Bertone (Acqua Sant’Anna): «Assurdo tassare l’utile fino al punto di togliere la voglia di fare impresa»

«Telecom e Alitalia, finito il tempo delle gestioni “politiche”. Lo Stato per le aziende a volte fa troppo, a volte troppo poco». Intervista al presidente e ad di Fonti di Vinadio Acqua Sant’Anna

Tassare l’utile così tanto da far passare la voglia a chiunque di fare impresa in Italia «è assurdo». Così Alberto Bertone, presidente e amministratore delegato di Fonti di Vinadio Acqua Sant’Anna, impresa che, dopo aver conquistato il mercato italiano, nel 2013 ha deciso di andare all’attacco dei mercati internazionali. Bertone ha parlato con tempi.it dei casi Telecom e Alitalia, le due ex compagnie pubbliche che, dopo una stagione di privatizzazioni a metà, ora stanno per passare in mani straniere: «Per loro è difficile cambiare pelle rispetto al passato», dice. E se «non è certo un bene in sé che queste aziende vengano vendute agli stranieri», tuttavia, forse, è «il male minore possibile». Prima di lui era già intervenuto con considerazioni analoghe Massimo Zanetti, presidente di Segafredo.

Bertone, da un punto di vista manageriale, come valuta la gestione di Alitalia e Telecom negli ultimi anni?
È stata una gestione politica, più che economico-finanziaria. Abbiamo visto alternarsi alla guida di queste aziende profili di colore politico, più che manager scelti per merito e capacità. È stato un susseguirsi di amministratori per i quali l’obiettivo era la sopravvivenza di queste aziende e non l’ottimizzazione, la crescita, l’investimento. Queste società vivono ancora nel ricordo monopolistico, non sono pronte a combattere sul libero mercato, dove è una lotta continua con la concorrenza, che non è più solo nazionale.

Il passaggio in mano spagnola per Telecom e franco-olandese per Alitalia è un fatto positivo?
Non è certo un bene in sé che queste aziende vengano vendute agli stranieri, ma è forse il male minore possibile. Il problema con Telecom e Telefonica è che ci sarà una sovrapposizione di risorse e strutture, con conseguente rischio di tagli di posti di lavoro in Italia. Ma questo è un mercato in cui bisogna essere snelli, flessibili, veloci per poter combattere. È quello che ci è mancato prima e che ormai è inevitabile.

Finora lo Stato e la politica hanno fatto troppo o troppo poco?
Hanno fatto a volte troppo, altre volte troppo poco. Prendiamo Alitalia, per esempio: si è cercato di fare di tutto per salvarla; fosse andata così per altre aziende, ne avremmo salvate molte altre. Ma il problema di società come Alitalia è che hanno strutture enormi e fanno fatica ad agire in fretta ed essere flessibili come richiede oggi il mercato. Stato e politica hanno fatto di tutto per togliere i debiti ad Alitalia, ma troppo poco per snellire le strutture. Quindi è stata solo una morte posticipata. Telecom, invece, ha investito troppo poco in tecnologia; e ci sono aziende private, anche molto più piccole di Telecom, che, invece, grazie a investimenti mirati, oggi sono diventate dei colossi. Ad ogni modo, il problema di “mega-aziende” come Telecom e Alitalia è che per loro è difficile cambiare pelle rispetto al passato.

Con che contesto devono fare i conti le aziende che vogliono lavorare in Italia?
In Italia non c’è un settore che vada bene e cresce la tristezza. Ma perché cambino veramente le cose bisogna cambiare i presupposti. Qui si parla solo di tasse. Viviamo in un sistema che demonizza l’utile. Laddove c’è un utile, grande o piccolo che sia, viene ulteriormente tassato. Ma questi modi servono solo a togliere il sorriso e l’entusiasmo anche a quei pochi imprenditori che vanno bene. Servirebbe un approccio che consideri l’utile come un bene, perché permette di investire e di creare ulteriore lavoro, non un male da tassare in automatico. Togliere agli imprenditori la voglia di creare utile è assurdo. Non è certo una politica industriale.