Il mondo è di chi se lo prende

Bernabei soffriva per il letargo dei cattolici, richiamava i pastori a vegliare sul gregge, spingeva i laici ad assumersi le proprie responsabilità. Come ha fatto lui per tutta la vita

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Che grand’uomo è stato Ettore Bernabei! I mezzi di comunicazione, in occasione del suo transito al Cielo (13 agosto 2016, a 95 anni) hanno raccontato le grandi opere che ha compiuto: prima con il Giornale del Mattino di Firenze, poi con la direzione del Popolo, la direzione della Rai (1960-1974), le imprese dell’Italstat, e infine la società di produzione Lux Vide con i suoi prodotti televisivi internazionali e il popolare Don Matteo. È interessante comprendere come mai quest’uomo riuscisse a trasformare in un successo tutto ciò che toccava. Qual era il suo segreto?

Era un uomo di fede. Aveva imparato dai suoi maestri e, in particolare, da Giorgio La Pira che la preghiera è la forza motrice della storia. Aveva grande fiducia nella Provvidenza. Quando iniziò l’impresa della Lux chiese a una decina di conventi di clausura di pregare e continuò negli anni a contare sulla loro preghiera che ricambiava con una continua assistenza. Assieme alla Santa Messa quotidiana passava molto tempo in preghiera personale, nella lettura del Vangelo e di libri spirituali. Ogni giorno in famiglia si recitava il Rosario. Quando assisteva alla Messa recitava con voce potente le preghiere vocali, in particolare il Credo. Lo faceva consapevolmente perché la fede va professata. Viveva immerso nella presenza di Dio come un pesce nell’acqua.

Il coraggio era unito alla prudenza. Individuava la soluzione giusta e avanti! Quando arrivò in Rai, a quarant’anni non ancora compiuti, si impose al vecchio establishment stabilendo che gli investimenti nella produzione televisiva dovessero essere maggiori di quelli negli immobili. Era il periodo in cui la Rai si stava strutturando e lui voleva offrire agli spettatori i migliori programmi possibili: non solo buoni ma anche belli. Era inutile disperdere energie nel costruire sedi sontuose. Così la Rai acquisì in quegli anni un prestigio mondiale. Procedeva con decisione perché gli stavano a cuore le persone che intendeva servire senza tentennamenti. Nello stesso tempo non agiva con arroganza e non permetteva che qualcuno restasse con la sensazione di essere stato trattato ingiustamente.

Era all’Italstat (la finanziaria dell’Iri che si occupava di costruzioni) quando ci fu il terremoto in Armenia. Un’organizzazione umanitaria gli chiese aiuto e lui, senza indugiare in cavilli burocratici, inviò una gran quantità di prefabbricati di ultima generazione che consentì un aiuto efficace con case, ambulatori, asili.

Ammirava Enrico Mattei anche se ne riconosceva qualche difetto. Approvava il disegno di fornire all’Italia energia a basso prezzo per stimolare lo sviluppo industriale del paese. Desiderava che gli stipendi dei lavoratori fossero alti, non solo per il bene delle famiglie, ma anche per stimolare la domanda e favorire così la crescita economica dell’Italia. Questa era la linea di Amintore Fanfani che lui applicò largamente in Rai.

Quelle ingerenze straniere
Aveva visione politica. Non solo nell’ambito nazionale. Si rendeva conto, anche perché ne vedeva gli effetti, dell’influenza sulla società italiana delle potenze uscite vittoriose dalla guerra. Finché fu necessario, per contrastare il comunismo alleato della Russia, esse consentirono e promossero l’affermarsi di un partito cattolico, ma quando l’esperimento ebbe successo pieno (stabilità della moneta, quarta potenza industriale mondiale nel ’62, vivacità in politica estera, specie con Mattei), l’idillio terminò. Iniziò un’attività di logoramento nei confronti dell’Italia. Se ne accorgeva con lucidità anche se i mezzi di comunicazione, controllati dall’estero, non ne facevano parola: la lunga stagione del ’68 con il disordine nelle nostre università, il terrorismo eterodiretto degli anni Settanta, culminato con l’uccisione di Aldo Moro, il giustizialismo del ’92 con la liquidazione della Democrazia Cristiana e dei socialisti di Craxi, l’ondata delle privatizzazioni con lo smantellamento dell’Iri e l’instabilità politica della cosiddetta Seconda Repubblica. Tutti fenomeni in cui riconosceva la mano dei circoli «cultural-finanziari» stranieri. Prospettive ben esposte nel libro intervista edito da Cantagalli L’Italia del “miracolo” e del futuro.

Non per questo covava rancori o dietrologie esasperate: aveva fiducia nella cultura italiana e nelle persone che hanno fede. Organizzava corsi per giovani professionisti per costituire una buona classe dirigente. La parola rassegnazione non esisteva per lui. Invitava a leggere, approfondire. Sapeva che con una buona preparazione intellettuale e con lo spirito di servizio derivante dalla fede si possono fare grandi cose, malgrado tutto.

Citava spesso una frase di La Pira: «Il mondo è di chi se lo prende». Parole che non significavano prepotenza ma che invitavano i benpensanti all’azione. Soffriva per il letargo dei cattolici e vibrava di sdegno quando aveva l’impressione che i pastori non vegliassero sul gregge. Invitava i laici a prendersi le loro responsabilità. In questa prospettiva si comprende la sua adesione all’Opus Dei. Quando sentiva dire: «E la Chiesa che fa?», invitava a dire: «E io che faccio?».

Una tv pedagogica
Gli chiesero più volte di tornare a gestire emittenti televisive ma spiegò che le emittenti sono come gli acquedotti: non è importante gestire i rubinetti, l’importante è avere acqua buona da distribuire e questo era il compito del produttore televisivo. Per tali ragioni fece la Lux, per fornire acqua buona, prodotti buoni ai telespettatori. Riuscì a dimostrare che i grandi ascolti si ottengono con la qualità, non con la tv spazzatura.

L’idea di servizio era radicata in lui fin da ragazzo, quando andava di buon mattino a insegnare il catechismo ai netturbini di Firenze. Mentre dirigeva la Rai, pronunciò la famosa frase: «Noi parliamo a venti milioni di teste di cavolo!». Con questa espressione colorita intendeva venire incontro alle persone che non avevano potuto studiare, per servirle, tenendo conto della loro capacità di comprensione. Lo accusarono di fare una tv pedagogica ma rispondeva che la televisione è sempre pedagogica, nel bene e nel male. Lui cercava di farla per il bene.

La ricetta della longevità
Con questo spirito investì nella Lux la sua liquidazione e chiese investimenti in giro che gli consentissero di coprodurre con americani e tedeschi, che misero il resto dei capitali, mentre vigilava personalmente sull’ortodossia dei programmi prodotti, specialmente quando si trattò di realizzare i filmati sulla Bibbia per la tv. Non temeva il confronto di opinioni e invitò ebrei e musulmani a collaborare perché il programma televisivo fosse accettabile anche per loro. Oggi la Lux Vide è la più grande società di produzione televisiva italiana che conta anche innumerevoli produzioni internazionali.

L’attenzione agli altri per lui era fondamentale, a cominciare dalla sua famiglia. Gli chiedevano quale fosse il segreto della sua longevità. Mi confidò che in passato rispondeva: «Perché torno a casa a pranzo». Negli ultimi tempi diceva: «Sono sempre andato a letto la sera con mia moglie». Non credeva che si potesse vivere un’autentica professionalità cambiando moglie. La stabilità affettiva, oltre ad altre ragioni, era indispensabile per lui. Seguiva la formazione degli otto figli e dei tanti nipoti con attenzione ma rispettando la loro libertà. Nelle riunioni di lavoro tendeva a dare il suo parere per ultimo, tenendo ben conto di ciò che dicevano gli altri. Non maltrattava nessuno. È sempre rimasto in ottimi rapporti con chi cessava di lavorare per lui. Non voleva licenziare i dipendenti. È morto senza avere nessun nemico.

Foto Ansa

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