Bergamo, educare alla speranza nel travaglio di un popolo

Le ferite, la fatica e le “meraviglie del giorno”. Il rettore Francesco Fadigati racconta la paritaria La Traccia nella città straziata dal virus

Invischiarsi col dolore e in quel garbuglio imparare a sollevare lo sguardo. Le abbiamo viste tutti, le bare alla rinfusa, le camionette dell’esercito, le ambulanze a sirene spiegate che non finivano più. Quello che non sappiamo fare è guardarle come le si guardano alla Traccia ogni singolo giorno: là dove un manipolo di genitori diede vita nel 1983 a una realtà paritaria che avrebbe marciato nella storia di Bergamo fino a diventare, con le sue primarie, secondarie e i licei, punto di riferimento stabile per migliaia di famiglie, c’è chi guarda dritto in faccia il dolore e persegue il nobile compito di portare e insegnare la vita innanzi a ciò che a noialtri pare solo sepoltura.

Sceglie, tra le tantissime, un’immagine di mercoledì scorso Francesco Fadigati, scrittore e rettore della Traccia, per raccontare a tempi.it cosa stia vivendo il suo popolo in questi giorni, “quando noi professori ci siamo collegati in assemblea con le famiglie di una nostra classe. Ho visto mamme e papà, famiglie davanti allo schermo magari attorniate dai figli, segnate dalla fatica, dalla sofferenza e dal lutto, che però testimoniano una gratitudine commossa per quello che sta accadendo fra noi, che tutti stiamo ricevendo. Difficilmente una assemblea scolastica vede una simile intensità, fra persone che si conoscono appena. Sta dominando fra gli insegnanti, i genitori, i ragazzi uno sguardo carico di umanità, di sorpresa per il bene che riceviamo, pur – lo ripeto – dentro il travaglio della sofferenza di un intero popolo. Questo non toglie le ferite, ma le rende più affrontabili”.

E come “passa” questo bene alla Traccia?

Rispondo con un’altra immagine: una mamma che deve festeggiare il compleanno della figlia ma, quando la sera prima ha terminato di addobbare la sala, si accorge della piccolezza del suo tentativo di rendere felice la figlia, soprattutto di fronte alla drammaticità e alla tristezza della situazione. Allora cosa fa? Condivide quel suo bisogno: manda un sms a un professore e, senza sapere nemmeno in che modo potrà avvenire, chiede un aiuto. Il professore ha avvertito i propri colleghi e, quando è arrivata l’ora della lezione, sei o sette professori sono comparsi sul video, con la chitarra, per cantare “Tanti auguri a te” a quella ragazzina. Non sto a dire la sorpresa della ragazza. Un tentativo piccolissimo e “scalcinato”, se vogliamo, ma che ha saputo comunicare un mare di bene, di positività non solo a quella ragazzina, ma anche a sua mamma. Era come dire ad entrambe: “Il tuo valore è infinito e il tuo bisogno di felicità è qualcosa davanti a cui inginocchiarsi”.

Oggi come mai prima è evidente che la scuola è chiamata ad assolvere un compito educativo, molto più che “didattico” nei confronti dei ragazzi. Ma come si fa a restare fedeli al motivo per cui educate oggi che non potete fisicamente incontrarli?

Ci stiamo piano piano rendendo conto che quello che si gioca nel nostro fare scuola quotidiano è qualcosa che ha a che fare con il bene e la ricostruzione di un’intera società. Quando ci affacciamo nelle case dei nostri ragazzi, per le video lezioni, insieme alla bellezza dei versi di Virgilio, dei racconti di Buzzati, delle fiabe di Wilde, delle scienze, delle lingue, dell’arte, portiamo la nostra umanità di insegnanti. Non è una umanità meno ferita e certamente non incarna lo stoicismo del “non molliamo mai”, ma in mezzo alla stessa fatica dei nostri studenti sentiamo di portare una speranza e un’ipotesi di significato che noi per primi riceviamo e che ci fa guardare con fiducia e operosità alla situazione presente. Questo è il cuore dell’esperienza educativa: “La comunicazione di sé, cioè del proprio rapporto con il reale”, come diceva don Julián Carrón. I genitori ci manifestano una gratitudine commossa perché sentono che insieme alle video lezioni stiamo comunicando ai ragazzi uno sguardo realista e positivo sul presente: uno sguardo che dice (anche solo effettuando l’appello) tu vali e per te vale la pena ogni tipo di tentativo didattico. Una società non può che ricominciare da questo sguardo ricevuto, altrimenti chi ci darà la forza e la fiducia di rimboccarci le maniche per ricostruire tutto da capo?

Ma cosa regge davanti a tutto questo male, di cosa hanno bisogno i ragazzi della Traccia oggi? E voi? Di cosa farete tesoro quando cambieranno le circostanze?

Avrei decine e decine di episodi da raccontare, che ci siamo dati il compito di custodire e meditare nel nostro cuore. Senza dubbio non dimenticherò la ragazzina di terza media che tutti i giorni scrive alla propria insegnante una mail con “le meraviglie del giorno”. Le racconta tutte le piccole cose che normalmente aveva dato per scontato e che in questo momento – in cui i suoi famigliari sono malati – si rivelano ai suoi occhi come preziose, ricche di una potenza che prima non aveva mai visto: “Il caldo di ieri; il vento sugli alberi, sotto un tiepido sole di primavera; le rose cresciute nel mio giardino”. Questa ragazza commentava: “Il nascere di una rosa è l’inizio di un cammino che continua, anche se ci sono delle difficoltà”. Questo passo di crescita che in tanti ragazzi si sta realizzando, esprimendosi in domande nuove, costituisce per noi adulti un punto di provocazione, di invito alla nostra maturazione, tanto che la sua professoressa le scriveva: “La tua condivisione di piccole meraviglie per me è davvero importante. (…) Mi ricordano quanto sono desiderata e amata in ogni istante”. Nella risposta dell’insegnante a questa ragazza c’è ciò che regge la sfida di tutto questo male: un amore fedele che continuiamo a ricevere, di giorno in giorno, e che ci tocca attraverso le domande, le ferite dei nostri ragazzi, ma anche attraverso tutti i gesti di incredibile umanità che ci stanno sorprendendo. Come una mamma che ha lasciato nella buca delle lettere della scuola una lettera che continuo a rileggere per la fede concreta e la bellezza umana che mi testimonia.

Quali saranno le conseguenze del coronavirus sul destino della Traccia? Le famiglie sono in difficoltà e sappiamo che molte paritarie stanno cercando di venire loro incontro rischiando grossissimo in un contesto già drammatico a prescindere dal virus. Cosa si può fare nell’emergenza e poi nel lungo periodo perché la loro esistenza non resti abbandonata agli eventi (situazione di cui paradossalmente ora sta facendo esperienza qualunque realtà, statale o meno)?

Molte famiglie, oltre che essere toccate dal dramma della malattia, stanno già affrontando o attraverseranno ingenti problemi economici. Questo ci addolora e chiaramente ci preoccupa. Da anni la nostra scuola costruisce una festa di fine anno che, oltre che consentire ai ragazzi di rielaborare ed esporre le scoperte vissute durante l’anno sotto forma di mostre e incontri di approfondimento, ha lo scopo di raccogliere fondi per sostenere il diritto allo studio. Quest’anno molto probabilmente, a causa dell’emergenza sanitaria, non potremo neppure organizzare la festa per sostenere i nuovi bisogni. Stiamo pensando quindi una forma diversa per poter raccogliere i fondi ed offrire comunque un aiuto concreto alle famiglie, a sostegno del diritto allo studio. Qui si tocca il grande tema della libertà di educazione: se per lo Stato costituisce un valore o no l’esistenza di una pluralità di proposte educative. In questo frangente è decisivo che le famiglie possano essere aiutate con un sussidio che permetta loro di scegliere quale tipo di proposta desiderano per i figli, soprattutto in un momento in cui la crisi economica che sta già iniziando impedirà a molti di sostenere le rette delle scuole paritarie, che allora sì, rischiano di diventare scuole elitarie. La scuola statale e paritaria condividono lo stesso obiettivo, che è crescere degli uomini con una ragione spalancata, dotati di intelligenza critica, di capacità costruttiva e di apertura umana: per questo occorre cominciare a liberarsi di pregiudizi anacronistici e contribuire gli uni al percorso degli altri. Il coronavirus forse una cosa ce la sta già mostrando: solo una educazione e una consapevolezza del proprio valore e di quello degli altri permette di sacrificare qualcosa di sé per il bene comune. Allora, invece che combattere una sterile battaglia di fazioni, occorrerà unire le migliori energie per contribuire alla ricostruzione di un popolo.