Marina Corradi (Diario): Gli occhi dei bambini di Babele

Uomini vicinissimi, ma così stranieri fra loro. E tuttavia nella inquietudine che ti prende fra le strade qualcosa contraddice la solitudine di questa umanità. Sono le centinaia di piccoli nei passeggini, o per mano alle loro mamme

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Tratto da Tempi n. 24, 16 giugno 2011

Fuenlabrada, Spagna. Un grosso centro alla periferia di Madrid. Tutti o quasi immigrati: dall’Andalusia e dall’Estremadura prima, poi con gli anni dall’Est, e poi ancora sudamericani, cinesi, marocchini, nigeriani. Dignitosi palazzi dai modesti giardini ben curati; sui balconi i grandi bucati di famiglie numerose, e ovunque, dappertutto, parabole. Ciascun appartamento ha la sua, in echi di tv di ogni angolo di mondo. Così che nemmeno una unica lingua accomuna gli uomini di Fuenlabrada: c’è chi è qui da anni e non parla lo spagnolo, e si rifugia nostalgico nel suo mondo originario. Babele era così?, ti domandi per queste strade peraltro pulite, dove le auto si fermano disciplinate alle strisce pedonali.

Sotto al decoro e all’ordine – pattuglie di polizia a passo d’uomo per strada, la sera – ti pare di vedere fra gli uomini una assoluta, massiccia estraneità. Cosa li unisce? Forse solo l’ombra paurosa di una crisi che incalza la Spagna. In centro, in quella che era la via dei negozi belli, una fila di serrande chiuse, di mesti cartelli sbiaditi: se alquila, si affitta. «Problemi di disoccupazione, depressione, solitudine?», domanda un santone nero da un manifesto di una setta, nella stazione del metrò. «Bisogno di un miracolo? Venite da noi», promette. 

Madri in chador e bionde russe spaesate, e manipoli di adolescenti marocchini in crocchi spavaldi all’angolo delle strade, a guardia del loro territorio. Cinesi infaticabili dietro il banco dei loro spacci, a mezzanotte, e africani nerissimi che si stipano in dodici in due stanze. Su Facebook tutto il giorno i figli, nelle case vuote; ma nella stanza accanto magari una famiglia nigeriana compie i suoi riti oscuri contro il maleficio che li ha lasciati poveri e affamati. Babele era così? 

Uomini vicinissimi, ma così stranieri fra loro. E tuttavia nella inquietudine che ti prende fra queste strade qualcosa contraddice la solitudine cui l’umanità di Fuenlabrada sembra destinata. Sono quelle centinaia di bambini piccoli nei passeggini, o per mano alle loro mamme slave, nere, maghrebine. Più esattamente, sono i loro occhi. A otto mesi, a un anno hanno negli occhi che ti posano addosso una meraviglia, uno stupore lieto, come se si aspettassero che ciò che li attende è molto bello. Piccolo, tu non sai su quale pianeta sei atterrato, viene da dirgli con dolente tenerezza. 

Ma quelli sorridono ancora; come sicuri che la loro attesa non può essere delusa. È forse la memoria di cui scrive Agostino nelle Confessioni, ciò che hanno addosso? Il ricordo di una pienezza totale, cui, senza saperlo, tendono ancora. Ostinati, folli, forse – tra le mille parabole e le saracinesche abbassate, e i padri, la sera, a mani vuote. Cicalano, balbettano in una lingua ancora comune, e ti guardano: sfrontatamente certi in una memoria felice. Che abbiano ragione loro, ti domandi? Che siano loro i saggi, e noi invece accecati dalla opacità delle cose: dimentichi di una domanda di bene originaria, cui tenacemente, per le nostre strade disperse, tuttavia tendiamo.

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