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Luci e ombre della Russia di Putin

maggio 14, 2018 Angelo Bonaguro

L’8 maggio, alla vigilia della tradizionale parata della Vittoria, il Centro demoscopico Levada ha diffuso i risultati di un sondaggio – svolto a fine aprile – su luci e ombre della politica del presidente Putin.
Il 47% degli intervistati gli riconosce di aver riportato la Russia tra le grandi potenze (-2% rispetto all’analogo sondaggio svolto nel marzo 2015, ma +10% rispetto al 2010), di aver stabilizzato la situazione nel Caucaso settentrionale (38%, consenso triplicato rispetto al 2010 ma in calo di 4 punti dal 2015) e di aver consolidato l’unità nazionale (27%). In forte calo, dal 43% del 2010 al 24% di oggi, la percentuale di chi attribuisce a Putin un risultato positivo riguardo all’allineamento di stipendi e pensioni.

Ed è proprio l’ambito socio-economico a raccogliere il maggior numero di critiche: il 45% degli intervistati ritiene che Putin abbia fallito nella ridistribuzione sia delle risorse a favore dei semplici cittadini (percentuale in sensibile aumento dal 31% del 2010), sia nell’uso delle risorse impiegate per le riforme (gli scontenti passano dal 26% del 2010 al 39% attuale). Ancora, il 32% degli intervistati rimprovera al presidente la mancata crescita di stipendi, pensioni e sussidi (percentuale triplicata rispetto al 2010), l’incapacità di superare la crisi economica e fermare il rallentamento della produzione (27%, +3% rispetto al 2010), infine in politica estera secondo il 15% degli interpellati Putin non ha saputo riavvicinare la Russia agli altri ex-paesi sovietici.

Confrontando i sondaggi, osserva il politologo Oleg Ignatov, è il 2015 l’anno in cui comincia la caduta dei consensi nella politica putiniana: se da un lato il presidente ha restituito ai russi il sentimento di orgoglio nazionale grazie ai successi in politica estera, dall’altro è cresciuta l’insoddisfazione per la situazione socio-economica. Una condizione che ha le sue concause nella crisi finanziaria del 2008, nelle sanzioni occidentali che hanno indotto la sfiducia degli altri paesi verso la Federazione russa, nell’inerzia dell’apparato statale e nell’interruzione delle riforme. Ignatov rileva nell’establishment la crescita di quelli che definisce «atteggiamenti paternalistici», e nei cittadini l’esigenza di maggiore equità sociale e vicinanza dello Stato alla vita quotidiana: «La gente ritiene che chi sta al potere distribuisce male le risorse e si occupa dei cittadini in modo insufficiente – di questo rimproverano Putin».

A gennaio, ben prima delle elezioni presidenziali, il Centro Levada aveva condotto un altro sondaggio per chiedere, indipendentemente dalla scelta del candidato, quali fossero le priorità da sottoporre al futuro presidente. Già allora il 39% degli intervistati indicava proprio l’ambito socio-economico, seguito da quello della sanità e dell’istruzione (25%), il 20% sentiva la necessità di disporre di una valuta stabile e di uscire dalla crisi economica, e il 19% auspicava il ridimensionamento dell’apparato burocratico e una più decisa lotta alla corruzione.

Molto inferiori invece le percentuali relative ai problemi dell’ambiente, percepiti tali solo da uno sparuto 2% di intervistati, anche se a volte, come nel caso della controversa discarica di Volokolamsk, la società civile non si è tirata indietro. Sorprende la medesima bassa percentuale (2%) di coloro che hanno indicato come aspettative importanti la lotta al terrorismo e il problema dei flussi migratori.
Va aggiunto che sondaggi simili condotti da istituti demoscopici più vicini al governo, rispetto al Centro Levada, hanno ottenuto risposte analoghe.

Anche il sociologo Stepan Gončarov commentando i sondaggi osserva che la ricezione positiva della politica estera e della capacità difensiva del paese non può durare all’infinito, mentre è altrettanto percepibile tra la popolazione la preoccupazione per l’instabilità della valuta e la prospettiva del calo dei consumi.
Secondo Ignatov il dilemma del quarto mandato presidenziale di Putin sarà la scelta tra l’aumento della tassazione e la crescita economica: se il primo porta alla fuga dei capitali e al calo del livello di vita, la seconda non si può raggiungere senza riforme serie e impopolari e la normalizzazione delle relazioni con l’Occidente.

Foto Ansa

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