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I cinquant’anni della Primavera di Praga, l’altro ’68

gennaio 29, 2018 Angelo Bonaguro

Fra gli anniversari che ricorrono quest’anno in Repubblica Ceca c’è il 50° della Primavera di Praga. Ma anche le piazze dell’Europa occidentale hanno vissuto il ‘68, e se i due principali attori – il Maggio francese e la Primavera – sembravano muoversi parallelamente, in realtà andavano in direzioni opposte.

La Francia si era risollevata dalla seconda guerra mondiale e viveva anni di prosperità economica accompagnata da tensioni sociali. Fu soprattutto l’infelice riforma dell’istruzione ad aprire la strada alla contestazione studentesca, pilotata dalla sinistra, che culminò tra maggio e giugno alla Sorbona e coinvolse nelle proteste anche il mondo operaio. Seguirono settimane di guerriglia urbana, scioperi, crisi politica, rimpasti di governo.

La Cecoslovacchia degli anni ’60 era invece un paese che stava uscendo dalla cupa fase staliniana: anche qui il livello di vita andava stabilizzandosi, ed era governata da un regime «nato sul terreno dello storico incontro fra dittatura e civiltà consumistica» (Havel).

Eppure, dal punto di vista culturale, mentre il Maggio francese voleva la rivoluzione sulla base di un progetto politico, la Primavera di Praga indicava il percorso inverso. «Il Maggio – ha scritto Milan Kundera – mette in dubbio quello che chiamiamo cultura europea e i suoi valori tradizionali. La Primavera di Praga fu al contrario la difesa appassionata della tradizione culturale europea nel più ampio e comprensivo senso del termine (difesa del cristianesimo e dell’arte moderna, vietati dal regime)». Secondo lo scrittore mentre il Maggio francese fu caratterizzato dal «lirismo rivoluzionario» radicale e violento proprio perché ideologico, ciò che nel corso di lunghi anni aveva preparato la Primavera era sfociato in una rivolta popolare moderata.

Diverso era anche il linguaggio della contestazione usato dai giovani dell’Est rispetto ai loro coetanei dell’Europa occidentale. Mentre gli studenti parigini guardavano a Praga con diffidenza, quelli cecoslovacchi potevano solo sorridere delle illusioni che apparivano oltrecortina come ormai screditate, ridicole o peggio ancora pericolose.

Quando Rudi Dutschke, il leader studentesco di Berlino, fu invitato a un incontro sul dialogo fra cattolici e marxisti organizzato nell’aprile 1968 a Praga, non fece presa sui coetanei locali. Ne riferì la rivista Student: «Dutschke dispone di un vocabolario politico-economico ben ponderato e raffinato. Sbrodola in continuazione concetti del tipo: produzione, riproduzione, manipolazione, repressione, trasformazione, ostruzione, circolazione, integrazione, controrivoluzione… Come oratore, è sicuramente eccellente, il suo discorso è chiaro e ben strutturato, ma è stata proprio la sua razionalità elevata ad utopia a lasciarci un senso di oppressione». Dieci anni dopo, poco prima di morire, Dutschke riconobbe: «Ritengo che la partita sul ‘68 non si giocò a Parigi, ma a Praga. Allora però non riuscimmo a capirlo».

Dello stesso avviso l’ex presidente del senato ceco Petr Pithart, all’epoca comunista riformista: «Ciò che è accaduto nelle università dell’Europa occidentale e ciò che è accaduto da noi sono stati due fenomeni differenti. Il comun denominatore fu una specie di sentimento di speranza… Noi nel 1968 avevamo idee diverse da quelle degli studenti occidentali rispetto a una società buona. Loro lottavano contro tutto, contro l’establishment, la democrazia parlamentare, i partiti politici. Per noi erano tutte cose che desideravamo. Non credevamo che la democrazia occidentale fosse esaurita. Perciò quando venivano da noi i leader studenteschi da Parigi o dalla Germania, non si riusciva a trovare un linguaggio comune: quelli tendevano a sinistra, sventolavano i libretti di Mao, persino – all’inizio – gli piaceva Pol Pot, e noi in quel senso tendevamo “a destra”, perché volevamo tornare ai valori illuministici della democrazia parlamentare… Ci accomunava solo lo spirito libero e la sensazione che le autorità di allora non avessero nulla da dirci… Le idee dei nostri coetanei dell’Europa occidentale ci sembravano irresponsabili. La loro rivolta ci appariva come un lusso per bambini viziati che non si rendon conto di quel che possono perdere».

Però mentre i sessantottini francesi hanno condizionato il mondo della cultura e dei media nei decenni successivi, i loro coetanei mitteleuropei rividero la libertà solo dopo l’89, e chi volle proseguire nel solco della Primavera ebbe come unica alternativa le iniziative informali del dissenso.

Alla presentazione della mostra sulla Primavera di Praga esposta nel 2008 al Meeting di Rimini, il compianto Enzo Bettiza riportava le affermazioni del politologo polacco Aleksander Smolar, secondo il quale i «rivoluzionari» praghesi non intendevano sovvertire le regole ma se mai imporre le regole del diritto e dell’etica al regime, qualunque esso fosse, per limitarne gli abusi: «Il nostro intento non era di distruggere nulla, bensì di riportare quei germi di libertà e di democrazia, a Varsavia e soprattutto a Praga, che erano fioriti negli anni tra le due guerre».

Foto Ansa

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