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La battaglia di Helena, che lottò contro il cancro con la stessa fede di Mosè sul Sinai

giugno 1, 2017 Aldo Trento

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Il santo – come disse il cardinale Ratzinger – è un peccatore che nella sua vita ha vissuto in modo eroico le virtù e che ha permesso a Dio di realizzare nella propria esistenza il disegno previsto dalla divina provvidenza. Certamente Helena è stata una santa. Già provata nella sua vita da tanti dolori – l’ultimo dei quali è stato causato dalla morte del marito, paziente nella nostra clinica –, in questo ultimo anno è stata toccata da un terribile cancro maligno al seno, che in poco tempo le ha procurato metastasi diffuse in tutto il corpo. Vi lascio immaginare il tormento che nell’ultimo periodo sembrava impedirle perfino di respirare e che neanche la morfina riusciva a calmare. Ha passato mesi in questa situazione, una prova che avrebbe distrutto perfino l’acciaio. Ma quanti l’hanno assistita non hanno visto in lei neanche una smorfia e nessun lamento è uscito dalla sua bocca. Anzi, mi ha sempre impressionato la sua serenità, che spesso si trasformava in felicità.

«Padre, sono felice!», mi ripeteva spesso. «Padre, sono cosciente che morirò presto; ma lei sa che cosa significa vedere faccia a faccia Gesù?». «I miei figli sono pronti, protetti, e questa era l’unica cosa che mi preoccupava». «Io ho bisogno solamente di pregare, perché il rosario mi calma i dolori, fa quello che la morfina non riesce a fare, è la medicina più potente che esista, e come mi piacerebbe che tutti lo comprendessero». «Padre, che bello è amare la mia Madonnina. Quando dopo un piccolo sogno mi sveglio, immediatamente prendo il rosario. E poi, tra un rosario e l’altro lavoro, ricamo e faccio braccialetti per il rosario». «Padre, desidero che mi trovi degli occhiali per trovare consolazione nella parola di Dio». «Grazie, padre, per aver dato un lavoro a mia figlia. Che Dio e la Madonna vi benedicano tutti!».

Queste sono solo alcune delle molte testimonianze che Helena mi ha regalato. Mi parlava continuamente di Dio e della sua offerta, finché un giorno ho usato un registratore per fissare tutte le parole che uscivano dalla sua bocca. Ricordo con quanto affetto e amore riceveva l’eucarestia: mi aspettava nel suo letto con la mente immedesimata nel Signore, le mani unite esprimevano la grande statura religiosa della sua personalità. Era cosciente e la posizione supplicante delle sue mani testimoniava il suo essere un mendicante dell’Eterno. Le braccia distese e le mani strette una nell’altra in forma di grido, come chi è cosciente che le manca tutto, si mette in ginocchio e con le mani supplicanti urla: «Vieni, mio Signore, mio Dio». Distrutta dal dolore, notte e giorno mendicava l’Eterno, desiderava di essere già nella braccia dell’amato Gesù.

Cantare “Alabado sea”
Negli ultimi giorni aveva ormai speso tutte le energie, domandava ai suoi figli e ai parenti che la aiutassero a mantenere le mani alzate in forma di supplica quando arrivavo con il santissimo sacramento o per darle la comunione e benedirla. Sembrava Mosè sul monte Sinai quando, mentre nella valle il popolo lottava, egli stava giorno e notte con le mani alzate e pregava perché Dio desse la vittoria al suo popolo. Allo stesso modo, Helena ha vissuto i suoi ultimi giorni aiutata in questa posizione dalle persone che la accompagnavano al destino finale. Mentre la morte già stava bussando alla porta, lei non parlava più. Ma, come per miracolo, quando ascoltava il canto “Alabado sea”, e io entravo nella sua stanza, i suoi occhi si aprivano fissandosi sulla ostia bianca come un’innamorata, la sua bocca si univa al piccolo coro cantando: «Alabado sea el Santísimo Sacramento del Amor» (che significa “Lodato sia il Santissimo Sacramento dell’Amore”). Era una sola cosa con l’eucarestia. Non si accorgeva di chi fosse al suo fianco, ma in Cristo era come se tutto il cosmo fosse presente nella sua relazione con il Mistero, nel sacramento dell’eucarestia.

L’abbiamo vista andarsene in silenzio, senza nessun lamento. I suoi respiri si sono fatti sempre più distanziati l’uno dall’altro (era il suo modo di pregare), finché alle prime ore dell’alba Helena è andata all’incontro con Gesù. Ogni settimana i miei cari amici ammalati muoiono in questo modo. Credo che se l’ospedale non rendesse possibile l’accadere di simili miracoli sarebbe meglio chiuderlo. Perché questi fatti accadano occorre che tutti noi, preti, medici e personale, viviamo un’autentica e drammatica posizione religiosa, l’unica che ci permette di «non essere mai tranquilli», come diceva monsignor Luigi Giussani.

paldo.trento@gmail.com

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