Bertinotti: Cristiani e liberali di tutto il mondo, uniamoci e riprendiamoci la nostra umanità, prigioniera del narcisismo e dell’inidividualismo

Intervista all’ex leader comunista 25 anni dopo la caduta del muro: «Io colpito dal “pensiero estremo” di don Giussani e dal problema della ricerca della verità»

Il 9 novembre 1989 l’allora dirigente cigiellino Fausto Bertinotti guardava il muro di Berlino crollare come si guarda una storia di cui s’è già dolorosamente intuito l’inganno. «Il trauma vero, quello che produsse una ferita che non si sarebbe più rimarginata, era già avvenuto nel 1968 a Praga», spiega in questa intervista a Tempi. «Allora con i carri armati sovietici che stroncavano quella primavera che così straordinariamente aveva preso corpo la storia aveva sentenziato circa la irriformabilità dei paesi del socialismo reale». Una carriera da sindacalista iniziata tra le cotoniere del novarese, in anni in cui, ricorda, «i vecchi, i bambini e persino i parroci venivano a dirci di non mollare durante le occupazioni», è diventato leader di Rifondazione comunista, è stato il primo presidente della Camera a dedicare la sua elezione «alle operaie e agli operai», fu il comunista che fece cadere il primo governo di sinistra della storia della Repubblica. Rina Gagliardi, grande amica ed estimatrice, scrisse che già da giovane era «un ossimoro vivente: certezze granitiche e dubbio organico». Il suo ultimo libro, Sempre daccapo (Marcianum press), è scritto insieme a un sacerdote e vanta la prefazione del cardinal Ravasi.

fausto-bertinotti-sempre-daccapo-marcianumPresidente, qualche settimana fa il capo della Fiom Landini ha minacciato di occupare le fabbriche contro il Jobs Act di Renzi. Suonavano parole vecchissime. Venticinque anni dopo la caduta del muro questi termini cosa significano?
A me quelle parole parlano del futuro, perché stiamo assistendo a un fatto disarmante e drammatico, un vero e proprio massacro sociale, la distruzione di diritti conquistati con tanta intelligenza popolare grazie alla costruzione del modello europeo di compromesso sociale e democratico, con una complicità totale della politica. In una condizione in cui il capitalismo finanziario impone le sue leggi sulla società e la politica si rivela inglobata in questo processo, io penso che la rivolta pacifica e nonviolenta sia il futuro. Non bisogna arrendersi al furto di lavoro.

Pratiche come l’utero in affitto o la fecondazione eterologa rischiano di essere veicolo di nuovi sfruttamenti? Una nuova forma di oppressione in cui i desideri dei ricchi hanno bisogno del corpo dei poveri?
Ogni conquista, in una società come quella capitalistica, improntata, come dice anche papa Francesco alla idolatria della ricchezza e del denaro, rischia di essere sequestrata dal potere e dalla disuguaglianza. Per questo bisogna vigilare. Ma questo secondo me non deve impedire di utilizzare tutte le pratiche che permettano di realizzare un desiderio come quello della maternità o della paternità.

Società come Apple e Facebook sosterranno le spese per il congelamento degli ovuli delle loro dipendenti che volessero rimandare la maternità per non interferire sulla carriera. È un progresso per le lavoratrici?
È un fatto terribile, repellente. Neppure il tempo della più sacra delle attività umane, cioè la procreazione, ha la preminenza sulla produzione. È una forma ignobile di monetizzazione. Oggi ti pagano le spese, domani potrebbero anche darti un premio se decidi di diventare madre più tardi. È una violenza grave. Una cosa del genere dovrebbe essere proibita per legge. Così come tu non mi puoi licenziare, così tu non puoi decidere quando io devo diventare madre.

Presentando la biografia di don Luigi Giussani a Caorle lei ha detto che un tempo la limitazione della libertà riguardava solo il corpo, adesso riguarda anche la mente. Che cosa significa?
Un tempo c’erano dei luoghi dove si lavorava e dei luoghi dove si viveva senza lavorare. Questa limitazione che è sopravvissuta in tutto lo sviluppo industriale e che ha avuto il suo apogeo nella produzione di serie per il consumo di massa (cioè nel ciclo fordista taylorista) è oggi scardinata e il lavoro è diventato per un verso un bene scarso (disoccupazione, precarietà) e per un altro verso assolutamente pervasivo: rompe l’argine dello spazio e del tempo. Ma tra queste rotture di argini ce n’è una forse più importante che è la rottura dell’argine che circoscriveva il lavoro come lavoro del corpo. Ora la mente viene chiamata al lavoro sistematicamente. Questo è un mutamento che rischia di diventare antropologico, con un uomo totalmente dipendente dal lavoro e, attraverso la mediazione del lavoro, al sistema.

Presidente, lei ha citato spesso papa Francesco. Però alla fine per il Papa è Cristo che salva il mondo, non la lotta di classe. Fino a che punto la affascina?
Lei avverte bene la differenza tra affascinare e seguire. Io sono cresciuto nel dialogo con i cristiani, in particolare con i cattolici nell’epoca post conciliare. So che non posso piegare il pontefice a “far fronte comune” contro il profitto. Il punto è capire se nelle diverse idee della vita e del mondo ci siano elementi che giustifichino il camminare insieme. Io mi interrogo su come il fatto che uno crede che sia Cristo a salvare il mondo generi una visione del mondo stesso, una Weltanschauung. Ecco, io al mondo cui appartiene papa Francesco non appartengo. Ma mi interessa. E mi interessa la possibilità di un cammino insieme. E mi interessa dialogare con chi pensa che la salvezza stia in Cristo e capire come e perché accada per lui nell’oggi.

In questo suo interesse cosa c’entra don Giussani?
Io sono della generazione che a scuola ha conosciuto Gioventù Studentesca. Erano dei rompiscatole, con quelli dell’Azione Cattolica era più facile. La ragione di questa mia preoccupazione e insieme attrazione che risalgono ad allora è, in qualche modo, l’estremismo. Lo so che potrei usare un termine più educato, come “radicalità”. Ma vorrei farmi capire. È l’estremo quello che mi affascina. È per questo che sono così legato dalla figura di Paolo di Tarso. Voi mi portate sempre in situazioni estreme…

E però lei un po’ se le cerca: va a Caorle a presentare la biografia di Giussani!
Sì perché prevale l’interesse! La cosa “fuori dalla grazia di Dio” è che in quell’estremo pensare c’è la ragione prima del successo della costruzione di una presenza nel mondo. Non si capirebbero altrimenti a Caorle ragazzi di 13-14 anni che vanno la sera a distribuire volantini per l’incontro con un miscredente…

Cosa la attrae di quei ragazzi?
Mi rivedo in un certo senso. Perché se tu non pensi che puoi cambiare il mondo non fai organizzazioni durevoli e non costruisci identità. Col pensiero leggero non costruisci niente. Il pensiero leggero ti evita in partenza il rischio di fondamentalismo, ma elude il problema della ricerca della verità. E se non affronta quel problema l’uomo è morto. Nietzsche dice che per capire la modernità bisogna pericolosamente affacciarsi sull’abisso del nichilismo. Ecco, quello che mi affascina in Giussani è che lui non ha paura di affacciarsi sull’abisso dell’uomo.

Cosa rivede di sé nei ciellini che volantino per un incontro?
Mi rivedo in loro dal punto di vista dell’ordine motivazionale. Ma le pare che altrimenti i compagni potessero tutte le mattine salire le scale dei condomini per vendere l’Unità, un giornale che magari a molti non piaceva neanche? Io stesso andavo davanti alle fabbriche tessili con 50 volantini per 600-700 lavoratori e già era tanto se ne trovavo 50 che lo prendessero in mano, non dico che lo leggessero, ma che lo prendessero in mano! Ma cosa ci spingeva ad andare lì tutte le settimane? L’idea che quelli a cui ti rivolgevi, quale che fosse il loro momentaneo livello di coscienza di classe, avrebbero acquisito quella coscienza necessaria alla loro liberazione prima o poi. E quanto fosse lontano il poi non ce ne poteva fregare di meno. Per questo quando vedo quei ragazzini, li sento come appartenenti alla mia stessa specie.

Lei ha detto, sempre durante la presentazione della biografia di Giussani, che il movimento operaio nel «terribile Novecento ha percorso l’idea che il “noi”, cioè l’eguaglianza, fosse l’alfa e l’omega del processo di liberazione e che la libertà fosse una variabile dipendente dall’uguaglianza». Questa “lezione” è stata interiorizzata? Bisogna ripartire dall’individuo?
Io continuo a pensare che nella scalata al cielo iniziata con la nascita del movimento operaio alla fine dell’Ottocento e culminata con l’ottobre del ’17 ci siano state tappe necessarie e grandi nella storia di liberazione. Questa storia ovviamente è stracarica di sconfitte. Tutte le ragioni del fallimento e della sconfitta di quella storia non cancellano la memoria di quelli che Benjamin chiama “i vinti giusti”. Ma quel tentativo non è stato ripensato criticamente. La politica che è erede di quella storia non ha elaborato un lutto, ha cancellato la storia. Con un procedimento del tutto analogo a chi pensasse di poterla proseguire come se non fosse stata sconfitta, cioè i paesi dell’Est. I partiti che formano ormai il centrosinistra europeo disinvoltamente hanno cancellato quella storia consegnandola al regno del male, abdicando così al confronto non con quella storia, ma con le ragioni che l’hanno originata. Ora in un certo senso siamo ritornati a “prima” di quella storia, al primato del mercato e delle merci. È tempo che la sinistra si confronti, insieme a tutti coloro che si interrogano sulla aridità del modello di persona che viene proposto in questa società, narcisista e individualista. In questo senso sì, bisogna ripartire dalla persona, dialogando con la tradizione cristiana e anche con quella liberale.