Perdere gambe e braccia e dire «ok» alla vita (si può sopportare così tanta realtà?)

teri-roberts-gofundmeLe mani sfogliano veloci le pagine della cronaca estera, ho istintivamente bisogno di staccare i pensieri dalle storie del giornalista giapponese decapitato, dell’omosessuale buttato giù da un palazzo e del pilota giordano arso vivo. Il genere umano non può sopportare troppa realtà, scrisse Eliot. Quanto aveva ragione! – mi dico. Poi gli occhi si fermano su un titolo che pare tracciare un orizzonte più lieto del mondo: “Si sveglia dal coma quattro ore prima che le stacchino la spina”. È accaduto in Nebraska, e allora incuriosita vado a spulciare i giornali stranieri.

Ma niente è come sembra; niente è così roseo come sembra. Ricostruisco alla buona la storia di Teri Roberts, 56 anni (foto sopra da GoFundMe). Qualche settimana prima di Natale, è in cucina a fare biscotti, da brava nonna di cinque nipoti. Si sente male e all’inizio sembra solo la classica influenza; le cose però degenerano in fretta, ricoverata in ospedale le viene diagnosticata una brutta infezione da streptococco A. Letale. Teri entra in coma e l’infezione intanto le devasta il corpo: le prime parti a morire sono gli arti, che vanno in cancrena. Spasmi muscolari le contorcono il viso, vesciche la ricoprono dappertutto. Il marito e il figlio le stanno accanto, entrando in fretta in confidenza con l’idea che la fine per lei è vicina. Un pensiero li consola: se morirà, andrà a ritrovare sua figlia Andrea in cielo, che era stata assassinata qualche anno prima. Teri era, infatti, diventata a tutti gli effetti mamma di due dei suoi nipoti, rimasti orfani dopo la morte della mamma. Si può sopportare così tanta realtà? Il coma e poi il sonno eterno non sono forse un benedetto rimedio a così tanto dolore?

Questo me lo chiedo io, ma a rispondere lascio che sia Teri. La sua prognosi peggiora drasticamente, i reni e il fegato cedono e i familiari decidono di lasciarla andare, cioè di interrompere la ventilazione artificiale. Poche ore prima che questo accada, Teri si sveglia. Le sue condizioni vanno stabilizzandosi, ma suo marito vuole essere sicuro che lei sappia cosa l’aspetta; la informano che perderà braccia e gambe, da amputare necessariamente. Lei risponde: «Ok».

Dal 10 gennaio Teri ha cominciato la riabilitazione; il suo risveglio l’ha riportata lì dove la realtà l’aveva lasciata: una figlia assassinata, due nipoti di due e quattro anni di cui prendersi cura. Senza braccia e senza gambe. Non so se avere accanto una famiglia premurosa basta a sopportare così tanta realtà. Io, per quel che riguarda me, non ne sarei così sicura. Penso di nuovo a Eliot che parla di un certo signor Prufrock, vivo e vegeto, che però cammina ogni giorno per strada come fosse un paziente anestetizzato in sala operatoria. Quando siamo svegli, siamo davvero svegli?

Penso anche a Dante che dice di essersi smarrito proprio perché era pieno di sonno. Il coma spesso è uno stile di vita, la bolla di insensibilità che indossiamo a difesa dell’urto inesorabile del vivere. Lo facciamo anche quando quel che c’è da sopportare è infinitamente meno di decapitazioni, amputazioni, assassini, roghi viventi. E se fosse che queste botte, non necessariamente letali, arrivassero per mettere all’angolo questo letargico torpore? Il nostro «ok» all’esserci – qui e ora – quando lo abbiamo pronunciato seriamente l’ultima volta?

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