«Bce? L’addio al Qe è grave per l’Italia, altro che migranti»

Intervista a Luigino Bruni, docente ordinario di Economia politica alla Lumsa: «Il governo si faccia sentire in Europa. Non possiamo permettercelo»

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Ieri la Banca centrale europea (Bce) ha annunciato che la politica di acquisto di titoli di Stato (Quantitative easing, Qe), cominciata nel 2015 e che ha permesso all’Italia di risparmiare 70 miliardi in tre anni, finirà il 31 dicembre 2018. Da ottobre a dicembre, invece, verranno ridotti gli acquisti di titoli dai 30 miliardi attuali a 15 miliardi. «Non è una buona notizia per il nostro paese», commenta la notizia a tempi.it Luigino Bruni, docente ordinario di Economia politica alla Lumsa. «Si tratta di una politica che ha permesso di mantenere i mercati tranquilli e i tassi di interesse bassi in questi anni. Le conseguenze per l’Italia potrebbero essere gravi».

Perché?
L’Italia ha un debito pubblico enorme pari a 2300 miliardi. Se gli interessi sui titoli di Stato che emettiamo si alzano di 1,5 o 2 punti percentuali, dovremo pagare decine di miliardi in più. Cifre insostenibili. Sono tutte risorse che il governo non avrà più a disposizione. Non possiamo restare indifferenti.

Perché la Bce ha deciso di interrompere il programma?
Io spero che abbia fatto questo annuncio per incoraggiare paesi indebitati come il nostro a impegnarsi di più per ridurre il debito pubblico e il rapporto deficit/Pil. Mi auguro che non agirà in modo così radicale come dichiarato ieri. Il governo dovrebbe fare qualcosa.

Che cosa?
Siamo un paese importante e dobbiamo andare nelle sedi europee opportune per discutere ed impedire l’interruzione del Qe. L’Italia in questo momento di estrema fragilità e di ripresa non può permetterselo. Dovremmo cercare di trattare una riduzione parziale degli acquisti e non un cambiamento radicale di politica monetaria.

Il governo finora non ha reagito.
Ne sono stupito. In questi giorni si parla molto di Europa e immigrazione, ma questo tema avrà conseguenze ben più gravi. Noi non possiamo illuderci di essere autarchici, dobbiamo essere più presenti in Unione Europea, non meno presenti. La nostra economia è interdipendente con le altre, non possiamo permetterci il lusso di dire: “Andiamo avanti per la nostra strada”, perché siamo vulnerabili. Ci vuole più politica, non possiamo essere ingenui.

La decisione della Bce avrà ripercussioni sull’applicazione di alcune “riforme bandiera” del governo, come il reddito di cittadinanza?
È probabile. Noi in ogni caso non possiamo permetterci di sganciare il reddito dal lavoro. Non si può presentare questa misura come alternativa al lavoro. È un messaggio, anche dal punto di vista culturale, sbagliato. Alleviare la povertà invece è giusto. Bisogna trasformare questo provvedimento in una misura che aiuti i giovani a cercare lavoro e a combattere la povertà. Rispetto alla compagna elettorale, in questi giorni si sta andando in questa direzione. Spero che Luigi Di Maio converga su una posizione di questo tipo, più sostenibile e meno ideologica.

In questo momento di incertezza, la Flat tax è quello che ci vuole per aiutare l’economia?
Il nostro sistema fiscale è troppo complesso. Se la Flat tax serve a semplificare il sistema, ben venga. Ma tutti gli studi fatti su questa misura, soprattutto in Russia che sono stati tra i primi ad applicarla, dicono che non serve a recuperare l’evasione fiscale. La semplificazione invece facilita la vita della gente. C’è un altro però.

Quale?
La progressività va mantenuta, è prevista anche dalla Costituzione. È giusto che i ricchi paghino più tasse dei poveri. Una riforma fiscale è necessaria nel nostro paese ma non deve penalizzare i più poveri a danno dei ricchi. Sì dunque alla semplificazione delle aliquote, no alla eliminazione della progressività.

Foto Ansa

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