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L’agosto di una volta a Milano

agosto 21, 2017 Marina Corradi

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – In un giorno feriale di questo inizio di agosto Milano è quasi uguale agli altri mesi. In centro negozi aperti, e sciami di turisti stranieri. Mezzi pubblici decentemente frequenti. Sottoterra i treni del metrò corrono incessanti, dalle grate di ferro sui marciapiedi ne viene una folata calda.

Ma l’agosto di una volta a Milano, era tutt’altra cosa. Fra gli anni Sessanta e il tempo che io ricordo, alla fine degli Ottanta, quando alla chiusura estiva delle fabbriche le maestranze del Sud in massa tornavano a casa. E che assalti, in Centrale, ai treni per la Sicilia e la Puglia: gente che passava dai finestrini, enormi valigie issate e stipate a forza nei bagagliai. E poi i treni stracarichi lentamente, gemendo le ruote, partivano. Sui marciapiedi bollenti della stazione, come una serra sotto le arcate di acciaio, non rimaneva nessuno.

Pareva perfino che in quelle strade vuote, con le saracinesche calate, facesse più caldo che oggi. L’asfalto sotto ai tacchi, molle, e lunghe camminate, perché gli autobus non passavano mai. Oasi, erano le farmacie di turno, e i rari bar tabacchi rimasti aperti. Se ne incrociavi uno entravi, più che altro per vedere degli esseri umani. Non si usava l’aria condizionata: l’aria afosa e ferma ti scivolava addosso, nel fumo azzurrino delle sigarette dei pochi avventori, immobili davanti a un bianchino. E che facce avevano, quelli che restavano in quegli agosto a Milano, ai tavolini dei bar: facce da uomini soli, facce da vecchi che non avevano alcun posto dove andare. Un ragazzo picchiava troppo forte i fianchi di un flipper, che tintinnava, e le granite bianche e verdi giravano pigramente nei distributori. Bolle di tempo fermo, quei bar, dove ci si rifugiava per scappare dal deserto di fuori.

Nei quartieri borghesi le mamme, che ancora non lavoravano, erano già partite a luglio per il mare coi bambini. I mariti rientravano la sera con la giacca sul braccio e la cravatta slacciata; in casa, sui divani del salotto, i teli bianchi stesi contro la polvere segnalavano una pausa nella vita normale.

La vita, sarebbe ripresa a settembre. Agosto a Milano era un breve lasso di quasi morte, un bollente istante sospeso. La sera nelle case giungeva il pigro sferragliare degli ultimi tram; poi, lunghe notti spesso insonni, nell’aria umida e collosa. Le chiome degli alberi, fuori, immobili. Nei condomini silenziosi lo scatto dell’ascensore faceva sussultare. Un ladro forse, quei passi dal piano di sopra?

E tuttavia in quel tempo bloccato, serrato, muto, come ci si guardava nei rari prestinai aperti. Noi pochi rimasti sembravamo carbonari. Sfiniti dal caldo, eppure quasi fieri. Di quella grande città di asfalto molle e di cemento bruciante, deserta, padroni. I viali, le piazze, la Galleria abbandonata, come una gran sala da ballo, e silenziosa. E tutta, tutta per noi.

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