molti commentatori hanno rinfacciato a Scanzi il taglio strategico dei suoi beniamini, allegando la foto completa, e rivolgendogli lo stesso epiteto indirizzato dal giornalista del Fatto quotidiano a Salvini: “Poveraccio”».

The fog of the war, la nebbia della guerra ogni tanto si dirada e permette di capire di che pasta sono fatti certi commentatori.

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Su Formiche Francesco Scisci scrive: «È opportuno, indispensabile approvare una peraltro controversa riforma del catasto come fosse ordinaria amministrazione nel mezzo della guerra?».

Il richiamo di Scisci mi sembra molto brusco, però riporta alla questione centrale: finché non si chiude la crisi ucraina, tutte le scelte prioritarie riguardano la guerra. Sarebbe utile che questa convinzione fosse ferma sia a Roma sia a Bruxelles.

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Sulla Zuppa di Porro Beatrice Nencha scrive: «Il punto di vista di Vladimir Putin sulle sanzioni lo ha riassunto bene, giorni fa su Facebook, l’account francese indipendente “H5 Motivation”, quando ha ricordato come Putin, durante un convegno nel 2017, commentava le sanzioni applicate alla Corea del Nord: “La Corea del Nord è un piccolo paese e alla fine le sanzioni permanenti, con cui convive da 12 anni, hanno solo rafforzato il regime. Oggi, a causa delle sanzioni, nessuno sa cosa accade in quel territorio ma al posto dell’artiglieria primitiva che possedeva in passato, ora ha dei missili sofisticati di media portata, la bomba all’idrogeno e non ha smesso di armarsi nonostante il blocco dei conti bancari. Oggi nessuno sa dove sia custodito il suo arsenale bellico, in quali e in quanti siti, perché nessuno può entrare a ispezionarli. La Corea del Nord, dal momento delle sanzioni internazionali, ha infranto ogni impegno a cui era vincolata e si è messa a perseguire un suo programma nucleare. Per questo la retorica militare è dannosa”».

Le sanzioni contro la Russia sono senza dubbio indispensabili, però devono servire a trovare una soluzione realistica, non a creare uno stato di tensione permanente che danneggerebbe tutto il Pianeta.

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Su Formiche l’ambasciatore Armando Sanguini, senior advisor dell’Ispi, scrive: «Si proclama che la Russia stia scivolando verso la fossa dell’isolamento internazionale e si invoca al riguardo il voto dell’Assemblea delle Nazioni Unite del 3 marzo, dove ben 141 rappresentanti di altrettanti paesi hanno votato a favore della condanna di Putin e solo 4 contro (Corea del Nord, Siria, Eritrea Bielorussia). Poco ci si sofferma però sui 35 astenuti, ai governi dei paesi cioè che oltre a non sentir imbarazzo  per un posizionamento che pone di fatto sullo stesso piano aggredito e aggressore come Cina, Vietnam, India, Iran, Iraq, Pakistan, Algeria e diversi paesi africani: una compagnia imbarazzante ma per molti versi una boccata di ossigeno per un Putin “isolato”».

Distinguere la realtà effettuale delle cose dalla propaganda è l’unica base per un’iniziativa diplomatica efficace.

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Su Huffington Post Italia Marco Lupis scrive: «La Cina appare sempre più preoccupata per la guerra del grande amico Putin ed esce allo scoperto con la richiesta di un cessate il fuoco dai toni perentori. Ma al telefono con il segretario di Stato americano Blinken, il ministro degli esteri di Pechino, il “falco” Wang Hi, lascia poco spazio all’immaginazione e chiede in cambio la non ingerenza di Washington su Taiwan».

Ecco alcune efficaci osservazioni per chi spera che adesso Pechino sarà la potenza che rimette in riga Mosca.

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Sulla Zuppa di Porro Anna Bono scrive: «Quindi la guerra all’Ucraina crea imbarazzo a molti governi africani, gran parte dei quali infatti hanno evitato di pronunciarsi fino al 2 marzo, giorno in cui la 11esima sessione speciale di emergenza dell’Onu ha messo al voto una risoluzione presentata da oltre 90 paesi che chiede alla Russia di ritirare le sue forze militari dall’Ucraina “immediatamente, totalmente e incondizionatamente”. “L’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione russa dà inizio a una nuova era globale. Gli stati membri dell’Onu devono schierarsi, scegliere tra pace e aggressione”. Questo era l’appello, ma si prevedeva che molti dei 193 Stati membri si sarebbero astenuti o non si sarebbero presentati in aula. Invece la risoluzione è passata con 141 voti. Ma dei 52 stati che non l’hanno votata, 26 – la metà – sono africani. L’Eritrea ha votato contro (insieme a Russia, Bielorussia, Siria e Corea del Nord), 17 stati si sono astenuti, sul totale di 35 astensioni, e otto non hanno votato, sul totale di 12. I paesi africani sono 54 e quindi quasi metà del continente ha deciso di non prendere posizione».

Se, come mi spiega sempre il mio vecchio amico Giulio Sapelli, la questione africana e delle sue risorse sarà quella decisiva nei prossimi decenni, ecco perché la Bono ci offre materiale assai utile su cui riflettere.

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Su Huffington Post Italia Emiliano Guanella scrive di come «sinistra e destra contrapposte, due idee di Brasile agli antipodi che si scontreranno alle elezioni presidenziali. Sul conflitto in Ucraina, però, tengono il paese in equilibrio: contrari alla guerra e alle sanzioni».

Anche in Sud America, al di là del Venezuela, di Cuba e della Bolivia, gli orientamenti che paiono prevalere in Brasile ci spiegano come gli scenari internazionali siano più complessi di quelli descritti da una certa visione propagandistica-retorica della realtà.

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Su Atlantico quotidiano Federico Punzi scrive: «Consapevoli di quanto l’amministrazione Biden fosse alla disperata ricerca di un accordo, gli iraniani hanno giocato duro, alzando la posta e rifiutandosi di trattare direttamente con i negoziatori Usa. E a chi si sono rivolti gli americani, nella persona di Robert Malley, rappresentante speciale Usa per l’Iran e già capo negoziatore del disastroso accordo del 2015? Sì, hanno chiesto proprio ai russi di fare da intermediari per trovare un’intesa con gli iraniani – una scelta che non può che destare stupore e inquietudine alla luce di quanto sta avvenendo in Ucraina (e non da oggi, ma da mesi, come si ricorda proprio da Washington). Insomma, mentre Europa e Stati Uniti sono sull’orlo di un conflitto armato con la Russia, e hanno intrapreso una costosissima guerra economica contro di essa, in Medio Oriente l’amministrazione Biden corteggia i russi per farsi aiutare con gli iraniani e le sue politiche nei confronti di Teheran sono coordinate con gli emissari di Mosca».

Ah, già, c’è poi la questione iraniana, che spiega tra l’altro meglio quale sia l’interesse israeliano a non perdere i collegamenti con Mosca.

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Su Startmag Dario Fabbri scrive: «Resta la preoccupazione per l’inedita manovra di Berlino, capace di inserirsi nella crisi per giustificare il proprio riarmo, mascherandolo con la furbesca decisione di autosospendere Nord Stream 2, onde sottrarlo al regime sanzionatorio, e con il considerevole invio di armamenti verso l’Ucraina per dimostrare buona fede. Il 27 febbraio il cancelliere Olaf Scholz ha annunciato di voler condurre la spesa militare oltre il 2 per cento del Pil, ben oltre Regno Unito e Francia in termini assoluti. Obiettivo storicamente reclamato da Washington, eppure sufficiente per allarmare la superpotenza sulle future intenzioni del socio teutonico, tecnicamente pronto a incrementare ancora l’esborso. Per smarcarsi (parzialmente) dal patron anglosassone. Sviluppo potenzialmente nefasto per gli Stati Uniti, ma un rischio congruo per cogliere i frutti dell’autolesionismo russo».

Anche un commentare intelligente come Fabbri ci spiega quanto gli scenari internazionali non siano perfettamente semplificabili.

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Sul Sussidiario Alessandro Nidi scrive: «La Francia ha suggerito alle proprie aziende e compagnie di non accelerare la fuga dalla Russia. A riferirlo è il quotidiano transalpino Le Figaro, secondo cui Emmanuel Macron avrebbe ricevuto venerdì 4 marzo 2022 all’Eliseo una quindicina di esponenti delle principali realtà commerciali del paese d’Oltralpe. Nessuna di loro ha attualmente tagliato i ponti con Mosca e, in tal senso, il presidente ha fatto presente di non avere dimenticato le vittime collaterali (quelle economiche, ndr) di questa guerra e le misure di ritorsione finanziaria che essa determina».

Ecco un prezioso avvertimento per un’Italia che, dalla Libia al South Stream al petrolio cipriota, è apparsa sempre negli ultimi decenni (e in particolare dal 2011) il soggetto sacrificabile delle politiche di potenza economica.

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