Il profumo di fine scuola

Tiglio in fiore

Articolo tratto dal numero di giugno 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

La sequenza esatta è stata questa: sono passata accanto a un giardino pubblico, in una bella mattina di fine maggio. Ho avvertito un profumo, che il giorno prima non c’era. In un istante ho percepito uno scarto al battito del cuore, come se avessi incontrato qualcuno di caro, che non vedevo da tempo. Solo dopo due secondi ho realizzato: era profumo di tiglio in fiore. Profumo di tarda primavera che matura nella prima estate, di pollini che cadono nella terra tiepida, ansiosi di germogliare.

Mi ha colpito però come il cuore avesse perduto un battito, commosso, prima ancora che i neuroni si collegassero, prima che da lontane stanze della memoria venisse la risposta alla mia domanda: cos’è? È tiglio, profumo di tiglio in fiore. Il cuore ha dunque una sua via, una scorciatoia, per comprendere le cose? O è l’olfatto, il senso finissimo e carnale che parla al corpo, prima che al cervello?

Comunque quella folata nell’aria, dolce come miele, mi ha impregnato, quasi fosse inchiostro su una carta assorbente. Inchiostro: remota ma netta immagine di un calamaio nero sul banco della prima elementare – per un anno forse, poi arrivarono le biro. Inchiostro denso in cui intingevamo la penna col pennino d’acciaio, che poi scriveva sulle righe larghe dei quaderni in una tinta violacea, sbavando, condotta goffamente dalle nostre piccole mani. Pliocene, medioevo, vero?

Ma dall’inchiostro la memoria passa in un’altra stanza del suo labirinto, nel link: “tiglio, scuola”.

C’erano dei tigli davanti alla mia scuola elementare, che esattamente in questo momento dell’anno emanavano il loro aroma. E, ecco cos’era esattamente quel sussulto del battito nel petto: profumo di fine della scuola. Quando, in una giornata di giugno già caldissima, in classe si mangiava la torta e si beveva la Coca Cola, e la maestra ci salutava. Ce ne andavamo e mi voltavo indietro a dare un’ultima occhiata: le tende di juta calate contro il sole, leggermente gonfie della brezza che veniva dalle finestre spalancate. Le carte geografiche alle pareti, e i nostri disegni, e la lavagna su cui rimaneva tracciato con il gesso bianco l’ultimo dettato. C’era sempre una mosca che ronzava nell’aula deserta, e faceva un gran rumore, nel silenzio. Davanti a me si spalancava l’estate, i grandi cari prati delle Dolomiti. Eppure i nostri banchi abbandonati mi immalinconivano: mi pareva ci aspettassero. (Chissà, in questi lunghi mesi di epidemia, quelle migliaia di aule quanto erano desolate, con ancora sulla lavagna parole lasciate lì come in una fuga, come si fosse scappati nella scossa di un terremoto).

Bambina, nel calore di giugno, già pregustavo il ritorno: quel ritrovarci a ottobre, vocianti, davanti ai cancelli, nella cartella i quaderni dai fogli candidi e l’astuccio con la gomma rossa e blu, e le matite colorate lunghe, appuntite, lucenti. (L’odore della gomma rossa e blu, ve lo ricordate? Anche per quello, mi sussulterebbe il cuore).

In questo maggio in cui i tigli fioriscono come sempre, ma la scuola non finisce perché è già finita a marzo, mi passa in mente quasi involontaria una preghiera: che si ritorni tutti in quelle aule, a settembre. Troppe cose non passano, attraverso un pc: sguardi, compagnia, amicizia, primi amori. Maestre che sono mamme, professori che sanno voler bene. Cose troppo dense: non ci stanno, in un contatto virtuale. Come non ci starebbe quel profumo di tiglio, folata di un attimo che ha in sé, rappresi, banchi vuoti, saluti, pagelle – mentre gronda già di estate.

Foto pxhere.com

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