Chiamare chi spinge per le trattative “partito della resa” non aiuterà la pace (né l’Ucraina)

Bandiere dell’Ucraina e della Russia proiettate sulle mura della città vecchia di Gerusalemme
Le bandiere dell’Ucraina e della Russia proiettate sulle mura della città vecchia di Gerusalemme contro la guerra (foto Ansa)

Su Dagospia si pubblica un articolo di Antonio Polito nel quale si scrive: «Il “partito della resa” ha gettato la maschera. È ancora minoritario, ma punta ormai al bersaglio grosso: portare l’Italia nel campo di Mosca, confermando così l’antico pregiudizio per cui non finiamo mai una guerra dalla parte in cui l’abbiamo cominciata. Abbandonata l’equidistanza iniziale del “né con Putin, né con la Nato”, superata la “neutralità attiva”, sta venendo infatti allo scoperto un movimento, per ora più mediatico che altro, di sostegno esplicito al tiranno».

Tutti noi siamo di fronte a un terribile dilemma: difendere la libertà di chi è aggredito, cioè gli ucraini, e cercare insieme la via della pace in un mondo in cui gli armamenti atomici mettono in pericolo l’esistenza stessa della nostra civiltà. E la via della pace peraltro passa anche, imprescindibilmente, dalla ricerca di sistemi di sicurezza che prevengano possibili esiti catastrofici. Non è facile risolvere questa tragica contraddizione. Diventa ancora più difficile se prevale la logica del “taci, il nemico ti ascolta”.

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Sugli Stati generali Jaocopo Tondelli scrive: «C’è in giro – tra gli opinionisti di punta come tra le voci che twittano con costanza e seguito; tra gli analisti della domenica come tra parlamentari cui un po’ di continenza in più sarebbe richiesta – un misto di buona coscienza ed emotività a costo zero che ormai sembrano precludere di ragionare politicamente di una questione che era, resta e sarà – comunque vada – una questione eminentemente politica. Perché una volta che si siano ribadite, ancora una volta, i torti (dell’invasore russo) e le ragioni (dell’invaso ucraino) che dall’inizio di questa guerra non possono non essere chiare e riconosciute, alla politica sarà necessario tornare. Vale ovviamente – ed è la cosa più importante – per chi può e deve decidere. Ma vale anche – e non è irrilevante – per i cittadini, lettori/elettori, e per le élite culturali che avrebbero il compito di orientare il dibattito in maniera sensata».

Ecco come su un sito di sinistra una persona intelligente come Tondelli descrive bene la situazione che ci troviamo di fronte.

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Sul Sussidiario Giulio Sapelli scrive: «La guerra sul terreno prepari la negoziazione: questa è l’unica via di soluzione. Bisogna perseguirla, se non vogliamo che la prateria degli slavi del Sud si riaccenda. La minaccia nucleare è onnipresente: non va mai dimenticata ed è la condizione in cui ci si è costretti a muovere in un campo di relazioni di potenza purtroppo costruito nel modo peggiore che si potesse immaginare».

Ahimè! Chi vuole concludere qualcosa di concreto che aiuti la libertà degli ucraini aggrediti, eviti rischi catastrofici, e apra nuove prospettive di pace e sicurezza, non può sfuggire dal fare i conti con una realtà così ben definita da Sapelli.

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Sulla Zuppa di Porro si scrive: «“Se fossi in te, penserei alla vita della mia gente e accetterei l’offerta“, avrebbe detto Bennett a Zelensky. Il quale avrebbe risposto gelido con un semplice: “Ti sento”. Come a dire: non ci penso nemmeno. “Bennett ci ha detto di arrenderci”, ha spiegato il funzionario al Jerusalem Post. “Non abbiamo intenzione di farlo. Sappiamo che l’offerta di Putin è solo l’inizio”. Israele avrebbe chiesto a Kiev anche di non chiedere ulteriori aiuti militari all’Occidente per non danneggiare gli sforzi di mediazione con Putin».

Il più straordinario popolo della terra, quello israeliano, che contro nemici strabordanti ha difeso eroicamente la propria libertà, ha aderito al “partito della resa” a Mosca?

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Su Startmag Dario Fabbri scrive: «Eppure, anziché comunicare tali perplessità agli alleati, l’America ha lasciato che le cancellerie dell’Europa orientale continuassero a tirare verso sé la nuova Ucraina tendente all’Occidente, senza che vi fosse la concreta intenzione di accoglierla nella famiglia, tantomeno di proteggerla in caso di aggressione. Di qui l’abbandono di Kiev avvenuto nella guerra in corso – annunciato già nelle settimane precedenti, quando l’intelligence statunitense segnalava di non considerare l’ex repubblica sovietica parte della sua sfera d’influenza».

Anche Dario Fabbri ha aderito al “partito della resa” a Mosca? O è solo un analista razionale che cerca di inquadrare la terribile crisi scatenata irresponsabilmente da Mosca, che ha peraltro radici profonde senza l’esame delle quali non si troverà una soluzione positiva?

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Su Huffington Post Italia Andrey Kortunov, direttore generale del Russian International Affairs Council, dice: «Come analista, trovo molto difficile capire quello che sta succedendo. Ho sempre creduto che una guerra del genere fosse impossibile, per me è stato davvero uno shock. Come essere umano, provo semplicemente dolore per le morti da entrambe le parti, penso che le implicazioni di questa guerra saranno significative e di lunga durata. Sento che è una mia missione cercare di aiutare a trovare modi per porre fine a questa guerra».

Ecco un russo palesemente critico delle responsabilità assunte da Vladimir Putin, ma che invita a non arrendersi alle emozioni.

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Su Atlantico quotidiano Stefano Magni scrive: «“Meglio russi che morti” è il succo del discorso di gran parte dei commentatori di centrodestra in queste settimane di guerra ucraina. Man mano che la guerra si prolunga, l’appello per la resa incondizionata degli ucraini si fa più forte e sentito, condito con discorsi terroristici su possibili escalation e guerre nucleari. Per Vittorio Feltri, così come per l’ex generale di Gladio, oltre che per l’immancabile Toni “non ci sarà nessuna invasione” Capuozzo, il problema di questo conflitto è solo uno e si chiama: Zelensky, il presidente ucraino il cui paese è stato aggredito. La sua colpa? Resistere ai russi. Più resiste, più sarà il responsabile delle vittime militari e civili del conflitto. Un pacifismo peloso, mascherato da umanitarismo, ma con la stessa logica dei Borg, razza aliena inventata dagli sceneggiatori di Star Trek: “Assimilatevi, la resistenza è inutile”».

Quelli di Atlantico quotidiano meritano eterna per gratitudine per il loro impegno di sentinelle della libertà: se vogliamo preservare questo elemento fondante della nostra civiltà (la libertà), bisogna essere sempre vigilanti. Poi, certo, però c’è anche bisogno di quella cosa fastidiosa che è l’iniziativa politica, diplomatica, militare, che deve fare i conti con lo sporco principio di realtà, non sempre ben presente ad alcuni commentatori di Atlantico quotidiano. Ma ugualmente, mentre c’è chi faticosamente si assume le sue responsabilità cercando i compromessi che consentono al mondo di non distruggersi, è indispensabile che vi sia anche qualcuno che ci ricordi sempre che la libertà deve essere il nostro orizzonte.

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Sulla Nuova Bussola quotidiana Luca Volontè scrive: «L’Europa da tempo ha lasciato campo libero alla fine diplomazia turca nel Mediterraneo e nel Caucaso (dai migranti alle crisi regionali, all’approvvigionamento energetico); ora prendiamo atto che al tanto vituperato “Gran Visir” di Ankara viene lasciata mano libera anche nel cuore del continente europeo. Dunque lo scorso 10 marzo proprio ad Antalya si è svolto il primo incontro, mediato e promosso da Cavusoglu, tra Lavrov e Kuleba».

L’idea di Barack Obama di dare spazio nel 2011 alla Turchia, nella stagione delle primavere arabe, ha sconvolto l’Egitto, la Libia e la Siria, messo a repentaglio la sicurezza di Israele, dato spazio alla politica destabilizzatrice dell’Iran in tutta la Mezzaluna fertile del Medio Oriente (dal Libano allo Yemen) e ha avuto ripercussioni in Asia centrale con le “solite” aggressioni agli armeni. Dopo aver gestito l’uscita dall’Afghanistan nel modo che conosciamo e aver affrontato la criminale invasione russa dell’Ucraina avendo più attenzione alle elezioni di midterm che alla ricerca di un equilibrio che contenesse l’aggressività di Vladimir Putin, sarebbe bene che Washington affrontasse i prossimi appuntamenti della storia con una visione almeno minimamente strategica, compresa l’analisi delle possibili future mosse di Ankara.

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Su Formiche Gabriele Carrer scrive: «Nonostante la scelta di Pechino di non menzionare l’Ucraina, il tema sarà inevitabilmente al centro dei colloqui. La Cina, infatti, sta seguendo una linea di ambiguità dichiarandosi neutrale, senza condannare esplicitamente l’aggressione russa e tentando nel frattempo di promuovere la propria visione di ordine globale. A Roma potrebbe tenersi un nuovo tentativo americano di chiedere alla Cina di prendere posizione “responsabile” sulla situazione in Ucraina condannando l’aggressione russa e arginando la propaganda antioccidentale a suon di fake news sulle armi chimiche. Senza un simile passo difficilmente gli Stati Uniti potrebbero prendere in considerazione qualsiasi tipo di mediazione da parte di Pechino, che da parte sua non può permettersi di sacrificare per Putin i rapporti con Unione Europea e Stati Uniti».

Per la Cina vale mille volte di più il ragionamento prima abbozzato sulla Turchia: Joe Biden e la sua amministrazione dovrebbero concentrarsi certamente su come isolare l’aggressore russo all’Ucraina, ma senza regalare (elezioni di midterm permettendo) uno spazio strategico a una Pechino sempre più insediata non solo al centro dell’Asia ma anche in Sud America e in Africa.

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Sul Blog di Beppe Grillo James Thornton, avvocato ambientale e scrittore, Ceo e fondatore di ClientEarth, organizzazione globale di diritto ambientale senza scopo di lucro, ha scritto su Tedx (ed è riportato dal Blog di Grillo): «Così la Cina dopo 3 mesi nominò 1.000 giudici dei tribunali ambientali. Ora i giudici ambientali, specialisti, sono rari nel mondo. In Europa, ad esempio, in Scandinavia ce n’è solo una manciata. La loro idea era che, nominando tutti questi giudici specializzati, avrebbero ascoltato una vasta mole di casi e aumentato rapidamente la qualità dello stato di diritto per l’ambiente in Cina. E così ci hanno poi chiesto di formare i giudici».

Prima dell’invasione russa in Ucraina il Blog di Grillo aveva scritto del ruolo centrale della Cina per la pace, della scarsa consistenza storica di una nazione ucraina e dell’egemonismo americano come principale pericolo per l’Europa. Dopo, scattata l’aggressione di Mosca a Kiev, il comico genovese si è dedicato ai temi più svariati (dai fiori galleggianti alle montagne solari, dalle crudeltà contro i polli all’intelligenza artificiale nella diagnosi medica) evitando la politica. Che si riaffaccia adesso con un elogio della civiltà ecologica di Pechino. Mentre il partito “russo” in Italia, che nei suoi esponenti principali – Matteo Salvini e Silvio Berlusconi – si è praticamente sciolto e sopravvive solo nelle paure di qualche, per così dire, “eccellente” opinionista, quello cinese che ha nel guru Grillo (garante di Giuseppe Conte e di Lugi Di Maio) il suo leader ma anche seguaci come Romano Prodi (grande lord protettore di Enrico Letta) e Massimo D’Alema, è in piena forma.

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