È possibile una democrazia illiberale?

Fra le molte reazioni ostili che l’incontro di Milano fra il ministro degli Interni italiano Matteo Salvini e il primo ministro ungherese Viktor Orban ha suscitato ci sono quelle relative al concetto di “democrazia illiberale”, che il leader del partito Fidesz sta portando avanti nel suo paese sotto forma di un vero e proprio programma politico. A chi gli ha chiesto spiegazioni durante l’uscita milanese Orban avrebbe risposto, secondo la traduzione italiana dall’ungherese, che nel sistema politico che lui sta realizzando «i valori conservatori della patria e dell’identità culturale prendono il sopravvento sull’identità della persona».

Lo ha rintuzzato sulle pagine del Corriere della Sera il prestigioso giurista Sabino Cassese, scrivendo che «la democrazia non può non essere liberale», e le ragioni sono che «se non c’è libertà di parola, o i mezzi di comunicazione sono nelle mani del governo, non ci si può esprimere liberamente, e quindi non si può far parte di quello spazio pubblico nel quale si formano gli orientamenti collettivi. Se la libertà di associazione e quella di riunione sono impedite o limitate, non ci si può organizzare in partiti o movimenti, e la società civile può votare, ma non organizzare consenso o dissenso. Se i mezzi di produzione sono concentrati nelle mani dello Stato, non c’è libertà di impresa, e le risorse economiche possono prendere soltanto la strada che sarà indicata dal governo. Se l’ordine giudiziario non è indipendente, non c’è uno scudo per le libertà. Se la libertà personale può essere limitata per ordine del ministro dell’Interno (come è accaduto nei giorni scorsi in Italia), i diritti dei cittadini sono in pericolo».

In realtà la questione non è così semplice e, mettendo Orban e la sua esperienza politica per un attimo fra parentesi, il puro concetto di una “democrazia illiberale” non è affatto peregrino. Il valore dell’affermazione di Cassese secondo cui «la democrazia non può non essere liberale» non può che essere contestuale e storico, poiché, come tutti sanno, la parola e la pratica della democrazia sono nate ad Atene nel VI secolo avanti Cristo, quando il liberalismo era ben lungi dall’aver fatto la sua apparizione sul palcoscenico della storia; forme di democrazia pre-liberale sono esistite per secoli, prima che Locke e Montesquieu teorizzassero la società come un contratto fra individui che cercano garanzie all’esercizio della loro libertà. Il ting dei popoli scandinavi e germanici, assemblea di governo di tutti gli uomini liberi, ha svolto un ruolo decisivo sia nel Medio Evo pre-cristiano che in quello cristiano. Per esempio nel 1018 il ting svedese riunito a Uppsala costrinse il re Olof III a firmare la pace con la Norvegia. Discendenti diretti e fossili viventi di questa tradizione sono le due assemblee cantonali (Landsgemeinde in lingua tedesca) di Appennzell Innerhoden e di Glarus nella Svizzera germanofona, dove tutti i cittadini riuniti nella pubblica piazza votano per alzata di mano. National Geographic ha dedicato suggestivi servizi fotografici a questi rarissimi esemplari di democrazia diretta.

Qual è la differenza fondamentale fra le democrazie pre-liberali e quelle contemporanee, note anche come liberal-democrazie? L’osservatore superficiale direbbe che le democrazie antiche e medievali non erano universali, perché escludevano schiavi e donne, mentre quelle contemporanee includono tutta la popolazione maggiorenne. Ma questa è solo una differenza estrinseca. La vera differenza sta nel fatto che lo scopo della liberal-democrazia è di massimizzare il potere dell’individuo ai fini della sua autorealizzazione, mentre lo scopo della democrazia classica è la potenza e il benessere dell’ente collettivo di cui i singoli cittadini fanno organicamente parte: Atene per i concittadini di Pericle, la Svezia per gli uomini liberi del ting, il proprio cantone per gli abitanti di Appennzell Innerhoden e Glarus. La liberal-democrazia promuove l’espansione delle prerogative del singolo individuo cercando di conciliarle con le uguali aspirazioni degli altri cittadini attraverso forme di cooperazione e di controllo («La mia libertà finisce dove comincia quella del mio prossimo», John Stuart Mill); la democrazia classica mira a evitare che l’individuo accumuli potere ai danni della comunità. La democrazia classica mira a evitare che il re diventi un tiranno, che un generale diventi un despota, ecc.

A questo punto bisogna aprire una piccola linea di credito con Viktor Orban, e concedergli che il suo concetto di “democrazia illiberale” non è irricevibile se miglioriamo un po’ la traduzione dall’ungherese delle sue parole: «i valori conservatori della patria e dell’identità culturale hanno la precedenza sull’identità individuale». Possiamo immaginare una democrazia dove il criterio dell’agire politico non è rappresentato dall’espansione dei diritti individuali con un occhio alla loro conciliazione con quelli degli altri individui, ma dalla promozione e difesa della comunità nazionale, territoriale, religiosa, familiare? Sì, possiamo immaginarla. Ma prima i fautori di questo tipo di democrazia dovrebbero conquistare l’egemonia culturale e sociale nella repubblica in cui vivono, così come i liberali hanno assunto l’egemonia nell’Occidente contemporaneo. Avendo relativizzato e infine disarticolato con successo tutte le forme di appartenenza collettiva della persona – famiglia, comunità territoriale, affiliazione religiosa, patria – oggi i liberali possono con successo portare avanti il loro programma di ingegneria sociale tutto centrato sull’individuo: autodeterminazione è la parola d’ordine delle liberal-democrazie; tutte le discussioni politiche, culturali e giuridiche hanno luogo a partire dal presupposto che la volontà autonoma dell’individuo è il criterio da rispettare e valorizzare. Orban sta facendo la stessa cosa in Ungheria, ma con un programma opposto a quello liberale: quelle che appaiono come semplici misure di natura autoritaria o semi-autoritaria o illiberale volte a consolidare in vero e proprio regime il governo della coalizione guidata dal partito Fidesz, hanno un obiettivo molto più ambizioso, che è quello di creare un’egemonia culturale e sociale attorno ai valori della patria e della famiglia naturale da considerare superiori a quello dell’autodeterminazione individuale.

Derogare alla separazione dei poteri e all’autonomia per quanto riguarda la magistratura, la Banca centrale, le università e i media pubblici, ricondotti sotto il controllo del governo, non mira alla dittatura di fatto di un partito o di un uomo, ma a un cambiamento molto più profondo che è già in buona parte realizzato. Le elezioni politiche ungheresi si giocano già da due tornate elettorali sulla sfida fra Fidesz e Jobbik, partito quest’ultimo che interpreta una versione oltranzista delle posizioni di Orban su Europa, migranti, patriottismo, identità ungherese, ecc, aggiungendo a ciò una forte dose di antisemitismo. Il partito socialista, filo-europeista e liberal-progressista, è passato dal 43,2 per cento dei voti nel 2006 all’11,9 per cento delle elezioni di quest’anno.

Quali sono le controindicazioni del modello di democrazia illiberale che Orban si propone di realizzare? Quelle messe in evidenza da Cassese sono pertinenti solo in parte: in Ungheria la libertà di parola, di stampa e di associazione sono tuttora vigenti, anche se il partito di governo usufruisce di un’influenza sproporzionata sui media ufficiali (ma non in quelli elettronici), tanto che alle elezioni dello scorso aprile il 50,7 per cento degli ungheresi ha votato un partito diverso da quello di Orban. Più calzante l’obiezione riguardante la giustizia: se i giudici di un paese sono infeudati al governo, anche il più giusto dei reclami di un cittadino contro le autorità è facilmente esposto a concludersi con una sentenza iniqua. L’unica risposta che i fautori della democrazia illiberale possono formulare contro questa obiezione è che, una volta consolidato a livello sociale e culturale, il paradigma della preminenza del collettivo sull’individuale non avrebbe più bisogno di un intervento invasivo del governo nelle nomine dei giudici. Il rischio di sentenze faziose non sarebbe più superiore a quello esistente in una liberal-democrazia.

Ma c’è un’altra controindicazione di peso che merita di essere evidenziata, ed è che la sostituzione del paradigma individualista col paradigma comunitario non è di per sé garanzia che il sistema politico sarà più rispettoso della natura umana. Prendiamo la pratica corrente della fecondazione assistita omologa ed eterologa, con selezione delle caratteristiche genetiche degli embrioni impiantati. Non sarebbe entrata nell’uso senza la premessa filosofica liberale che l’individuo ha il diritto a perseguire la sua massima felicità senza pregiudizio per gli altri, e se la felicità di un individuo o di una coppia consiste nell’avere un figlio sano, alto, biondo e con gli occhi azzurri, non si può ultimamente dire di no a questo desiderio, anche se comporta la reificazione del concepito trasformato in prodotto di un progetto altrui. Lo stesso dicasi dell’eutanasia: l’individuo è padrone della propria vita, ha diritto di vita e di morte su di sé, la sacralità della vita indipendentemente dalla volontà dell’individuo non ha senso, perciò lo Stato liberale introduce legislazioni eutanasiche.

Lo Stato democratico illiberale potrebbe arrivare alle stesse conclusioni per una strada diversa: poiché molti nemici assediano la patria, poiché le risorse del paese sono limitate, nell’interesse del collettivo si autorizzano le famiglie a produrre figli dotati di un patrimonio genetico di prim’ordine, e si autorizzano gli anziani e i deboli che pesano sulle casse pubbliche a togliere il disturbo. L’argomento secondo cui l’identità culturale dei popoli europei che le democrazie illiberali vogliono preservare è quella cristiana, e quindi le derive sopra esemplificate non sono possibili, rassicura solo in parte: se il cristianesimo resta confinato a eredità culturale, e non diventa esperienza vissuta di rapporto degli uomini col Dio rivelato da Cristo, le priorità della logica di potenza dello Stato prenderanno facilmente il sopravvento.

L’antropologia individualistica liberale è contraria alla natura umana e i sistemi economici, politici e giuridici che ha prodotto sono destinati a una catastrofe che appare sempre più imminente. Tuttavia l’alternativa democratico-illiberale che si profila, e che si vuole centrata su identità collettive e comunitarie, non rappresenterà un miglioramento se prescinde dal valore della persona, che viene percepito e rispettato dai poteri terreni quando l’esperienza cristiana in un determinato contesto umano è viva e presente a livello pubblico. Gli sviluppi del quadro politico europeo ci diranno se i partiti identitari possono diventare interlocutori di una transizione post-liberale che interpreti il rinnovato bisogno di comunità connaturato alla natura umana contro la distruttiva deriva individualistica di matrice liberale, o se invece stiamo semplicemente sostituendo la volontà di potenza dell’individuo con la volontà di potenza del collettivo. Non sarebbe un miglioramento. Sarebbe, come si suol dire, cadere dalla padella nella brace.

Foto Ansa

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