La nonna che dà i calci al regime bielorusso

Nelle ultime settimane in Bielorussia abbiamo visto molte donne raccogliere il testimone della protesta civica, dopo i brogli elettorali, i pestaggi, gli arresti e, da ultimo, i fermi ad uno ad uno dei leader dell’opposizione a Lukašenko, dittatore d’altri tempi.
E a Minsk c’è una vecchina che rappresenta una sorta di spauracchio persino per gli Omon vestiti di nero, ufficialmente «agenti antisommossa», in realtà picchiatori mandati contro i manifestanti inermi ad imporre l’ordine prestabilito. Nina Baginskaja, 73 anni, in un video la si vede tirare un calcio negli stinchi di un agente che le aveva strappato l’inseparabile bandiera, il tricolore bianco-rosso-bianco messo fuori legge nel ’95 da Lukašenko a favore di quella rosso-verde sovietica: «Sì, non è stato un bel modo di fare, il mio, ma dal punto di vista umano è comprensibile: se ti aggrediscono e ti derubano non puoi limitarti a dire grazie» – ha dichiarato in un’intervista. Le bandiere se le fa da sola: «Mi piace fare questi lavoretti, a casa ho tre macchine da cucire, la Singer ereditata da mia suocera, la Podol’sk di mia mamma e la terza elettronica».

Da giovane Nina ha fatto ciclismo come professionista, poi uno sfortunato incidente d’auto le ha distrutto la carriera. Laureatasi in ingegneria radiofonica e poi in geologia, ha partecipato alla ricerca di petrolio e gas in territorio bielorusso. Da sempre legata alla storia e alle tradizioni del suo popolo, negli anni ’80 entra nel Fronte popolare, associazione informale che auspica la nascita di una repubblica democratica indipendente dall’URSS. Nell’88 partecipa all’iniziativa «Dzjady», un’antica festa nazionale vietata in epoca sovietica, e alla prima celebrazione della memoria delle vittime delle repressioni staliniane nel bosco di Kuropaty, alla periferia di Minsk, dove furono fucilate migliaia di persone durante le purghe degli anni ‘30. «Dove sono nata, lì c’è la mia terra, dovrebbero prevalervi la mia lingua e la mia cultura. È così che sono diventata una “nazionalista”».

Da studentessa si era rifiutata di entrare nel komsomol, l’organizzazione giovanile del partito: «Ho strappato la mia tessera e ho detto che non volevo partecipare alle riunioni a scuola – racconta al portale Euromaidan. – (…) I miei genitori mi dicevano che fino al ‘53 c’erano furgoni neri che giravano per Minsk, caricavano gli arrestati e li spedivano in luoghi sconosciuti. La stessa cosa sta accadendo oggi, la storia si ripete ed è una cosa triste. Tuttavia le persone oggi non vivono più nella paura, escono in strada ogni giorno nonostante i furgoni della polizia».

Negli ultimi anni si è ripetutamente esposta anche con gesti dimostrativi contro la politica repressiva dei due governi «fratelli» bielorusso e russo: nel 2006 è diventata famosa dopo la pubblicazione di una foto in cui la si vede fronteggiare un cordone di polizia sventolando il tricolore, nel giorno che ricorda l’indipendenza del 1918, ricorrenza osteggiata dal regime. Nell’agosto 2014 è stata arrestata per aver bruciato la bandiera sovietica vicino alla sede del KGB (in Bielorussia si chiama ancora così) per protestare contro la politica russa in Ucraina.

Nell’aprile dell’anno scorso è stata arrestata dopo aver partecipato, a Kuropaty, alla protesta contro la rimozione di una trentina di croci commemorative delle vittime staliniane.

Sono decine i fermi da lei subiti e le notti trascorse in carcere, è stata multata dozzine di volte ma ha smesso di contare le ammende dopo aver raggiunto una somma pari a 13.000 euro. Le hanno espropriato due dacie e le trattengono buona parte della pensione.

«Dal ’90 al ’94 – ha detto – la Bielorussia è stata una repubblica parlamentare indipendente, avevamo un parlamento ma non c’era un presidente. E quando è iniziata la discussione in merito, Poznjak [leader dell’opposizione in esilio] disse che in un paese post-sovietico come il nostro, distrutto dal comunismo, un presidente si sarebbe trasformato in uno zar. Ma allora vinse l’opinione della maggioranza, ancora impregnata di ideologia sovietica».

Anche quest’estate ha voluto fare la sua parte, ottenendo appoggio e simpatia e diventando uno dei simboli delle manifestazioni. La sua frase «Sto passeggiando…» con cui, bandiera alla mano, ha dribblato gli omon che le volevano impedire il passaggio, è diventata virale tra i manifestanti. Nina era presente anche la sera del 26 agosto alla «Chiesa rossa», dove i poliziotti dopo aver disperso i manifestanti avevano bloccato l’accesso all’edificio sacro in cui si erano rifugiati numerosi attivisti. Anche in questo caso un agente in nero le strappa la bandiera – c’è il video in cui la si vede mentre bisticcia con l’omon alto il doppio di lei per cercare di farsela restituire. Invano, ma ha presentato ricorso al Ministero degli interni. Non per niente il suo eroe preferito era Spartaco: «Pensavo che fosse una posizione molto giusta, sostenuta anche dall’esempio dei miei genitori».

«Hanno paura di picchiare gli anziani – spiega, – perché potrebbero morire e loro passerebbero dei guai». Tuttavia Nina un po’ di botte le ha prese. Come la sera del 9 agosto, dopo aver votato al referendum-farsa, quando c’era già aria di contestazione: «Gli omon mi hanno strappato la bandiera, sono finita per terra, poi due di loro sono corsi a sollevarmi per portarmi sull’ambulanza… Ho rifiutato l’aiuto, gli ho detto di occuparsi di quel ragazzo che era stato colpito con una pallottola al ginocchio»…

Quando passeggia per la strada molti la riconoscono e si fermano a salutarla, a regalarle dei fiori, e lei si sorprende perché non sa di essere così «famosa». È vedova, e i suoi figli e nipoti rispettano il suo impegno civico, ma lei non vuole che si sentano obbligati a scendere in piazza.

«La paura è un’emozione normale – racconta al portale Tut.by – (…) ma oltre alla paura c’è anche la dignità, ed è ciò che ci rende umani. Quando si tratta di salvaguardare la dignità, la paura va rimossa. (…) Non voglio che il mio popolo scompaia, penso alle generazioni future, quindi faccio quel che può fare un adulto: cucire una bandiera, venire in piazza, incoraggiare i giovani».