Abolizione universale dell’utero in affitto. «La carne delle donne non è mercanzia»

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Abbiamo sempre scritto che l’utero in affitto è un abominio. Per capirlo non serve essere né di destra né di sinistra, né occorre essere credenti o meno. Basta informarsi, capire di che cosa si tratta, non farsi ingannare dalla pubblicistica che cerca di far passare la maternità surrogata come un atto d’amore e fratellanza. Tutte balle.
È notizia di questi giorni che, dopo la Thailandia e il Nepal – casi di cui vi avevamo già parlato –, ora anche l’India, uno dei paesi in cui la pratica è tollerata, fa marcia indietro. La Corte Suprema, infatti, aveva spinto il governo ad approvare una legge che la rendesse illegale. Tutto era nato dalla causa di un avvocato, Jayashree Wad, che si era rivolto alla Corte per denunciare il dilagare di un business che ha ridotto il paese a una “fabbrica di bambini” alimentando il “turismo procreativo”. E la Corte, il 15 ottobre, ha emesso una sentenza in cui dice che «la surrogazione commerciale non dovrebbe essere ammessa, ma nel Paese va avanti. Il governo (centrale) sta permettendo il traffico di embrioni umani. Sta diventando un business che si è evoluto in turismo procreativo». Ora il governo di Narendra Modi ha chiesto alla stessa Corte di bandire la maternità surrogata, limitandola alle sole coppie indiane.

PUNIRE CHI CREA IL MERCATO. Oggi su Avvenire appare un’intervista a Sylviane Agacinski. I lettori di Tempi conoscono questa intellettuale francese, femminista, di sinistra, moglie dell’ex premier socialista Lionel Jospin. Da anni, Agacinski non smette di denunciare all’opinione pubblica cosa sia veramente la maternità surrogata e ora ad Avvenire rivela essere sua intenzione indire per il 2 febbraio un convegno a Parigi per l’abolizione universale dell’”utero in affitto”. Il motivo è semplice: «Vogliamo che la legge protegga tutte le donne dicendo che la loro carne non è una mercanzia» e «occorre punire. Innanzitutto i professionisti che creano il mercato: avvocati, medici, agenti e intermediari. Poi, i clienti».

IL BAMBINO NON È UN PRODOTTO. «Non abbiamo a che fare con gesti individuali motivati dall’altruismo – dice Agacinski –, ma con un mercato procreativo globalizzato nel quale i ventri sono affittati. È stupefacente, e contrario ai diritti della persona e al rispetto del suo corpo, il fatto che si osi trattare una donna come un mezzo di produzione di bambini. Per di più, l’uso delle donne come madri surrogate poggia su relazioni economiche sempre diseguali: i clienti, che appartengono alle classi sociali più agiate e ai Paesi più ricchi, comprano i servizi delle popolazioni più povere su un mercato neo-colonialista. Inoltre, ordinare un bambino e saldarne il prezzo alla nascita significa trattarlo come un prodotto fabbricato e non come una persona umana. Ma si tratta giuridicamente di una persona e non di una cosa».

LE DONNE SONO VITTIME. Le donne che accettano di portare in grembo figli che poi vendono ad altri, dice Agacinski, non sono «da biasimare», la colpa è degli «Stati che non mettono nessun limite ai mercati». Queste madri, aggiunge l’intellettuale francese, accettano «un mercato crudelissimo, spinte dal bisogno, oppure dal marito, come avviene in India. Devono così sacrificare la loro intimità e la loro libertà. Non dimentichiamo che la vita personale di una madre surrogata è strettamente regolata e controllata: la sua vita sessuale, il suo regime dietetico, le sue attività… Durante nove mesi, vivono al servizio di altri, giorno e notte. Queste donne sono vittime di sistemi che non hanno contribuito a creare. Se il mercato della procreazione non fosse costruito da tutti quelli che vi traggono un lucro enorme, ovvero le cliniche, i medici, gli avvocati e le agenzie di reclutamento, a nessuna donna verrebbe mai in mente di guadagnarsi da vivere facendo bambini».


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