Kevin Lau, il giornalista accoltellato dopo aver scoperto i conti offshore dei leader comunisti cinesi

L’hanno aspettato fuori dal ristorante alle dieci del mattino in due, su una motocicletta, l’hanno accoltellato alle gambe e alla schiena con una lama lunga 16 centimetri e sono scappati. Ora si trova in ospedale Kevin Lau Chun-to, ex direttore del prestigioso quotidiano di Hong Kong Ming Pao, e le sue condizioni peggiorano. Secondo la polizia si è trattato di «un avvertimento: se avessero voluto ucciderlo, l’avrebbero fatto».

DECLASSATO E ACCOLTELLATO. Sta di fatto che il Territorio di Hong Kong si trova per l’ennesima davanti a un attentato contro un giornalista, effettuato pochi giorni dopo la manifestazione di piazza a favore della libertà di stampa. Kevin Lau Chun-to era stato nominato direttore del Ming Pao nel 2012 e sostituito il mese scorso da un giornalista malaysiano, che non ha alcuna conoscenza di Hong Kong.
L’attentato e il declassamento potrebbero essere un caso, ma questa non è l’opinione degli attivisti.

SGARBO ALLA CINA. Kevin Lau infatti prima di essere licenziato aveva contribuito alla realizzazione dell’inchiesta che ha svelato quanti e quali ricchi e dirigenti del partito comunista hanno un conto offshore alle Isole Vergini. Sembra anche che il giornalista stesse lavorando a un nuovo rapporto sull’abuso dei diritti umani in Cina, cosa che i proprietari del quotidiano non gradivano.

«CHIARO MOVENTE POLITICO». Non è la prima volta che un giornalista viene attaccato a Hong Kong: solo nel 2013 Chang Ping, redattore del iSun, è stato preso a bastonate all’ingresso della redazione mentre i cancelli dell’editore dell’Apple Daily Jimmy Lai sono stati sfondati. Gli autori degli “avvertimenti” non sono mai stati arrestati ma secondo Yuen Chan, docente di giornalismo all’Università cinese di Hong Kong, che ha parlato alla manifestazione del 23 febbraio, «in questi attacchi il mandante non è mai noto, ma il movente è chiaramente politico. E l’effetto è raggelante per la stampa locale».

IL CASO DEL 2012. Hong Kong diventerà a tutti gli effetti territorio cinese solo nel 2047 ma la stampa si è già portata avanti. L’87 per cento dei 663 giornalisti presenti in città dichiara di non sentirsi pienamente libero. La censura è frequente e spesso porta a casi clamorosi, come quello del Sing Pao nel 2012. Il noto quotidiano locale aveva pubblicato un editoriale del famoso commentatore Johnny Lau alla vigilia delle elezioni, che diceva: «Tra i due candidati, preferisco Leung Chun-ying», cioè il politico filo-cinese.
Peccato che Lau avesse in realtà scritto che entrambi i candidati erano inaffidabili. Il direttore della testata ha poi ammesso di aver modificato lui l’editoriale per renderlo coerente con il titolo in prima pagina, che appoggiava Leung. Dopo pochi mesi, è finita la carriera di editorialista di Lau.

PIAZZA TIANANMEN. Memorabile anche quando il South China Morning Post, il più famoso giornale di Hong Kong, accorciò a una breve di 100 parole un lungo articolo che parlava del dissidente e leader del movimento di Piazza Tiananmen Li Wangyang, che si era “suicidato” mentre si trovava sotto la custodia della polizia comunista. Il poco spazio dedicato a Wangyang fece scalpore, vista l’importanza della notizia, ma quando la redazione chiese al direttore perché aveva tagliato l’articolo rendendolo quasi invisibile, lui rispose: «Perché sì».

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