Così i Bin Laden sono caduti in disgrazia in Arabia Saudita

Con forza autoritaria e cinismo, il principe Mohammed bin Salman è riuscito a mettere le mani sulla miliardaria multinazionale di famiglia, arrestando il capo Bakr bin Laden ed esautorando i fratelli. Storia di una vendetta

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La Saudi Binladin Group è una delle multinazionali di tipo conglomerato più potenti del mondo arabo. Appartiene a uno dei clan più in vista dell’Arabia Saudita, quello dei Bin Laden, famoso soprattutto per la pecora nera della famiglia, quell’Osama che si è fatto conoscere in tutto il mondo per l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre. Ma Osama ha anche 12 fratelli (uno dei quali morto) per lo più impegnati nel colosso edile di famiglia. Che ora è caduto in disgrazia.

LEGAMI POLITICI. I Bin Laden sono sempre stati abili a collaborare con la famiglia reale degli Al-Saud, assicurandosi ricchi contratti pubblici e raggiungendo una capitalizzazione di 5 miliardi di dollari. Ma da quando il principe Mohammed bin Salman è diventato principe ereditario sono cominciati i guai. Come rivelato da un magistrale reportage di Reuters, MbS, come viene spesso chiamato, si è dedicato anima e corpo a picconare l’impero dei Bin Laden. Riuscendo di fatto a impossessarsene con una buona dose di forza autoritaria e cinismo.

L’AFFRONTO DEI BIN LADEN. Tutto sarebbe cominciato nel 2015, quando l’allora 29enne MbS, che re Salman avrebbe nominato successore al trono solo due anni dopo, chiese al capo del gigante edile, Bakr bin Laden, di lasciarlo entrare come partner nella multinazionale. Il principe abbellì la richiesta offrendo al magnate la possibilità «patriottica» di diventare protagonista della diversificazione dell’economia del regno, troppo dipendente dal petrolio. Bakr esitò e cercò di guadagnare tempo, affermando che prima doveva consultare gli altri azionisti del gruppo, mascherando così il suo rifiuto. Non se ne fece nulla, ma pochi anni più tardi, una volta conquistato il potere, MbS dimostrò di non essersi scordato di quell’affronto.

Il principe Mohammed bin Salman (MbS)

MBS AL POTERE. Il rifiuto di Bakr fu forse incauto perché il principe stava già acquistando potere. Il 23 gennaio 2015 re Abdallah morì e Salman, padre di Mohammed, salì al trono. Il 29 gennaio 2015, dopo appena una settimana, MbS era già diventato: ministro dello Stato, ministro della Difesa, segretario generale della Corte reale e presidente del Consiglio per gli affari economici e di sviluppo. Quello stesso anno, MbS invitò la multinazionale dei Bin Laden a quotarsi sul mercato con un’Ipo, cioè un’offerta al pubblico dei titoli della società, che si sarebbe così inserita per la prima volta sul mercato regolamentato. La famiglia rifiutò ancora, visto che l’andamento negativo dell’economia non avrebbe consentito di strappare un buon prezzo.

L’INCIDENTE ALLA MECCA. Non potendo sopportare un doppio affronto, MbS cominciò a ordire la sua vendetta nel settembre 2015. Approfittò del crollo di una gru appartenente al colosso edile alla Grande moschea della Mecca, che causò la morte di 107 persone. Il governo sospese l’assegnamento alla multinazionale di numerosi appalti pubblici. Il ministero delle Finanze bloccò anche i progetti già approvati. La Saudi Binladin Group fu costretta a sospendere il pagamento di decine di migliaia di lavoratori, facendo scoppiare proteste e rivolte inedite nel Regno.

Bakr bin Laden

LE PURGHE DEL PRINCIPE. Nel novembre 2017 MbS fece arrestare più di 200 imprenditori, rinchiudendoli nelle lussuose stanze dell’Hotel Ritz-Carlton della capitale Riyad e accusandoli informalmente di corruzione. Tra questi c’erano anche tre membri della famiglia Bin Laden: Bakr, vicino ai 70 anni, Saleh e Saad. Nessuna accusa è mai stata resa pubblica o formalizzata, ma se tutti gli arrestati sono stati liberati, dietro il pagamento di un “riscatto” milionario versato alle casse dello Stato a vario titolo, Bakr è ancora in custodia a Riyad, dove solo gli stretti familiari possono fargli visita.

VILLE, JET E MASERATI CONFISCATE. In cambio del rilascio di Saleh e Saad, MbS ha fatto confiscare le ricche case di alcuni fratelli Bin Laden, compresa la meravigliosa villa sul Mar Rosso di Bakr, oltre a jet privati, soldi in contanti, gioielli, la collezione privata di automobili di Saad, del valore di 90 milioni di dollari, e le costosissime Maserati del figlio di Bakr, Nawaf. Il principe ereditario, ovviamente, puntava però più in alto.

ORA COMANDA MBS. MbS ha raggiunto il suo obiettivo il 23 aprile di quest’anno, quando la Saudi Binladin Group ha ceduto il 36,2% della compagnia allo Stato (attraverso un’entità chiamata Istidama Holding Company). Guarda caso, proprio i fratelli Bakr, Saleh e Saad hanno rinunciato alle loro quote. A gestire la multinazionale è ora una commissione di cinque persone: tre (Abdulrehman al-Harkan, Khaled Nahas e Khalid al-Khowaiter) fanno capo al governo, le altre sono due fratelli della famiglia Bin Laden, Yehya e Abdullah. Ma, assicurano fonti di Reuters, non contano più nulla.

ADDIO BIN LADEN. Il capo della commissione, Harkan, è riuscito subito a ottenere un prestito da 3 miliardi di dollari presso il ministero delle Finanze, dando agio così alle casse del colosso edile. In un incontro con i creditori del gruppo (del quale fanno parte 537 aziende e 1400 subappaltatori), Harkan ha dichiarato: «L’azienda è un disastro ma il re Salman mi ha nominato per guidare l’inversione di rotta». Il manager ha anche aggiunto che i fratelli Bin Laden «sono felici di non doversi più occupare del gruppo». Secondo alcuni membri della famiglia, lo Stato deve alla Saudi Binladin Group ancora 40 miliardi di dollari in contratti non onorati. Ma ormai non sono più i Bin Laden a comandare. La vendetta di MbS è compiuta.

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