Meriam: «Non so se in futuro mia figlia avrà bisogno di un sostegno per camminare o no»

meriam-sudanMeriam Yehya Ibrahim ha parlato in un’intervista telefonica alla Cnn. La donna, al centro di un caso internazionale di cui vi abbiamo spesso parlato, ha raccontato tutto il proprio sconforto: «Ogni giorno mi creano un problema che mi impedisce di partire», ha detto.

Il luogo in cui si trova è sicuro, ma poco confortevole. Anche alla Cnn, Meriam ha narrato le ore del parto e del suo timore che la figlia, Maya, possa aver subito durante il parto lesioni che le rimarranno per tutta la vita. «Mi è stato negato l’accesso ad un ospedale – ha spiegato – e l’unica cosa a cui pensavo era al figlio che stavo per partorire, ero spaventata di doverlo fare in carcere. Ho dato alla luce il mio bambino incatenata, non avevo le manette, ma avevo le catene alle gambe. Non potevo aprire le gambe, quindi le donne che mi assistevano dovevano sollevarmi dal tavolo. Non so se in futuro [mia figlia] avrà bisogno di un sostegno per camminare o no».

La donna ha respinto le accuse che le sono state mosse di aver falsificato i documenti per poter uscire dal paese: «Non ho mai falsificato alcun documento. Come possono essere sbagliati? Sono legali al 100 per cento, sono stati approvati dall’ambasciatore del Sud Sudan e dall’ambasciatore americano. È l’ambasciata del Sud Sudan che si è presa la responsabilità di rilasciare le carte. È nel mio diritto utilizzare questi documenti e avere un passaporto sudanese del sud, perché mio marito è un cittadino del Sud Sudan. Ha un passaporto americano e il passaporto sud sudanese».

 

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