L’America ha bisogno di superare Trump. Esattamente come noi

Donald Trump e Ron DeSantis
Il governatore della Florida Ron DeSantis con la moglie e Casey e l’ex presidente Donald Trump nel 2018 (foto Ansa)

Su Fanpage Tommaso Coluzzi scrive: «L’Italia è sempre più il paese dei record in Europa per quanto riguarda i neet (not in education, employment or training), ovvero i giovani che al momento non studiano, non si formano per il lavoro e non lavorano. La statistica, che viene costantemente aggiornata e che da tempo ormai ci vede sempre a competere per le prime posizioni dei paesi Ue, continua a descrivere una situazione molto difficile per ciò che riguarda la condizione giovanile: in Italia c’è una fetta enorme di giovani sotto i trent’anni che non lavora e non studia, anche e soprattutto perché abbandonata da una politica completamente distante dalle esigenze delle nuove generazioni».

La civiltà postindustriale e la “terra piatta” senza più contraddizioni promettevano una società più giusta, invece alcune divisioni di classe sembrano accentuarsi: le città si dividono tra “zone a traffico limitato” e periferie abbandonate, i giovani tra i ragazzi Erasmus e quelli “neet”. Al centro c’è la questione del “lavoro” come elemento già fondamentale per la dignità della persona, che pare svanire di fronte all’ideologizzazione della globalizzazione (di per sé risolutrice di tutti i problemi) e al reddito di cittadinanza (surrogato per parti crescenti delle nuove generazioni di una vera occupazione).

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Sulla Nuova Bussola quotidiana Stefano Magni scrive: «Se Trump appare perdente in molte competizioni elettorali, non bisogna dimenticare che tutto il Partito repubblicano è profondamente cambiato dal 2016. Se non è a immagine e somiglianza dell’ex presidente, comunque gli somiglia parecchio. Lo stesso Ron DeSantis, rieletto trionfalmente in Florida, ora è il cavallo vincente su cui può puntare l’establishment del Grand Old Party contro Trump, ma deve tutto al “trumpismo” di cui è figlio legittimo. I temi, i toni, l’apertura ad elettori finora irraggiungibili per i conservatori americani, come afroamericani, latinoamericani, colletti blu, sono tutti lasciti dell’ex presidente ed hanno favorito la rielezione di DeSantis. E questo è il punto dolente di molte analisi: non è possibile, ormai, dipingere la prossima (per ora solo ipotetica) competizione fra DeSantis e Trump, come una fra moderati ed estremisti. DeSantis è “estremista” quanto Trump, solo più giovane, disciplinato e di maniere migliori, anche se molto brusche».

Come in Italia con Silvio Berlusconi, anche negli Stati Uniti con Donald Trump al personalismo da showman, forse invitabile per rompere la dittatura conformistica del politically correct, dovrebbe/potrebbe subentrare un conservatorismo politico, l’unico competitivo in realtà nazionali sempre più complesse e in uno scenario globale sempre più tempestoso.

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Su Strisciarossa Paolo Branca scrive: «Il punto forte del Pd è che si tratta dell’unico partito davvero contendibile: chiunque può candidarsi e aspirare alla leadership. Il punto debole del Pd è che chiunque può candidarsi a dirigerlo più in virtù di una esposizione mediatica che sulla base di un programma politico discusso in maniera approfondita nel congresso. Il personalismo, insomma rischia di prendere il sopravvento sulla politica. La contraddizione si ripropone ad ogni scadenza congressuale. Nella prossima – fissata per marzo 2023, ma che verrà probabilmente anticipata – la questione si presenta forse in modo ancora più singolare. Le candidature non sono ancora ufficiali, ma si delinea una partita abbastanza fuori dagli schemi. Non c’è un candidato della vecchia maggioranza (anche perché di maggioranza è difficile parlare attualmente), né uno della minoranza. Si sono per ora fatti avanti più o meno ufficialmente le parlamentari Paola De Micheli ed Elly Schlein e il sindaco di Firenze Dario Nardella, mentre resta sullo sfondo la figura di Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna, considerato fino a ieri il grande favorito delle primarie».

Il Pd ha due veri padri: il genitore 1 Walter Veltroni e il genitore 2 Romano Prodi, che hanno gestito la formazione di questo nuovo partito essenzialmente grazie alla retorica (politichese quella di un Veltroni con le raccolte di sue figurine, tipo Panini, “ispiratrici”; economichese quella di Prodi, con le sue dissennate privatizzazioni condite dai suoi pasticci europei). Per unificare le élite politiche di matrice ex comunista ed ex dc sarebbe servita una seria riflessione sulla storia nazionale, sul ruolo internazionale dell’Italia; sarebbe stato indispensabile ragionare su quali forze sociali fondare una nuova sinistra (l’unità sindacale avrebbe dovuto essere al primo posto di questa riflessione e i paralleli problemi del tipo di accumulazione capitalistica necessaria alla nostra grande industria); sarebbe stato necessario un patto con “l’avversario” per riformare e ridare vitalità alla parte ordinamentale della nostra Costituzione. Tutto ciò è stato sostituito, oltre che dalla “retorica”, dall’uso della magistratura, del Quirinale, delle influenze internazionali, dal governo “dall’alto e dal fuori”, dalla diffusione di una concezione neopatrimoniale della politica per garantire essenzialmente spazi di potere a un ceto politico in cambio dell’evanescenza della propria identità culturale e del radicale logoramento delle proprie basi sociali. Non so se, oggi, una dura e pur appassionante contesa tra Stefano Bonaccini ed Elly Schlein, potrà sostituire tutto quel lavoro di cui ci sarebbe stato bisogno anni fa per fondare un vero partito della sinistra.

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Su Formiche Francesco De Palo scrive: «Sulle tensioni nel Mediterraneo spicca la presa di posizione del ministro egli esteri, Antonio Tajani, che ha ricevuto oggi il parigrado greco Nikos Dendias alla Farnesina: “La stabilità del Mediterraneo è fondamentale e stabilità significa anche ridurre i contenziosi nell’area del Mediterraneo. Iniziative unilaterali o minacce non servono a creare stabilità nel Mediterraneo. Come è noto, la posizione dell’Italia e dell’Unione Europea è che la sovranità della Grecia sulle isole del Mare Egeo non può essere assolutamente messa in discussione, e ricordiamo che tutti i problemi devono essere risolti con il dialogo e non con le minacce unilaterali”. Ma oltre a difendere Atene dalle intemperanze di Ankara, Tajani ha lanciato anche un salvagente diplomatico nella direzione del quadrante euromediterraneo quando ha proposto una presenza più forte dell’Unione Europea per la sicurezza mediterranea, “ecco perché abbiamo sempre insistito sulla necessità di una politica estera europea e una politica difesa europea”. Stabilità del Mediterraneo significa lavorare ancora di più con i paesi del Nord dell’Africa, ha precisato, trovare soluzioni per sconfiggere terrorismo e garantire stabilità al Sahel, lavorare per garantire stabilità anche al Medio Oriente e i Balcani».

Russia, Turchia, il fallimento della politica africana della Francia, le possibilità che il “patto di Abramo” apre in Medio Oriente (con le annesse questioni energetiche) stanno ridando rilevanza politica al Mediterraneo e quindi a un’Italia che sappia usare – un’impresa peraltro niente affatto semplice – i nuovi rapporti con gli Stati Uniti in modo politicamente intelligente.

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