«Il martirio è il carisma della Chiesa irachena. La fede è il nostro Dna»

Riportiamo una parte della lettera pastorale che Mar Louis Raphael I Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei e presidente della Conferenza episcopale irakena, ha inviato alla Chiesa caldea in occasione del Giubileo della Misericordia, che inizierà l’8 dicembre. Domenica, papa Francesco ha aperto la Porta santa a Bangui, in Centrafrica.

Per noi cristiani dell’Iraq il martirio è il carisma della nostra Chiesa. In quanto minoranza, siamo di fronte a difficoltà e sacrifici, ma siamo coscienti di essere testimoni di Cristo e ciò può significare anche arrivare al martirio” come hanno agito i nostri martiri lungo la storia, ma anche oggi: l’arcivescovo di Mosul Paolo Faraj Rahho, i padri Raghid Ganni, Wassim e Thair, e tanti fedeli. La fede e il martirio nella lingua araba hanno la stessa radice: “Shahid wa shahad”.

Per noi la fede non è questione ideologica, o speculazione teologica, ma una realtà mistica di amore, è il Dna della nostra esistenza. La fede è un incontro personale con Cristo che ci conosce, ci ama e a cui ci doniamo totalmente. Per lui bisogna andare sempre oltre, fino al sacrificio come hanno fatto i cristiani di Mosul e dei villaggi della piana di Ninive un anno fa, nell’estate 2014. Sono per noi un onore e un segno di generosità.

Non vogliamo abbandonare la nostra patria svuotandola della presenza cristiana. L’Iraq è la nostra identità. Abbiamo una vocazione, dobbiamo testimoniare la gioia del Vangelo. Come Abramo figlio di questa terra che sperò, contro ogni speranza. Abramo era per tutti e noi siamo per tutti. Come patriarca, vescovi e preti siamo per tutti, per servire cristiani e musulmani, anche questa è la nostra missione che è un impegno assoluto. Nelle circostanze in cui viviamo dobbiamo essere più attenti ai nostri fratelli e sorelle sofferenti, sfollati, emigrati, ai poveri, orfani e alle vedove, metterci accanto a loro, essere presenti e vicini e accompagnarli con tutto quello che abbiamo, come forza e denaro, e dare loro segni di speranza.

Che bello condividere ciò che abbiamo con gli altri, con gioia, come testimoni della nostra fede in Gesù Cristo. Quanto è bello mostrare amicizia, solidarietà e sostegno ai nostri fratelli musulmani. Dobbiamo collaborare con loro per una vita comune, in pace e in armonia. La nostra sofferenza comune diventa allora una forza, affinché passi la tempesta! La misericordia deve essere per noi la maniera di testimoniare la presenza di Dio e di Gesù nel nostro mondo. La porta della misericordia deve essere sempre aperta: “Beati i misericordiosi, perché essi vedranno Dio” (Mat. 5-7). Ecco il nostro vangelo!

Foto Ansa


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